ZION WILLIAMSON

Zion Williamson, ovvero del nostro tempo e della mia generazione

Nella notte di Mercoledì scorso il ginocchio destro di Zion Williamson, il Prescelto degli anni ’20 del terzo millennio, si è piegato dopo 32 secondi dall’inizio dell’acclamato match tra Duke e North Carolina. Ad assistere attoniti a bordo campo i novemilatrecento del Cameron Indoor Stadium di Durham, con Spike Lee e Barack Obama a comporre un parterre de rois degno delle più nobili rappresentazioni shakespeariane. Zion si rialza, tra le mani la Nike sinistra squarciata in due. Il nativo di Salinsbury non ha ancora imboccato il tunnel degli spogliatoi che la grande agorà virtuale di Twitter è già un marasma di stupore, rammarico, giudizi e commenti. Inizia l’ambita competizione a chi urla più forte, a chi partorisce l’ironia più sagace, a chi riesce a sparare più in alto. Ed ecco che una partita di basket universitario, un paio di sneakers, un diciottenne iscritto al primo anno di college a Duke diventano molto più di tutto questo. L’NCAA, le Nike bianche con la suola in gomma morbida (troppo morbida), un giovane studente-atleta diventano questione morale. Perché, effettivamente, il grande circo cestistico del basket universitario è molto più che semplice sport. Ecco, quindi, che la caduta degli idoli nella notte della Carolina del Nord scoperchia il vaso di Pandora, squarcia il velo di Maya, costringendo la società americana a riconfrontarsi su antichi, irrisolti (e probabilmente insolubili) dibattiti. Dibattiti che spezzano a metà la spina dorsale della pallacanestro per succhiarne un midollo che raccoglie nella propria essenza elementi come il sistema universitario americano, il dualismo sport-scuola e l’incessante danza macabra di imprenditoria e finanza attorno ad un rettangolo di gioco in cui si decidono i destini di giovani spesso non ancora ventenni.
Nel grande sciamare collettivo della rete si è cimentata prontamente anche la competitor calzaturiera Puma con un “Wouldn’t have happened in the Pumas” prontamente ritrattato e cancellato.

North Carolina v Duke

All’indomani del match Luigi, amico e collega di redazione, propone tra i vari commenti il j’accuse di zoliana memoria di Donovan Mitchell, uno che il mondo universitario se l’è lasciato alle spalle da poco più di un anno e mezzo.

“Again let’s remember all the money that went into this game…and these players get none of it…and now Zion gets hurt…something has to change”.

L’appello è chiaro. Il destinatario ancor di più, come palesato da quell’ @NCAA in coda al tweet.

Partiamo dai dati

È vero, il costo dei biglietti per UNC-Duke ha consistentemente avvicinato quello di un ingresso al Super Bowl, con un prezzo medio di rivendita di $3,296 su SeatGeek (tenete conto che gran parte degli introiti rimangono nelle mani di broker e reseller di sorta, giusto per allungare il brodo della speculazione). Aggiungete i diritti di trasmissione per un broadcasting che ha coinvolto televisivamente niente di meno che ESPN e radiofonicamente Sirius XM.  Infine, avvicinandoci ulteriormente al parquet di gioco, il costo medio di un nuovo paio di Nike si attesta attorno ai 200 dollari ovunque vi troviate nel mondo. Inciso: tenete conto che si tratta di quella stessa Nike che poi viene a parlarci a mezzo réclame di diritti da perseguire ad ogni costo. La stessa Nike di cui fino a ieri additavamo sdegnati le metodiche di sfruttamento minorile e le condizioni di produzione anti-umanitaria in India e nel Sud-Est asiatico. Ma, evidentemente, alla multinazionale di Beaverton è bastato comprarsi il primo Colin Kaepernick di turno per ricostruirsi una verginità.

Cosa c’entra la Nike in questa storia che parte da una cittadina di 220.000 abitanti? È bene ribadirlo, seppur già tanto sia stato detto nei giorni scorsi: Zion nella sciagurata notte di Durham indossava ai piedi un modello sperimentale che, a rigor di logica, prima di detonare sul parquet in diretta mondiale, doveva essere, più che testato sul campo, sponsorizzato sul campo. E invece no, le sue Nike PG 2.5 PE si aprono in due. Zion Williamson finisce a terra e con lui anche il titolo di patron Mark Parker a Wall Street.

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Sneakers che, va precisato, tendenzialmente i giocatori di NCAA ricevono in omaggio dalle grandi multinazionali di abbigliamento sportivo in cambio di un’ovvia, seppur spesso sottaciuta o quantomeno non esplicitata, propaganda. Al contrario, i dipartimenti sportivi dei grandi atenei statunitensi siglano abitualmente contratti a sei zeri per le proprie partnership, benefit e supporto strutturale-logistico inclusi (per dirne una, anzi due: nel 2014 la University of Michigan ha ricevuto 4.4 milioni di dollari dall’Adidas in materiale tecnico e 3.8 milioni in sovvenzioni finanziarie dirette, mentre nel quinquennio 2012-13/2017-18 le Power Five del panorama sportivo universitario hanno ricevuto beni e fondi per un complessivo oscillante tra i 100 e i 200 milioni di dollari, secondo Barry Jacobs). Aggiungete che mentre le università pubbliche sono obbligate per legge a rendicontare i fondi ottenuti da collaborazioni con enti ed imprese private, i college privati tendono a osteggiare l’accesso alla voce donazioni dei propri registri adducendo ragioni di segretezza. Piove sempre sul bagnato, direbbe il mio vicino di casa che ogni tanto incontro nel quartiere tutto fischiettante.

E direbbe anche bene…

Parallelamente non possiamo nascondere la testa sotto la proverbiale sabbia. Che le grandi aziende sportive abbiano voce in capitolo nell’influenzare il reclutamento dei prospetti liceali verso gli atenei più accreditati è, seppur ufficialmente omesso, ufficiosamente risaputo. Che il capo allenatore 1961-1997 degli stessi Tar-Heels in campo ieri notte contro Duke, Dean Smith, assicurasse ai propri giocatori in trasferta vitto e alloggio nelle migliori strutture alberghiere della nazione è storia (il tutto a spese di chi?). Così come è risaputo che, nonostante le sanzioni degli ultimi tempi, perduri ancora l’abitudine da parte di molti giocatori universitari di rivendere a peso d’oro le calzature ricevute a titolo donativo.

Orbene, terminato il preambolo di natura economica, possiamo addentrarci nella riflessione.
Il sistema educativo americano è un ottimo esempio di elitarismo e ripartizione classista dei diritti fondamentali. Nell’ottica di tale sistema, alla radice fondato su presupposti privatistici, profittuali e discriminanti, s’innesta il vasto e vario scenario in cui al percorso educativo s’intreccia la formazione sportiva (elemento comunque interessante e meritevole di un approfondimento oltreoceano finalizzato a capire come far convivere un eventuale percorso sportivo parallelamente ad un percorso scolastico pubblico di stampo europeo, onde evitare di avere sempre più atleti “di professione” già a quindici anni).

Al Draft NBA, tra primo e secondo giro, sicuramente accedono o tentano di accedere anche studenti della Hermosillo University (non credo esista, ma sarebbe bello), che, oggettivamente, con il pezzo di carta ottenuto a fine college avranno ben poche prospettive di inserimento socio-professionale di alto livello all’interno di un contesto lavorativo cinicamente e spietatamente selettivo come quello statunitense (se in questa frase doveste sentire un’eco familiare, non preoccupatevi, o meglio, sì, preoccupatevi; la distanza tra noi e gli USA è per vari aspetti oggi molto più labile di quanto crediamo). Ad ogni modo, la maggioranza dei prospetti cestistici d’élite proviene da atenei di primissimo piano, se non Ivy League poco sotto (come la Duke University di Zion Williamson, ad esempio). Le borse per meriti sportivi forniscono l’opportunità a un giovane in uscita dalla high-school di allenarsi e studiare in atenei che possono fregiarsi di una qualità formativa di fama mondiale, oltre a godere di enorme autorevolezza in campo accademico e professionale. Che poi uno studente decida di studiare Fisica piuttosto che Economia domestica rientra chiaramente nell’ambito delle scelte personali. Così come che il suddetto studente decida di non finire il college per tentare già a 19 anni un futuro da pro ricade nel contesto dei progetti individuali. Dunque, se da un lato è giusto affermare che ogni studente debba esser libero di pontificare secondo interessi ed inclinazioni, è altrettanto corretto rimarcare che le università non impongono a nessun talento sportivo di abbandonare il college al termine dell’anno da freshman per dichiararsi al Draft. Jack Kerouac è entrato a Yale con una borsa per il football, preferendo poi sfruttare l’occasione per approfondire altri ambiti. In tempi più recenti, Josh Huestis era un buon giocatore di basket già al college, ma, già che si trovava a Stanford, ha preferito finire l’università e conseguire la laurea in Psicologia prima di dichiararsi al Draft e avviare la propria carriera da professionista NBA.

Ma avviciniamoci ulteriormente al paradigma Zion

Giochi divinamente da quando hai 15 anni, futuro NBA già scritto, vai a Duke, all’Ingegneria spaziale preferisci la pallacanestro, nulla di male. Entriamo ora nel campo dell’astrazione, distaccandoci per un attimo dall’esempio specifico di quel famoso Mercoledì notte. Tu, incredibile fuoriclasse sportivo, t’infortuni gravemente prima del gran ballo. Futuro andato. Sono evenienze drammatiche che a diciott’anni puoi legittimamente non voler mettere in conto, ma che purtroppo possono verificarsi. Nei paesi civili dovrebbe esistere una cosa che si chiama welfare state che consente al cittadino di non cadere nella miseria e nell’emarginazione sociale anche quando finisce in disgrazia. Negli Stati Uniti il welfare state è tanto privato e classista quanto profittuale.

Ebbene, in un contesto NBA i cui giocatori sentono sempre più la necessità, almeno a parole, di rifiutare il principio del “shut up and dribble” credo sarebbe stato interessante dopo la notte di Durham ascoltare e leggere qualche spunto di riflessione che andasse in questa direzione, anziché perseguire la difesa dell’interesse lobbystico con la solita solfa dello stipendiare gli atleti NCAA. Lo stesso discorso può essere trasposto ai cronisti che con enorme leggerezza dismettono la giacca del giornalista sportivo per indossare quella dell’intellettuale socialmente impegnato, salvo poi non riuscire ad articolare le proprie riflessioni. E dunque eccoci, ancora una volta, fermi su antiche questioni. Eccoci, ancora una volta, a rifugiarci (o cadere) in vecchi e facili assunti. D’altronde, nulla di nuovo sotto il sole di un’epoca in cui decine di atleti, attori e personaggi pubblici di spicco si sono sbracciati per settimane di fronte alle videocamere dei propri smartphone in nome di quel “Believe in something, even if it means sacrificing everything” sotto cui campeggia il grande baffo bianco. Quello stesso baffo che campeggia su scarpe prodotte in disumani laboratori tessili poco più in là del Pacifico e poi rivendute ai ragazzi dei sobborghi occidentali in cambio di un paio di centoni. Epoca, dicevamo, in cui troppo spesso testimonial ufficiosi di grandi campagne umanitarie o di forti denunce sociali divengono parallelamente testimonial ufficiali di quello stesso establishment che additano come fautore di disuguaglianze, violenze e privazioni. D’altronde, aspettarsi che a mostrare la via siano quegli stessi atleti che firmano contratti da milioni (o miliardi) di dollari con compagnie e corporazioni di cui divengono  volto commerciale per decenni (o a vita) non è, a rigor di logica, il presupposto ideale da cui partire.

Ma torniamo alla questione del “pay those kids”. Un giovane a cui vengano garantiti, in qualità di studente e atleta, corsi universitari, laboratori, biblioteche, vitto, alloggio e spese miscellanee in un’esclusiva università privata (complessivo annuale per retta e spese collaterali senza borsa a Duke: oltre 75 mila dollari) realmente non sta ricevendo nulla in cambio degli sforzi profusi sul campo? Realmente la cultura, la formazione accademica, il curriculum devastantemente influente, la possibilità di vivere in un campus universitario di alto livello assieme a propri coetanei sono opportunità che non hanno alcun valore? A ciò, per altro, andrebbe anche ad affiancarsi l’opportunità di lavorare con staff tecnici professionali, oltre all’assistenza fisica e medica, anche in questo caso di qualità irraggiungibile per gran parte della popolazione americana. Per farci un’idea, un atleta nelle settimane precedenti il Draft spende per un similare supporto tecnico privato una media di 2000-3000 dollari/settimana. Stando alla stima di Jeffrey Dorman, professore di Economia alla University of Georgia ed ex-giocatore universitario di football, il valore complessivo del supporto e della formazione accademico-sportiva per uno studente-atleta fluttua attorno ad una cifra compresa tra i 50.000 e i 125.000 dollari/anno, a seconda della disciplina praticata e dell’ateneo.

Tutto ciò non ha valore?

E, soprattutto, ribadisco, avere la possibilità di crearsi un futuro studiando in una rinomata università privata non è un enorme privilegio a cui gran parte dei giovani statunitensi non può nemmeno lontanamente avvicinarsi? È veramente questo il modello che si vuole proporre ai futuri talenti sportivi: “Al diavolo l’università, fatevi pagare, vendete la vostra immagine e le vostre prestazioni finché siete in tempo”? Dove sono finite quelle riflessioni tanto sbandierate da un mondo NBA che ad inizio 2000 sponsorizzava a chiare lettere l’importanza di terminare il college prima di tentare il salto verso il professionismo sportivo? Quello stesso mondo che per anni ha inteso parlare alle nuove generazioni attraverso dichiarazioni come “Studiate, così avrete un futuro oltre al basket”, “La cultura è importante”, “Studiando saprete gestire meglio soldi e successo” oggi ha mollato tutto preferendo puntare sull’assegno da giocatore-studente per uno o due anni.

Inoltre, ragionando in termini pragmatici, come ci si andrebbe a regolare nel caso in cui lo sport universitario diventasse una professione? Del dodicesimo uomo di Duke o della Hermosillo University che ne vorremmo fare? Gli si darebbe un’elemosina salariale dal momento che tanto il campo non lo vede e che comunque, volente o nolente, non avrebbe prospettive di alto professionismo? Quanto dovrebbe essere retribuito un ragazzo di 19-20 anni affinché in 1-2 anni di college possa assicurarsi la rendita per il resto della propria esistenza?
Due riflessioni mi ricorrono alla mente di questi tempi. Da un lato la costante tendenza delle élite ad appropriarsi del timone delle grandi questioni socio-culturali del proprio tempo riuscendo puntualmente a farle deragliare. Dall’altro l’incapacità delle nuove generazioni e delle masse a perseguire un cammino evolutivo, in termini sociali, economici, culturali e di diritto, che non cada puntualmente nel miraggio dell’elemosina o della rampicata sociale.
E dunque ecco che la grande marcia per l’istruzione e la dignità diventa una lunga coda per l’elemosina presso gli uffici della NCAA.
E così fu che anche oggi riuscii a non parlar di basket…

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Davide Alekos Iaconis

Davide Alekos Iaconis

Nato a Torino 8 ore e 45 minuti prima di Italia-Danimarca 1-0 (61° Zio Bergomi) nell’anno del secondo MVP a Magic, appena uscito dal comodissimo salotto amniotico esclama: “Chiudete la porta, ché mi fa freddo”, mentre l'ostetrica, facendo roteare la mano in aria a mo' di flamenco, proclamava: “E' nato 'nu criature niru, niru”. All'età di 5 anni lascia l'hinterland e l'atmosfera “summer, summer, summertime/time to sit back and unwind” da Fresh Prince of Le Fornaci per trasferirsi a Mirafiori, affascinato dal groove della metropoli. Da lì in avanti sarà tutto un susseguirsi di tram linea 4, panini con la 'nduja, Kobe Bryant, A Tribe Called Quest e pianofortini elettronici anni '90. Dopo una temporanea separazione consensuale dalla palla a spicchi per dedicarsi alla scuola di Esculapio, torna a giocarci e, perché no, anche a scriverne. Con risultati discutibili.

 

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