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Il quinto guerriero di coach Kerr

Sull’arrivo di Kevin Durant nella Baia, sugli equilibri offensivi da trovare e sul quintetto della morte 2.0 (“la death lineup” Green-Durant-Iguodala-Thompson-Curry) dei Golden State Warriors si è già ampiamente dibattuto praticamente in ogni piattaforma che si interessi al basket NBA. Anche con opinioni divergenti a volte. Pure se anche quest’anno l’MVP delle Finals 2015 (Iguodala) continuerà ad essere utilizzato come arma devastante dalla panca.

Ora, anche se Steve Kerr non l’ha espressamente dichiarato, parrebbe che i Guerrieri continueranno ad iniziare le partite comunque in 5. L’ironia è dovuta al fatto che del quinto Guerriero titolare nella stagione 2016/2017 sembra non interessare a nessuno. E qui ho provato ad inserirmi io.

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Proviamo quindi ad abbozzare una analisi, per quanto superficiale, dell’argomento. Per i GSW nel ruolo di Pivot si alterneranno Pachulia, Varejao e McGee (eventualmente David West). Se è vero che Javale McGee è sicuramente la scommessa più interessante della dirigenza, essendo l’unico “centro da corsa” con le caratteristiche perfette per il gioco di flusso e di transizione dei gialli, i limiti caratteriali (e tecnici) del pluripremiato “Shaqtin’A Fool” non consentono voli pindarici immediati sull’utilizzo del simpatico Javalone in quintetto. Tra i giocatori sopracitati sembrano spalancate le porte verso il quintetto titolare a Zaza Pachulia.

Per fornire un quadro il più esaustivo possibile, dobbiamo fare un passo indietro nel tempo. Dallas, estate 2015. I MAVS sono usciti nel primo turno dei playoff con un umiliante 4-1 rimediato dai Rockets di Harden e Howard, in quello che in Italia chiameremmo un “derby”. Fa male. Le ambizioni erano altre, il quintetto Rondo-Ellis-Parsons-Nowitzki-Chandler doveva garantire vittorie e spettacolo. Si respira aria di rivoluzione. La dirigenza pensa di ripartire da un centrone affidabile, uno che fa discutere. Ma che sposta parecchio. Si trova un accordo con DeAndre Jordan. In entrambi i 2 anni precedenti all’estate 2015 ha giocato 82 partite su 82 (tutte in quintetto) tenendo la doppia-doppia abbondantissima punti-rimbalzi in più di 30 minuti di utilizzo (medie poi confermate anche l’anno successivo in 77 partite: 33.7mp, 12.7pp, 13.8rp). Purtroppo Dallas passa all’improvviso dal sogno di creare un roster con ambizioni importanti all’incubo di dover tappare un buco enorme. Ad estate inoltrata infatti si consuma il delitto perfetto: DeAndre Jordan ritorna sui suoi passi e rimane ai Clippers, con tanto di insulti e sfottò reciproci tra LAC e MAVS. I Mavericks, avendo nel frattempo già lasciato partire il solido Tyson Chandler, scelgono quello che pare essere il miglior profilo possibile tra i pochi rimasti disponibili, Zaza Pachulia appunto.

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Pachulia viene da 2 stagioni interessanti con i Bucks. Sono 126 le gare disputate (solo 88 di queste in quintetto però) con un buon minutaggio (circa 25 minuti a partita), nel quale porta 8 punti e 6.5 rimbalzi di media. Il confronto con Jordan è però improponibile. Si tratta chiaramente di un ripiego. Un ripiego comunque degno, Pachulia infatti migliora leggermente tutte le sue statistiche nella stagione 2015/2016 vissuta a Dallas. Minuti, punti, rimbalzi (9.4), partite in quintetto (69 su 73). Addirittura sfiorata la clamorosa chiamata per l’All Star Game (una valanga di voti dalla Georgia presumibilmente). A conti fatti però il georgiano perde il confronto anche con quanto fatto da Chandler in Texas (doppia-doppia punti-rimbalzi nella stagione 2014/2015). I MAVS escono poi un’altra volta al primo turno dei playoff con un altro secco 4-1. Questa volta per mano dei Thunder di Durant e Westbrook.

Insomma. Pachulia è un giocatore esperto, solido, pronto. Ma non sembra essere un giocatore che sposta minimamente gli equilibri. Onestamente, pure la sua chiamata ai Warriors sembra essere dovuta più a motivazioni casuali e/o contingenti come successo lo scorso anno a Dallas, che a reali motivazioni tecnico-tattiche. Sembra sempre essere “il meglio che posso permettermi”, più che un giocatore su cui le società puntano convintamente.

Ora, tra le operazioni di contorno necessarie per far spazio alla firma di Durant e che hanno portato Pachulia ad Oakland, i Warriors hanno rinunciato, tra gli altri, a Bogut ed Ezeli. Checchè se ne dica, soprattutto l’australiano è un giocatore che gli equilibri li sposta parecchio. Lo abbiamo apprezzato pure alle recenti Olimpiadi.

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Per i GSW in regular season (73-9 lo scorso anno) l’apporto del centro sembra marginale ad una occhiata superficiale. Nonostante l’australiano sia un passatore più abile, Pachulia sembrerebbe poter garantire un apporto similare al predecessore, statistiche alla mano. Il minutaggio previsto per il/i Pivot è infatti inferiore qui rispetto ad altre realtà.

In realtà il contributo che Bogut portava come rim-protector difficilmente potrà essere garantito dalla coppia Pachulia-Varejao, ed è stato ampiamente sottovalutato negli ultimi 2 anni. Quando si parlava dei punti di forza dei Warriors, raramente il centro veniva nominato. Soprattutto nei playoff Bogut negli anni è stato fondamentale per mettere una pezza a quello che era, e rimane, il vero punto debole dei californiani.

Paradossalmente, nonostante quanto scritto finora, le Stats principali del centro in regular season e in post season sono comparabili, in alcuni casi identiche. Tranne una, il minutaggio. Bogut riusciva a garantire nei playoff numeri simili a quelli registrati in stagione regolare pur giocando circa 5 minuti a partita in meno (16mp contro 20.7mp). Quello che si chiama “garantire minuti di qualità”, o di quantità nel caso specifico. Una statistica sicuramente poco affidabile, ma molto curiosa, ci aiuta a capire quanto importante sia stato l’apporto del centro australiano. Portando le statistiche sui 30/32 minuti a partita (il tempo di utilizzo di Jordan ai LAC per intenderci), Bogut raggiunge i 13 rimbalzi, 2.8 stoppate, addirittura i 3.6 assist di media. Stats da centro Elite. Stats che né Pachulia, né gli altri Pivot a disposizione di coach Kerr sono mai riusciti nemmeno ad avvicinare in carriera.

La prova più lampante, più recente e, purtroppo per i Guerrieri dello Stato d’Oro, più devastante di quanto stiamo dicendo, sono le Finals 2016. Se è vero come è vero che i GSW erano sicuramente la squadra più forte della lega, e se è vero che ridurre la sconfitta finale solo a questo aspetto è quantomeno superficiale, è altresì vero che l’assenza di Bogut nelle ultime 2 uscite stagionali è rimasta per Kerr un rebus irrisolto. Né partire con il quintetto piccolo (gara 6), né con Ezeli (gara 7) ha sortito gli effetti sperati. Tristan Thompson ha infatti dominato sotto i tabelloni, e sia Irving che James hanno fatto a fette la difesa di Golden State con le loro penetrazioni.

Questo significa che sicuramente i Golden State Warriors non vinceranno il titolo?

Non mi sognerei mai di scrivere nulla del genere. Scommettere a priori contro questa squadra è semplicemente folle. È indubbio che il roster a disposizione del coach sia potenzialmente devastante in senso assoluto. Potenzialmente più di ogni roster ogni epoca. Nel ruolo di cui abbiamo discusso hanno però, a mio parere, perso qualcosa. C’è un solo errore che coach Kerr e i suoi ragazzi spero (e credo) non faranno. Illudersi di aver perso le ultime Finals solo per stanchezza o per un calo di tensione. Ci sono anche e soprattutto motivazioni tecniche che vanno prese in considerazione. Spero di essere riuscito a suggerirne almeno una. Questa analisi vuole insomma spostare la discussione su questioni finora colpevolmente tralasciate dai più, senza valutazioni o pronostici di alcun genere.

Anche perché, come in ogni occasione, le parole le porta via il vento. Il campo darà le risposte che tutti gli appassionati aspettano.

This is why we play

Dimitri Lazzari

Dimitri Lazzari

Nato a Dolo (VE) il 17/07/’87, non ama parlare di se stesso in terza persona, quindi non lo farò. Mi piace scrivere e la scrittura creativa in particolare, mi piace la pallacanestro e la NBA in particolare, per forza di cose mi piacissimo unire le due passioni e scrivere di pallacanestro e aggiungere “in particolare” alla fine delle frasi. La possibilità di poter discutere e di potermi confrontare con altri appassionati mi esalta. Nel basket, come nella vita, ho una predilezione particolare per gli “underdog”, gli sfavoriti. Il primo vero amore cestistico non poteva che essere Allen Iverson quindi. Anche io ho studiato delle cose, vissuto delle altre cose e lavorato da qualche parte.

 

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