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“Without Bias” di Kirk Fraser

Sliding doors

Quello delle porte scorrevoli è un concetto che da sempre mi appassiona e che applico nel mio fantasticare quotidiano fin da bambino, ben prima quindi del 1997, anno in cui Gwineth Paltrow è incantevole protagonista della (per me) dimenticabile pellicola diretta da Peter Howitt. Applicare l’assunto nella vita di ogni giorno è tuttavia pratica fine a se stessa se reitarata e non riguardante accadimenti significativi; tutt’altra questione se parliamo di sport in generale, basket in particolare. Cosa sarebbe stato se David Stern il 9 Dicembre 2011 avesse detto “Beh, tutto sommato Luis Scola, Goran Dragic, Kevin Martin, Lamar Odom ed una prima scelta non sono male come contropartita per Chris Paul…Ottima trade, approvo”? (scusate ma la fede gialloviola a volte…e comunque c’è qualcun’altro che si è posto tale domanda) E se Karl Malone non avesse sbagliato quei liberi in gara 6 di finale nel 1997? Se Robert Horry (14 Maggio 2007) non avesse tirato quella gomitata a Steve Nash, quella serie come sarebbe finita? Mi fermo qui, potrei andare avanti non so per quanto, tenete conto che quelli citati sono gli interrogativi più scontati e superficiali, potrei dilettarvi con voli pindarici su personaggi e situazioni oggetti di culto. Uno dei “what if” più esotici, pur non avendo vissuto in prima persona l’accadimento oggetto dell’odierna recensione, ma avendo avuto la possibiltà di ammirare staordinarie evoluzioni in numerose immagini di repertorio, è: “E se Len Bias non fosse morto? Come sarebbe stata la storia recente dei Celtics?” “Quale impatto avrebbe avuto nella Lega?”

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Kirk Fraser
Titolo
Without Bias
Produttore
Kirk Fraser e altri
Produzione
May 3rd Films
Durata
50′
Anno di Pubblicazione
2009

Three Quotes

This is Len Bias, you have to back him to life. There’s no way he can die

This is a great kid. As a matter of fact Larry Bird said that if we’d draft Bias is gonna come up to the rookie Camp. That’s right, he’s very very high on Bias. This is the guy we wanted, we got him

He saved lifes because of his story

Il regista

Kirk Fraser nasce nel 1976 a Kingston, Jamaica. Appena diciannovenne, nel 2005 griffa la sua prima esperienza in qualità di produttore (di due anni prima la fondazione della sua 3rd May Films) scrittore e regista del documentario “The Life of Rayful Edmond“. La storia narra l’ascesa e relativa caduta dell’indiscusso re della cocaina a Washington, Rayful Edmond appunto, nella dicotomia di un personaggio colpevole agli occhi dei media prima ancora di essere giudicato ed al contempo eroe che ha raggiunto il successo presso l’uomo della strada. Il documentario ha un discreto impatto sul pubblico in quanto l’argomento è di indubbio interesse, il protagonista è notevole (pensate che continuerà a delinquere dal carcere pur condannato a due ergastoli) e la storia è sviscerata a dovere. Arrivano i riconoscimenti: migliore documentario 2006 agli Urban DVD Awards e pubblicazione in prima pagina del Washington Post, grazie anche ad un marketing creativo che sfrutta al massimo un ovvio, per un opera prima, low budget. Nel 2006 il nostro fa il botto sulla Black Entertainment Television (BET) con una serie che ha come protagonista la starlet hip hop Lil’ Kim: “Lil’ Kim: Countdown to Lockdown“. Sempre nel medesimo anno è produttore con Mark Cuban e Jerry Stackhouse di “Against All Odds” per la Fox Sports Network. Sono anni di fervide collaborazioni e scelte azzeccate: in qualità di produttore si distingue per i contributi alla serie “American Gangster” in onda su BET e “Party Boyz” un ora di speciale per la TV-One in occasione della Inaugurazione di Barack Obama quale Presidente degli Stati Uniti d’America. Arriviamo così al 2009, momento cruciale nella carriera di Fraser: insieme all’ESPN nasce “Without Bias” documentario che viene incluso nello speciale novero del 30For30 in occasione del trentennale dell’emittente. Parliamo di un successo a prova di bomba: nel 2010 vince come migliore documentario presso American Black Film Festival (Gran Jury Prize), Black Reel AwardsThe New York Festival, Peabody Award. Riceve anche una nomination per il Sports Emmy Award.
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L’opera

Il documentario di Fraser è suddiviso sostanzialmente in tre parti. Nella prima parte si rivisita la carriera universitaria di Frosty, questo era il soprannome di Bias presso parenti ed amici, ed il momento (eterno) della scelta dei Boston Celtics di puntare tutto su di lui. Len impara in fretta a stare in campo con i Maryland Terrapins e già nell’anno da freshman il talento, anche se grezzo, è li da vedere. Più che mai è la sua volontà che conquista coach Lefty Driesell così come era successo con l’allenatore della Northwestern Highschool. La crescita è esponenziale, il ragazzo è una forza della natura ed il suo tiro diventa sempre più puro con il passare delle ore in palestra. I Celtics, nella persona di Red Auerbach, prendono nota (e scambiano Gerald Henderson per una prima scelta ’86), Driesell ha già deciso chi sarà ad essere effigiato nella collezione degli All-american da lui allenati accanto a Buck Williams. Arriva il momento del draft e Boston non alcun dubbio: Brad Daugherty e Chris Washburn se li prendano altri, Len Bias è il futuro. Nell’intervista postdraft Auerbach sfoggia un sorriso a 32 denti ed il sigaro. Non basta? Larry Bird vuol fargli da chioccia così come Dave Cowens aveva fatto con lui e John Havliceck con Cowens: chiaro il concetto? Ed ecco la seconda parte, ovvero il racconto minuzioso dei fatti avvenuti nelle 48 ore successive. Len e suo padre incontrano i Celtics dopo il draft, vengono invitati ad un party. Len accetta l’invito, James lo declina: è una notte sofferta (struggente il passo in cui ripete  “i couldn’t rest, i couldn’t..rest, i…couldn’t…rest at all”) dove si intrecciano presentimenti negativi, ironia della sorte, nella mente di entrambi i genitori…tutto troppo bello, troppo perfetto, aleggia qualcosa di terribile nell’aria. Il giorno dopo l’endorsement con Reebook ed il ritorno a casa, Frosty è raggiante, vuole festeggiare; c’è un party in suo onore che lo aspetta. Poi la notte maledetta: il migliore amico di Len, Brian, che chiama il 911. “Si tratta di Len Bias, non può morire!” ma è esattamente ciò che accade dopo una notte strappa-cuore. Una dose di cocaina, fatale. La comunità è sotto shock, la famiglia è uno specchio rotto. Arrivano le condoglianze di Michael Jordan e Larry Bird, c’è il reverendo Jackson ai funerali. La terza parte tratta le conseguenze dirette ed indirette della morte di Bias: il processo (che vedrà Brian Tribble condannato a 10 anni per spaccio), l’atteggiamento dell’Nba nei confronti della materia (ed il giovane David Stern avrà un ruolo fondamentale) e l’America tutta che apre gli occhi sulla drug-crisis che imperversa e reagisce con forza. A tal proposito Jeffrey Harding, assistente del procuratore di stato non ha dubbi, tutta la legislazione attuale in materia di droghe è causa diretta della vicenda Bias.

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Punto di vista dell’autore

Il documentario, per espressa volontà di Fraser palesata in più occasioni, vuole prima di tutto celebrare la vita e la legacy di Len Bias. Un ragazzo speciale che cestisticamente (tanto per riassumere) aveva ammaliato Red Auerbach e Larry Bird e che era destinato alla grandezza certa. In un attimo questa certezza diventa un eterno condizionale. Esulando dal discorso puramente sportivo il documentario si propone come simbolo di un approccio senza pregiudizi (e senza pregiudizi, guarda caso, si traduce “without bias”) nell’affrontare un problema che non è presente solo presso i campus universitari, ma in ogni angolo d’America. Quello di Bias è solo uno degli innumerevoli episodi caratterizzanti la drug crisis di metà anni ’80, ma guarda caso il nativo di Landover diventa un simbolo, una sorta di deterrente umano a futura memoria di come l’utilizzo anche solo occasionale di droghe possa essere fatale. Nella tragedia, un indubbio contributo alla percezione di un annoso problema presso la società civile e presso la Lega che lo doveva vedere protagonista per altri motivi.

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Valutazione

Non chiamatemi codardo ma, personalmente, preferisco rifuggire da ogni tentazione di giudizio rispetto agli intenti pedagogici che tale opera inevitabilmente trasuda. La vicenda Bias rappresenta storicamente un punto di rottura nelle coscienze sic e simpliciter, senza bisogno di rafforzare il concetto o enfatizzarlo. Daltronde un approccio senza condizionamenti (in un senso o nell’altro) è caldaggiato dall’autore e dal titolo.  Basti pensare a come è cambiato l’atteggiamento della NBA nei confronti dei rookies e la legislazione che ne è conseguita per punire nonchè educare chi sgarra. L’opera di Fraser ha l’indubbio merito di rendere giustizia sportiva al protagonista, hall of famer dichiarato ante litteram, uno che all’università stava traquillamente al livello, se non una spanna sopra, di quello che poi tutti avremmo soprannominato His Airness, tanto per dirne una. Un ragazzo che aveva lavorato sodo sul suo gioco per raggiungere il livello di fenomeno assoluto nei quattro anni (eh si, quattro) trascorsi a Maryland e che aveva coronato il sogno di una vita. Sogno che poi, ahimè (o meglio ahituttinoi), svanisce in un attimo ma lascia un segno indelebile nella società americana e nell’NBA. Grazie Len.

Consigliometro

9,4/10

 

Luigi Pergamo

Luigi Pergamo

34 anni, nasco calciatore e calciofilo fino a che una domenica mattina di fine anni '80, facendo zapping, faccio la conoscenza di Magic e Kareem: le mie giovani certezze vacillano, più tardi cadranno. Da allora la malattia ha un crescendo esponenziale fino al punto in cui devo cominciare a parlarne e, poi, scriverne. Sposato e con un figlio (3 anni e tifa Bucks, boh) quando non lavoro lancio spingardate al ferro in palestra o al playground.

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