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Western Conference Finals: il racconto

In molti si erano affrettati a definirla una finale anticipata. E in effetti la sfida sull’altro versante, sintetizzata dalla letteratura sportiva contemporanea come lo scontro fra LeBron, a caccia dei fantasmi della Storia, e un gruppo di terribili ragazzini, passati attraverso molteplici avversità ma proiettati verso un futuro radioso, sapeva già di finalina di consolazione. Non è mai semplice tuttavia fare un confronto che si basi su parametri realistici fra due conference in cui sostanzialmente si gioca per 8 mesi sì, allo stesso sport, partecipando, è vero, al medesimo campionato ma (per dirla alla Jules di Pulp Fiction) “non è lo stesso fottuto campo da gioco.” Se i precoci C’s e il figliol prodigo James, per motivi diversi, “not even supposed to be here” (come piace a loro), Rockets e Warriors si sono trovati esattamente dove avrebbero dovuto essere, a giocarsi in 48 minuti il diritto di sfidare i Campioni della Eastern per il Titolo NBA. D’altronde era più o meno dal training camp che se le promettevano. Soprattutto a Space City si è esaltato la natura di anti-Warriors della squadra fin dalla sua costruzione estiva. Che sia stata la vera finale oppure no, ci interessa il giusto. È stata una serie in cui non è mancato assolutamente nulla: esplosioni di talento da una parte e dall’altra, difese ruvide ma tecniche e infortuni drammatici. Noi di NBALife, insieme a un mucchio di altre persone, ve l’avevamo presentata come ball movement vs Iso, Hamptons Five contro il backcourt Barba-CP3. C’è stato un po’ di questo ma anche e soprattutto molto altro.

Siamo alle porte delle NBA Finals, nella notte inaugureremo un altro capitolo di questo magico libro, ma giova interrogarsi ancora un po’ su quanto appena mandato in archivio. Ci vorranno giorni, se non addirittura mesi, per mettere la “guerra di trincea” (parole di Steve Kerr) per la conquista dei Territori del Sud-Ovest nella giusta prospettiva. La sinistra tendenza ad accendere e spegnere mostrata dai Warriors resterà soltanto una pallida impressione di maggio oppure porterà nuovi impedimenti alla corazzata della Baia? Davvero Houston aveva fra le mani la kryptonite per far tornare questi super-uomini, lanciati ad ali spiegate verso sogni di Dinasty, sulla Terra o il gioco tutto triple e penetrazioni al ferro, portato così agli estremi, rimarrà soltanto un peccato, seppur dolcissimo, di vanagloria? Sullo sfondo ancora una volta l’ex-baffo, finito nuovamente sul banco degli imputati per aver osato imprudentemente sfidare i sacri dettami dei custodi della verità della palla a spicchi. Come se l’edizione dei Rockets 2018 avesse qualcosa in comune con i Suns del due-volte-MVP Steve Nash… Ma tant’è. Di una serie combattuta col coltello fra i denti e più di qualche argomento tecnico per spaventare i migliori verranno ricordate soltanto le 27 triple sbagliate consecutivamente dai rossi nel decisivo episodio finale. Nessun accenno al fatto che se in Texas si piange per le bombe, a Oakland si sorride più o meno per gli stessi motivi. Se Houston ne ha scagliate 44 in una volta sola, Golden State si è fermata a 39. Di queste conclusioni, 36 da una parte e 33 dall’altra rientravano fra i cosiddetti contested shots per stasnba.com. Nel terzo quarto, quando la serie si decideva, Houston ha avuto tiri aperti, piedi per terra, come poche altre volte in stagione. Eppure li ha sbagliati. Nessun credito alla volontà di portare a casa il ferro, dimostrata da Harden e compagni e stoppata a più riprese dagli altri, nel momento clou, grazie a una delle linee difensive più impenetrabili di sempre. Che la battaglia nel pitturato sia finita 56-28 in gara 7 per i Rockets è mera statistica. Come si fa a tirare tutte quelle volte da tre? Come se fin lì ne avessero vinte 76 a forza di semi-ganci in area… A volte può esservi grande orgoglio anche nella sconfitta, anche se qualcuno sembra dimenticarselo a piacimento.

La difesa

Ma lasciamo queste grame considerazioni e torniamo al parquet, sulla cui superficie levigata sono state scritte pagine bellissime di pallacanestro nelle ultime due settimane. Abbiamo parlato di ball movement. Il proverbiale giro-palla tambureggiante in salsa californiana è saltato già in gara 1 quando, complice l’arcigna difesa dei Rockets, Golden State è stata costretta a ricorrere al cosiddetto piano B. Quando la tua exit strategy si chiama Kevin Durant, puoi dormire tendenzialmente sogni tranquilli. Le prestazioni dell’MVP delle ultime finali nelle due trasferte iniziali hanno un comune denominatore: l’onnipotenza. Il coaching staff di Mike D’Antoni, supportato brillantemente dal Capo della Difesa, Jeff Bzdelik, ha speculato fin dall’inizio sulla tendenza dei Warriors, da quando hanno aggiunto l’arma totale KD, a fermare la palla (più del consueto) nelle mani del suo cannoniere col numero 35. Cambiando sistematicamente su ogni blocco, a volte anche preventivamente e lontano dalla palla, Houston è riuscita a ingolfare il motore della splendida Ferrari in mano a Kerr. Con le linee di passaggio eccezionalmente oscurate, l’Idra di Lerna chiamata Golden State ha avuto bisogno di tutte le sue nove teste per venire a capo del problema. La più velenosa, quella di Durant, ha mandato a libri una serie da 30,4 punti a partita, col 46% al tiro. Soltanto in occasione dei blowout di gara 3 e gara 6 e sporadicamente in gara 7 si è rivisto il movimento di palla dei giorni migliori. Per il resto Curry e compagni sono stati costretti a tanti uno contro uno in isolamento. Che quando disponi di così tanto talento restano degli splendidi uno contro uno, ma sempre di assoli si tratta e, in quanto tali, non servono a implementare la coralità dell’attacco. Soprattutto quando – e questa rappresenta un po’, a mio avviso, la deriva della pallacanestro moderna in NBA – si riduca l’attacco alla mera ricerca del mismatch più favorevole, propiziando cambi vantaggiosi ma escludendo tutto il resto. E allora via con i Curry e gli Harden della situazione messi in ogni pick and roll. Il capolavoro di Bzdelik è stato dipinto nelle gare 4 e 5, con Golden State tenuta prima a 92 e dopo a 94 punti segnati. Bisogna dire che nell’altra metà campo, i Warriors hanno riservato ai Rockets lo stesso trattamento. Houston in gara 1 ha riscritto tutti i record stagionali (probabilmente ogni epoca) in fatto di isolamento. Già da gara 2, D’Antoni ha cercato di far sviluppare ai suoi un numero maggiore di collaborazioni offensive. Dopo l’1-1, il coaching staff di Golden State è riuscito a neutralizzare il pericolosissimo escamotage trovato dagli avversari per allargare ulteriormente il campo: il poi ribattezzato Tuck-wagon. Con Gordon al posto di Capela e Tucker ad agire da 5, gli esterni di D’Antoni nella seconda partita della serie avevano affettato la difesa degli altri a suon di penetrazioni al ferro. Il dato dei punti nel pitturato pendeva paurosamente verso i texani. Grazie ad alcuni accorgimenti tattici, dopo quella gara, di Tuck-wagon non si è più sentito parlare. Quando ancora mancavano 3:35 alla fine del secondo quarto di gara 3, Harden e Paul avevano già fallito 11 layup. Le due ottime difese “orizzontali” hanno prodotto una gran mole di palle perse, che sono andate di pari passo con le fortune di ognuna delle due compagini. Nelle prime 6 gare, Houston ha perso in media 19,0 palloni nelle sconfitte, soltanto 12,3 nelle vittorie; Le turnovers di Golden State si sono fermate a 9,7 nei trionfi, mentre sono schizzate a 16,3 nelle occasioni in cui hanno prevalso gli avversari. Gara 7 ha rappresentato l’unica eccezione, con i Rockets che si sono aggiudicati la battaglia delle palle perse per 12-17 ma la W è andata ai Warriors. Perdere troppi spalding può essere deleterio contro Golden State, indubbiamente la miglior squadra in transizione nella NBA. Houston si era allenata a non farlo nei precedenti turni, riuscendoci con sorprendente abilità. In finale di conference, a causa di cattivi bilanciamenti difensivi, misti a discutibili interpretazioni individuali, ha concesso troppo contropiede agli avversari: ancora una volta i punti da fastbreak dei Warriors sono stati 20 in media nelle vittorie, appena 9 nelle sconfitte.

Gli infortuni

paul

Sull’asse Bayou City – San Francisco Bay abbiamo assistito a una passerella di incredibili eroismi, al netto però di sofferte privazioni. Si può dire che fino a gara 3 (infortunio al ginocchio sinistro di Iguodala) si sia trattato di un certo tipo di serie, da dopo gara 3 a gara 5 (infortunio di Chris Paul al bicipite femorale) la storia sia profondamente cambiata, infine sul pizzico al retro-coscia del piccolo grande uomo da Winston-Salem la serie sia girata un’ultima volta. Finché Iguodala è stato in campo, le rotazioni difensive dei Warriors sono andate a memoria, se si esclude gara 2 (quando però gli ospiti erano già sazi per aver “rubato” il fattore campo.) Fare a meno di Andre ha significato rinunciare pure a una buona dote di ball handling e tiri pesanti. Nelle due partite mediane, la 4 e la 5, quelle sigillate con una tripla nel finale di Gordon, è salito in cattedra il professor Paul. All’esordio su questi palcoscenici, ha contribuito in maniera sostanziale ad alleggerire le spalle di Harden dal pesante fardello della leadership emotiva del gruppo. Ha segnato triple à la Irving, con il difensore dentro la canotta, compiuto una sua personalissima rivisitazione del fortunato film Mezzogiorno di Fuoco, ingaggiando duelli contro tutti i bigmen, o presunti tali, avversari, e regalato lungolinea di Federeriana memoria, non sulla terra rossa, bensì sulla linea di fondo del parquet incrociato. Ha fatto e disfatto. Si è esibito persino nello shimmy, il balletto con ondeggiamento delle spalle, in faccia al suo inventore, Curry. Ma esattamente come nel mito greco, si sono scomodati addirittura gli dèi per punire la sua hybris, palesandosi sotto forma di infortunio season-ended. Solo gli dèi appunto, sanno se Chris abbia mai terminato una stagione senza essere infortunato. Il guaio è stato doppio perché non soltanto Houston si è vista privata di uno dei suoi pezzi da novanta, ma sono venuti a mancare i suoi 8,2 punti di media nei terzi quarti della serie, racimolati col 53.8% dal campo e il 54.5% da tre.

Il terzo quarto dei Warriors

Ecco, il terzo quarto. Qualcuno più in gamba di me una volta ha detto: “Le gioie della vita: Michelle Pfeiffer, il cioccolato e… Kobe Bryant in campo aperto.” Beh, credo sia giunto il momento di aggiornare questa acuta osservazione in: “La gioia della vita: il terzo quarto Warriors. Period.” A questo punto della narrazione non possiamo prescindere dal commentare quello che è diventato ormai un classico della pallacanestro moderna, il travolgente rientro dei Warriors dallo spogliatoio in seguito al risposo lungo. Un giorno Kerr, o chi per lui, dovrà spiegarci cosa si dicono, fanno, o invocano prima di ricominciare. La capacità di Golden State di uccidere le partite, se in vantaggio, o di riacciuffarle per i capelli, se costretta pesantemente ad inseguire, nel terzo periodo di gioco ha del magico. Volendo trovare una spiegazione dico che questi ci prendono in giro. Volendo essere più seri, immagino che la fiducia di Thompson e soci nei propri, incredibili mezzi abbia raggiunto livelli talmente elevati semplicemente da impedire loro di considerare impossibile qualsiasi rimonta. Golden State si è ritrovata sotto 3-2 nella serie, sul -17 già alla fine dei primi 12 minuti, in mezzo a tifosi attoniti, eppure niente. Non ci ha pensato minimamente ad arrendersi. È finita a -15 durante il secondo quarto di gara 7, col pubblico in escandescenza, e nonostante tutto, l’ha ripresa ancora. Ciò che stupisce ancor di più è che, una volta raggiunti gli avversari, i Warriors non si accontentino di vivacchiare ma mettano la freccia per il sorpasso, spingendo ancor più sull’acceleratore. In gara 6 questo spirito magico ha prodotto un quarto da 7/11 da oltre l’arco. Nella successiva: 7/12. Pura fantascienza.

terzo-quarto

Se prendiamo l’intera serie come riferimento, questi hanno sepolto gli avversari sotto 9,7 punti di disavanzo soltanto in questo frangente della contesa. Un merito ulteriore va allora riconosciuto ai Rockets perché in gara 4, alla Oracle, facevano talmente sul serio e potevano contare su un piano partita così solido da ritornare ben due, se non addirittura tre volte dal baratro del -12. Non per caso al termine dei 48 minuti si è registrata la prima sconfitta casalinga nei playoff dei Warriors da quando possono contare sui servigi di Durant. Il parziale dei giallo-blu, per la superiore abnegazione nella metà campo difensiva e l’ineluttabilità degli exploit balistici, è da considerarsi sempre pronto ad accadere.

Mezzogiorno di fuoco

Di Durant e Chris Paul abbiamo già trattato a sufficienza. Mi preme adesso spendere due paroline sugli Splash Brothers. KD è forse con James il migliore al mondo. I suoi isolamenti su un quarto di campo, al termine (o all’inizio…) dei quali tira sulla testa di chiunque, sono materia di studio per gli scienziati, oltre che boccate di ossigeno per i suoi, in determinati momenti. Ma quanto sono belli da vedere i Warriors quando Curry e Thompson fanno da mattatori?! È successo compiutamente forse soltanto in gara 6.

In un must win game Curry ha suonato la carica con improbabili (per gli altri) palleggi-arresto e tiro, mentre Thompson tagliava e si muoveva sui blocchi con l’agilità di un felino. La maturità raggiunta da Steph nella serie è stata per certi versi sorprendente. Quando la difesa non gli concedeva mezzo millimetro per tirare (gara 1 e 2), non ha fatto una piega, battendo l’uomo sistematicamente dal palleggio ed andando dentro ogni volta che si creava lo spazio. Tornato alla Oracle, ha ritrovato confidenza con le distanze e con i suoi amati ferri, scagliando conclusioni fulminanti da oltre 28-29 piedi. Tiri senza senso, direttamente dal palleggio, con tempi di rilascio inimmaginabili hanno segnato irrimediabilmente i secondi tempi delle gare 3,6 e 7. A proposito delle triple dei D’Antoni’s boys… I suoi numeri, 25 punti, 6,6 rimbalzi e 5,7 assist con il 36% da tre su 75 tentativi, ci parlano di un Curry in ottimo stato di forma, pronto a dare la caccia al suo terzo titolo.

Accanto a Steph, probabilmente più di Steph, la differenza l’ha fatta Klay Thompson. Il figlio di Mychal, non lo scopriamo certo adesso, è un giocatore imprescindibile per questa squadra. Non può assolutamente essere considerato un caso il fatto che la sua stella si sia offuscata proprio in quel periodo della serie di finale di conference, durato fra gara 2 e gara 4, in cui l’inerzia sembrava potersi spostare inesorabilmente nelle mani di Houston. Avere costantemente le braccia addosso degli avversari, pronti a passarselo letteralmente di mano in mano fra i blocchi, può aver finito per inceppare anche un meccanismo sublime come il gioco senza palla di Klay. Se è vero che i Rockets cambiavano su tutti i blocchi, quando era coinvolto Thompson lo facevano ancora più convintamente. Poi qualcosa si è sbloccato (è proprio il caso di dirlo…), dentro la sua testa, ma soprattutto nelle trame di gioco dei Warriors. Il numero 11, dopo averne messi 28 in gara 1, nelle successive tre gare ha tenuto la non invidiabile media di 10,3 punti a partita con 13/38 al tiro e soltanto 12 triple tentate. Dalla quinta in poi è stato un uragano: 25,7 punti ad allacciata di scarpe con 29/50 dal campo e 16/28 da tre. La sua gara 6 da 13/19 nelle conclusioni con il primo difensore ad almeno un metro di distanza ha certificato il ritorno dei Guerrieri: spaziature corrette, tagli e solita girandola di blocchi. Se a tutto questo aggiungiamo anche che Thompson nella metà campo difensiva si è occupato costantemente della marcatura dei più forti degli altri, non possiamo che consegnarli direttamente il premio di MVP della serie. Nelle 7 partite infatti si è trovato a difendere Paul per 20,6 possessi a sera, concedendogli appena 2,6 punti col 37.5% al tiro, e Harden, per una media di 21,6 possessi, utili soltanto per 5,6 dei 28,7 punti di media a partita del Barba nella serie. Ottimo lavoro Klay!

In casa Houston, a causa dell’infortunio di Paul, gli ultimi a mollare sono stati proprio Harden e un positivissimo Eric Gordon. L’ex-Clippers e Pelicans ha chiuso a 19 punti di media ma soprattutto ha rappresentato un’autentica spina nel fianco per la difesa di Golden State. Le sue incursioni di potenza nel pitturato sono state mal digerite da Green e compagni. Tanto da far dire agli osservatori da divano di gara 7: “Vai dentro Gordon! Non ti accontentare del tiro.” Come se fosse un 5 contro 0 da allenamento e gli altri non opponessero resistenza… Nella restante parte del tempo Eric si è divertito a scagliare simpatiche triple decisive a qualche minuto dal termine. Apriamo (e chiudiamo) il capitolo James Harden. Se D’Antoni è il bersaglio naturale (da tipo 20 anni?) fuori dal campo delle spietate staffilate di stampa e addetti, sul parquet sarà il Barba a dover indossare l’elmetto per respingere le accuse di perdente o, nella migliore delle ipotesi, di palleggiatore folle in arrivo nei prossimi mesi. Delle sue western conference finals resteranno probabilmente lo 0/22, anche questo consecutivo, da tre fra gara 4 e gara 6 o il 19/78 totale (24.4%) sempre da oltre l’arco. Il suo stile, un po’ da torero, un po’ da ballerino di tango argentino, potrà non piacere. Troppi palleggi. Tiri forzati ogni oltre logica. Ma non si può restare indifferenti di fronte alla sua stagione. Non può non avervi commosso il suo ennesimo, disperato tentativo di mettersi ancora una volta la squadra sulle spalle e sfidare, andando molto vicino a batterli, i mostri dell’Ovest. Perché di triple si vive e di triple si muore. Ma è tutto più semplice quando si hanno Curry, Thompson e Durant dalla propria parte.

Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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