Misaka

Wat Misaka, the Microscopic Giant

Come per tutte le istituzioni di una certa rilevanza, uno studio della struttura interna e dell’organizzazione della NBA può rivelarsi estremamente interessante e fonte di spunti per un’analisi a più ampio spettro del mondo nel quale tale istituzione si pone. In tal senso, uno sguardo retrospettivo alla storia della Lega può rappresentare una vera e propria cartina tornasole del rapporto degli americani col mondo e con se stessi. Senza distogliere la nostra attenzione dall’ambito più prettamente cestistico, la rubrica Roots si propone di comprendere l’evoluzione del sistema-NBA e del sistema-America, e di rendere intellegibili le zone di contatto fra i due mondi, concentrandosi sui momenti e i personaggi che hanno contribuito ad indirizzare una tale evoluzione.

Scusatemi per questo lungo (e tedioso) preambolo, ma aver studiato storia può avere questi effetti devastanti sull’approccio alle varie tematiche. Nel precedente articolo abbiamo parlato del basket dei pionieri e di come si è arrivati sino alla BAA, progenitrice diretta della NBA. Per quel che mi riguarda, la parola “pionieri” mi fa pensare sempre a Jack London e ai cercatori d’oro del Klondike. Purtroppo, pare che con piccone e setaccio non si possa giocare a basket (anche se un Ron Artest che ti prende a picconate mentre blocca io riesco facilmente ad immaginarmelo eh), quindi non parleremo di questo, ma di un altro tipo di pioniere, un pioniere del basket come Wataru Misaka. Ma perché dovremmo interessarci di un giocatore di un metro e settanta, autore di 3 partite e 7 punti in carriera? Sicuramente non per le cifre, diciamo che abbiam visto di meglio. Si tratta, a dirla tutta, di un onesto mestierante come tanti, sicuramente meno importante di molti per quel che riguarda l’aspetto meramente sportivo della vicenda, ma comunque fondamentale. Ma facciamo conoscenza con Wataru. Il nome può venirci in aiuto: è infatti evidente l’origine nipponica di Misaka, figlio di immigrati giapponesi stanziatisi a Ogden, nel ridente (mica tanto…) Stato dello Utah.

Nato nel ’23, sin da ragazzo il buon Wat deve affrontare tante sfide, in primis quella di vivere nello Stato dei mormoni, certamente non il più liberale d’America. Non solo. Negli Stati Uniti degli anni ’30, nei quali Misaka cresce, la segregazione razziale è ancora forte, e lo stesso Wat patisce la discriminazione. Come per molti altri, anche per Wat lo sport costituisce una valvola di sfogo. Sin da ragazzo Wataru mostra di avere talento e inizia ad inanellare trofei. Dapprima conduce la non proprio rinomata Ogden High School al titolo statale del 1940 e a quello regionale del 1941. Finita l’high school, va al Weber College per due anni. Risultato? Altri due titoli, ovviamente. Tutto questo non sembra poter fermare l’odio razziale nei suo confronti: Wat non viene servito nei ristoranti ed è addirittura evitato per strada. Come se non bastasse, ad accentuare le difficoltà che Wat e tanti altri devono affrontare si mettono anche le contingenze della guerra. Pearl Harbor rappresenta il colpo di grazia per le sorti di molti nippo-americani: più di centodiecimila persone, gran parte delle quali cittadini americani a tutti gli effetti, vengono internate forzatamente in vari campi. Dal clima di apartheid virtuale conosciuto da Wataru sin da tenerissima età si è passati, sull’onda emozionale dell’attacco giapponese, alla vera e propria segregazione di gruppo.

Utah

Wat riesce comunque ad entrare a Utah University, dove conquista il titolo NCAA nel 1944. Non solo Utah era il classico esemplare di underdog, ma a quel torneo NCAA non doveva proprio partecipare. Non che fosse una brutta squadra, anzi: nonostante l’occupazione del proprio palazzetto da parte dell’esercito, Utah veniva da un’ottima annata ed era stata invitata ai tornei di fine stagione sia dalla NCAA che dal NIT (National Invitation Tournament), ma aveva optato per quest’ultimo in quanto garantiva più soldi e maggior prestigio e visibilità. Eliminata al primo turno da Kentucky, la stagione degli Utes sembra essersi conclusa. Laddove però gli uomini non arrivano spesso ci si mette il destino: un incidente stradale mette fuori gioco due giocatori e un dirigente di Arkansas University a pochi giorni dall’avvio della March Madness. Si apre quindi una voragine nel tabellone della fase finale NCAA, colmata con la chiamata proprio di Utah. La prima fase si svolge a Kansas City, raggiunta precipitosamente in treno dalla squadra dello Stato dei mormoni: Missouri e Iowa State vengono clamorosamente spazzate via, per completare il capolavoro manca la finale contro la testa di serie numero uno, Dartmouth. La finale è al Madison Square Garden, dove Utah aveva perso pochi giorni prima contro Kentucky. Stavolta però la storia è diversa e, seppur all’overtime, riesce ad avere la meglio su Dartmouth. Tecnicamente la partita è dominata da Arnie Ferrin (poi bi-campione NBA ai Minneapolis Lakers, la prima dinasty NBA), compagno di avventure di Misaka sin dall’high school e autore di 22 dei 42 punti degli Utes, ma la scena emotiva del match è controllata a mani basse da Misaka, scheggia impazzita su tutte le linee di passaggio di Dartmouth e addirittura a rimbalzo.

Il rientro da New York è trionfale, ma purtroppo per Wat non è solo rose e fiori: la madre lo attende con LA lettera, quella che lo avvisa della sua convocazione per l’esercito. Wat deve servire la sua patria e (triste ironia) deve farlo durante l’occupazione del Giappone. Tornerà in America due anni dopo, giusto in tempo per tornare a Utah e partecipare alla stagione sportiva 1946-1947. Ah, ricordate la sconfitta contro Kentucky al NIT? Gli Utes si rifaranno alla grande al NIT del ’47, battendo in finale proprio Kentucky, con Wat che tiene il migliore degli avversari, Ralph Beard (futuro All-Star NBA, mica uno qualunque) ad un solo punto. La sua straordinaria performance difensiva non passa certo inosservata: viene infatti chiamato dai Knicks durante il primo draft della BAA, che si svolge di lì a pochi mesi.

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La sua avventura nella Lega, come abbiamo visto, è di breve durata, ma Misaka entra di diritto nella storia in quanto è il primo non-bianco ad aver giocato nella Lega. L’apertura ai neri è ancora lontana: se il primo nero in uno sport professionistico è Jackie Robinson, che sfonda la baseball color line nel ’46, solo nel ’50 i primi giocatori di colore (Chuck Cooper, Nat “Sweetwater” Clifton e Earl Lloyd) approdano nel dorato mondo NBA. È stato però Wat l’apripista, e gli americani tendono a non dimenticare queste cose. Non solo gli hanno dedicato un documentario (Transcending: The Wat Misaka Story), ma negli Stati Uniti è ancora personaggio amato. Obama, da sempre attento alle vicende della palla a spicchi, lo ha ringraziato in un discorso pubblico. Nel 2013 gli Houston Rockets lo hanno invitato ad un partita e gli han fatto conoscere Jeremy Lin. Oddio, forse non è proprio così amato…

Ciò che maggiormente stupisce della storia di Wataru Misaka è il fatto di essere riuscito a vivere e ad affermarsi nonostante ogni probabilità e ogni pregiudizio gli sembrassero avversi: quello di against all odds è ancora un concetto forte nell’NBA, splendidamente espresso da LeBron James in seguito alla premiazione come MVP delle Finals 2013. Parafrasando il 23 dei Cavs, Wataru avrebbe potuto dire:

“I’m Wataru Misaka, from Ogden, Utah, from the inner city, I’m not even supposed to be here”.

Stefano Goddi

Stefano Goddi

27 anni, ho sempre amato (quasi) tutti gli sport nonostante la più totale incapacità nel praticarli. Il mio avvicinamento al basket è piuttosto tardivo, e si concretizza soltanto nel 2006, quando, durante un pressoché inutile pomeriggio passato su SportItalia, vengo folgorato come neanche Paolo sulla via di Damasco dallo strapotere tecnico e fisico di LeBron. Da questo momento l’interesse cresce vertiginosamente, sapientemente alimentato da due istituzioni come Buffa e Tranquillo, sino ad arrivare alla necessità quasi fisica di scriverne. Rimpiango ancora di non aver chiesto all’Avvocato un parere sulla vita notturna di JR Smith a Cleveland.

 

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