vlade

Vlade Divac: Once Brothers, forever brothers

Correva l’anno 2004, da Ellis Island fino a Mussel Rock era tornato a spirare il vento dell’Est lungo la scia tracciata dalle interminabili parabole da 3 di Stojakovic, destinando, lungo il tragitto, turbinosi refoli di bora anche verso i parquet sabaudi.

Qui un gruppo di ragazzi, in quella che fu la categoria Cadetti, aveva all’epoca assunto l’usanza di alzarsi dalla panchina ad ogni tiro da 3 punti di un compagno alzando al cielo entrambe le braccia e puntando verso le luci della palestra il pollice, l’indice ed il medio, alla maniera dei Sacramento Kings dell’epoca, come tramandato dallo stesso Peja e da un uomo barbuto il cui sguardo giocava a celarsi tra le pesanti occhiaie. Avremmo scoperto tempo dopo la spinosa ambivalenza di quel triplice dispiegarsi delle dita secondo la cultura serba, così come sarebbe occorso tempo affinchè quella figura che pareva essersi fatta largo sulla superficie terrestre dopo aver risalito con sofferenza sisìfea la corrente dell’Acheronte catturasse la nostra attenzione, all’epoca totalmente monopolizzata dai vari Kobe, Shaq, Iverson, Tracy Mc Grady e “Il Barone” Davis.

Tempo dopo avremmo compreso la grandezza cestistica del pianista di Prijepolje anche noto come “Marlboro Man” per la sua seconda grande passione: le sigarette.

Per comprendere la storia di gospodin Divac, così come di tutti gli “Jugoslaven”, etimologicamente figli di “jugo” (“sud”) e “slaven” (“Slavi”, ma anche “gloriosi”), è necessario iniziare e proseguire al di là dei riflettori e delle cineprese delle grandi testate sportive internazionali. Non è possibile comprendere lo spirito degli eredi dei Karađorđević e di piazza Terazije e, dunque, nemmeno la storia degli Once Brothers o il rigetto della bandiera croata nella notte di Buenos Aires ’90, senza calarsi nell’eterno rincorrersi di eco strozzate tra vicoli trivellati di piombo fratricida, attorniati da macerie di epopee polverizzate dall’inesorabile scorrere della storia.

Tutto ebbe inizio nel grembo della giovane figlia di quella che fu la Kraljevina Jugoslavija e che divenne, all’alba del 29 Novembre 1945, FNRJ (Federativna Narodna Republika Jugoslavija) e poi SFJR (Socijalistička Federativna Republika Jugoslavija), mentre il gelido vento balcanico, in cui ancora spirava il grido di “Hej Slaveni”, cominciava a rinfocolare la scintilla nazionalista sopita per decenni tra le reminiscenti braci del governo di Tito. È in questo contesto che un ancora quindicenne Vlade approda al KK Sloga, polisportiva di Kraljevo, letteralmente “la città dei re”, là dove l’Ibar confluisce nella Morava e le mani del Patriarca incoronarono i sette sovrani del Regno.

15

Tre anni dopo, quello stesso ragazzo, ormai non più glabro e già abile nel carezzare le corde d’arpa dei canestri, così come nell’accendere l’anima di tabacco di decine e decine di sigarette, di giorno svetterà, con i suoi 2.16m, per le vie di Belgrado, tra giubbotti di pelle, sgangherate macchine sovietiche e donne dal volto imbronciato e dalla rara bellezza, mentre ogni notte infiammerà gli animi di Novi Beograd in quel girone infernale di spalti anche noto con il nome di Hall Ranko Zeravica.

Parliamo dell’immortale dinastia del Partizan, madre della generazione onorevole dei vari Đorđević, Obradovic, Pecarski, Paspalj e Danilovic, quell’araba fenice del basket europeo che avrebbe per sempre inciso a fuoco il proprio nome nella storia vincendo due campionati nazionali, una Coppa di Jugoslavia e una Coppa Korac (ai danni di Cantù). Sarà già in questa fase di quello che potrebbe essere un lungometraggio di Kusturica che traspariranno i primi fotogrammi di quello che poi sarebbe divenuto l’inconfondibile stile divaciano, quell’instancabile e mai senescente leitmotiv di uso magistrale del corpo sotto canestro, schiacciate, rimbalzi, tiri dalla media e, soprattutto, a mio modestissimo avviso, il colpo più lirico e romantico del #12 di Prijepolje: il passaggio.

La poesia del passaggio è tutta racchiusa in quell’arte sensuale che ben comprese e riassunse Vatsyayana nel celeberrimo libro da cui tutti abbiamo rubato qualche paragrafo (o qualche figura), ovvero nell’imponderabile, trascendente ed ispirata variabilità. Divac è stato probabilmente il centro con la più straordinaria e pirotecnica capacità di passaggio che mai abbia calcato un parquet di pallacanestro (dopo di lui Sabonis). Punto.

Arriva così Los Angeles, quella di Kareem, che gli sarà mentore, Magic e tutto lo scenografico contesto di quei Lakers di fine anni ’80-primi ’90 che sarebbero divenuti solo spettatori alla consegna del Larry O’Brien Trophy in quella notte del 12 Giugno 1991 in cui il Great Western Forum incoronò per la prima volta Jordan e i suoi Bulls. L’entusiasmo in patria per l’approdo del gigante serbo sarà tale da tramutarsi in una popolarissima canzone dei Deca Loših Muzičara (intitolata “Vlade Divac”, appunto, perché la fantasia dell’Est è particolare e, soprattutto, si esprime a modo proprio).

Ma, come dicevamo, teniamoci lontani, almeno per il momento, dai riflettori della NBC, dai parterre delle star di Hollywood e dalle cadenze yankee (per inciso, Divac spiccicò a malapena una manciata di parole in Inglese per svariati anni della propria carriera americana, ma sicuramente ci mise ben poco a capire come chiedere le sigarette al tabaccaio di Sunset Boulevard).

All’inizio degli anni ’90 la grande Jugoslavia era a tutti gli effetti l’epicentro del basket europeo, nonché la seconda capitale del basket mondiale, prolifica di giovani talenti nati e cresciuti tra Lubiana, Zagabria, Sarajevo, Belgrado, Titograd (poi Podgorica) e Skopje, nel contesto federale socialista di Tito. È in questa fase che nascerà la leggenda, affascinante, quanto amara, degli Once Brothers, agli annali come Vlade Divac e Drazen Pretrovic, Serbo-ortodosso il primo, Croato-cattolico il secondo.

Come definire sinteticamente Petrovic per chi sia perso questo capitolo del Libro: “il Mozart dei canestri”, come fu definito dal suo approdo allo Cibona in avanti, fu probabilmente il giocatore europeo più incredibile e stravolgente di ogni tempo e, a mio parere, uno dei talenti più fulgidi, puri ed eclettici che mai abbia calcato un parquet NBA. Dominante in Europa come solo Alessandro il Macedone e Bonaparte prima di lui (una finale di Coppa Korac, ancora diciottenne, con il Sibenik, squadra di secondo piano di quella piccola città marittima dalmata che gli diede i natali, poi, passato al Cibona, un titolo di Jugoslavia a 43.3 punti di media, due Coppe dei Campioni, una European Cup e la storica partita da 112 punti il 5/11/1985 in quella YUBA Liga poi vinta, uno scudetto con il Real Madrid e la Coppa delle Coppe conquistata in finale contro la storica Caserta di Esposito, Gentile e Schmidt, mettendone 62).

Giunto negli USA, nella sua prima intervista per Sports Illustrated dichiarerà:

“In Europa sono il più forte e ho vinto tutto. Non mi interessa continuare a vincere e a collezionare coppe. Cerco altre sfide e voglio dimostrare di poter giocare anche nell’Nba”.

Arriva l’estate del 1990, l’Argentina, ancora in lutto per la Coppa del Mondo di calcio persa l’8 Luglio all’Olimpico di Roma, accoglie i Mondiali di basket e, soprattutto, arriva la rovente notte di Buenos Aires: la Jugoslavia più forte di ogni tempo, sbarazzatasi della giovanissima selezione statunitense di Coach K, Alonzo Mourning, Christian Laettner, Kenny Anderson e Todd Day (padre di Austin), demolisce in finale l’Unione Sovietica. Vlade e Drazen stanno vivendo quel sogno inseguito per decenni correndo senza sosta, dai freddi palazzetti dell’Est, fino alle mastodontiche arene NBA, dopo essere cresciuti insieme cestisticamente e non in un’epoca in cui la gioventù balcanica passava più tempo in palestra e in pullman (o furgone) attraverso l’Europa che in famiglia, per chi ancora ne aveva una. I fratelli elettivi sono divenuti uomini e giocatori, supportandosi a vicenda in lunghe chiacchierate telefoniche tra L.A. e Portland, quella Portland di Clyde Drexler in cui Petrovic faticherà a trovare spazio e con cui aveva appena perso una serie di Finals contro Detroit.

hermanos-y-enemigos-petrovic-y-divac-foto

In quella torrida notte argentina, mentre Toni Kukoc, Dino Rađa e compagni si accomodano sul tetto del mondo, i tifosi slavi si gettano in campo per esultare assieme ai propri giocatori, un tifoso croato sventola la bandiera di quella Repubblica croata che aveva preso a rivendicare la propria indipendenza (ottenuta l’anno seguente). Divac, sostenitore dell’unità fraterna di tutti gli slavi, strapperà dalle mani dell’uomo quello che all’epoca era una sorta di vessillo secessionista, divenendo protagonista di un fotogramma destinato a passare alla storia e ad issare il numero 12 dei Lakers come involontario simbolo dell’orgoglio serbo, conseguentemente mal tollerato dagli indipendentisti croati. Da quel giorno Drazen Petrovic rifiuterà di avere ulteriori rapporti con l’amico d’infanzia, rigettando ogni tipo di dialogo fino alla fine dei suoi giorni. Fine che, purtroppo, giungerà prematuramente il 7 Giugno 1993 a Denkendorf, quando la Volkswagen Golf di Drazen e Klara Szalatzy (oggi moglie dell’ex calciatore Oliver Bierhoff), di ritorno da una partita della nazionale croata contro la Polonia, si schianterà contro un camion proveniente dalla corsia opposta. Il numero 3 venuto da Sibenik, lascerà in eredità il ricordo indelebile di un giocatore divenuto nel mentre dominante anche in NBA, in quei New Jersey Nets in cui si impose alla maniera delle grandi leggende grazie alla propria classe alle micidiali percentuali da 3 punti, raggiungendo quello status di All-Star che sembrava averlo definitivamente proiettato verso una squadra da titolo.

Ancora oggi in Croazia il 7 Giugno è giornata di lutto nazionale, mentre dall’altra parte dell’oceano nessuno potrà mai più vestire la maglia numero 3 dei Nets, oggi trasferitisi a Brooklyn. In epoca recente, anche Steph Curry ha deciso di dedicare il proprio tributo al mito croato, donando la propria maglia di campione NBA alla famiglia Petrovic in segno di profonda stima. Che quella notte “il Mozart dei canestri” dovesse tornare a Zagabria con il resto della squadra in aereo, così come che abitualmente fosse lui a guidare (il posto del conducente non fu coinvolto nell’impatto) sono elementi che non hanno ormai più alcuna rilevanza.

divac-y-la-bandera1

Divac potrà ritrovare l’amico solo alcuni anni dopo, in un contesto politico ormai “pacificato”, in quello storico momento immortalato dalla fotografia assieme a Biserka Petrovic, madre dell’ex-compagno di nazionale. Ad ogni modo, Marlboro Man ancor oggi non è gradito in terra croata.

È probabilmente difficile comprendere a fondo gli stati emotivi, le diatribe, le risse, le mancate strette di mano e l’odio mai estinto, nemmeno oggi, a distanza di 20 anni (vedasi il caso degli scorsi Europei di Berlino, quando Nikola Mirotic, naturalizzato Spagnolo, ma nato nella serba Titograd, poi divenuta capitale del Montenegro con il nome di Podgorica, generò forti tensioni attorno alla competizione, dopo aver strappato una bandiera serba campeggiante davanti al tunnel degli spogliatoi), se non si entra nel contesto della polveriera balcanica che esplose il 25 Giugno 1991 a Zagabria, generando uno squarcio insanabile tra la Krajna (nord-ovest a prevalenza serba) e il resto del territorio croato, in uno scenario di genealogie spezzate, guerre combattute di casa in casa, lotte senza quartiere, agguati e carrarmati fino al tramontare del 1995, segnando la sanguinosa dissoluzione della madre Jugoslavia, proseguita pressochè incessantemente fino al 2008, con la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo.

Mentre la sua patria viene progressivamente smembrata in una cruda autopsia a cuore battente, Divac prosegue il proprio cammino attraverso gli Stati Uniti, trasferendosi agli Charlotte Hornets prima (scambiato per quella matricola rispondente al nome di Kobe assai determinata a trascorrere nel North Carolina non più della mezza giornata necessaria ad espletare le dovute pratiche burocratiche) e ai Sacramento Kings poi.

Sarà nei primi anni del 2000 che avverrà il mio incontro cestistico con Marlboro Man. Di quei Kings, una delle più belle squadre degli ultimi due decenni (a mio parere loro, i Lakers del three-peat, gli Spurs del 2014 e i Warriors del 2015 sopra ogni altro dall’ultimo titolo di Jordan in avanti) ho già avuto modo di parlare in precedenza, dunque, dato che ripetersi è poco elegante e, soprattutto, dato che l’articolo sta divenendo infinito, non aggiungerò nulla rispetto a quanto detto, se non che quel barbuto e vagamente itterico numero 21 (eh già, perché il 12 fu ritirato in onore di Maurice Stokes) fu, seppure nell’ombra, il tassello fondamentale di quel meraviglioso incompiuto michelangiolesco di Sacramento.

i

Postilla: nel Gennaio ’99, approfittando del terzo lockout NBA della storia, Vlade tornerà a casa, a Belgrado, indossando per due partite la casacca della Stella Rossa. Niente di male, alla fine le opzioni erano due: rimanere a casa a bere slivovica e sbuffare Marlboro Rosse per 6 mesi, oppure tornare a giocare a casa, nella città in cui il gigante dei Balcani aveva mosso i primi passi cestistici; insomma, se sei un professionista, non propriamente di primo pelo, meglio tenersi in attività. Assolutamente. Non fosse che quei Crveno-Beli per cui Divac giocò due match di Eurolega (per una cifra attorno ai 250.000$/partita) erano, sono e sempre saranno gli eterni, acerrimi, disprezzati rivali dell’altra metà di Belgrado, quella a fede Partizan, quello stesso Partizan di cui Vlade fu pivot e bandiera per ben 3 stagioni. Anni dopo, divenuto presidente dei Grobari (“becchini”, soprannome attribuito dalla tifoseria della Stella Rossa a quella del Partizan, mentre quest’ultima usa chiamare i rivali con l’appellativo di Cigani), l’ex-centro dei Kings avrebbe abiurato la propria scelta infelice. Che vuoi, saranno stati i 500.000 Giorgioni, la californication dopo anni tra L.A. e Sacramento, “sarà ‘sto buco da’azoto”.

E poi…e poi la metà del primo decennio dei 2000, il ritorno ai Lakers totalmente rivoluzionati dopo una delle débâcle più clamorose di sempre in una serie di Finals (persa contro i Pistons di Rasheed Wallace, Billups e Rip Hamilton), con Shaq, Fisher e la compagnia dell’anello Malone-Payton con le valigie già in mano. Niente Playoffs, numerosi problemi dorsali, gran parte della stagione a bordo piscina (con le suddette Signorine Rosse) e dunque il ritiro, a 37 anni, dopo 22 anni di leggendaria carriera.

L’epilogo del cursus da giocatore di Divac è uno dei più sereni che riesca a ricordare, o quantomeno che conosca. Prima a Los Angeles, come responsabile dello scouting oltreoceano, poi a Sacramento, assieme alla moglie e ai tre figli (tra cui Petra, i cui genitori biologici caddero vittima dell’Esercito di Liberazione del Kosovo, per tornare discorso di cui sopra), dove dal 2015 riveste il ruolo di vice-presidente e general manager.

Gli anni delle palestre gelide, delle interminabili distanze da genitori e fratelli, della vita raccolta in un borsone, sono distanti oggi per Marlboro Man. Almeno materialmente. Perché Once Brothers, forever brothers.

Così è, se vi pare.

Davide Alekos Iaconis

Davide Alekos Iaconis

Nato a Torino 8 ore e 45 minuti prima di Italia-Danimarca 1-0 (61° Zio Bergomi) nell’anno del secondo MVP a Magic, appena uscito dal comodissimo salotto amniotico esclama: “Chiudete la porta, ché mi fa freddo”, mentre l'ostetrica, facendo roteare la mano in aria a mo' di flamenco, proclamava: “E' nato 'nu criature niru, niru”. All'età di 5 anni lascia l'hinterland e l'atmosfera “summer, summer, summertime/time to sit back and unwind” da Fresh Prince of Le Fornaci per trasferirsi a Mirafiori, affascinato dal groove della metropoli. Da lì in avanti sarà tutto un susseguirsi di tram linea 4, panini con la 'nduja, Kobe Bryant, A Tribe Called Quest e pianofortini elettronici anni '90. Dopo una temporanea separazione consensuale dalla palla a spicchi per dedicarsi alla scuola di Esculapio, torna a giocarci e, perché no, anche a scriverne. Con risultati discutibili.

 

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Editore ENBIEILAIF - Nacho Symbolic Associazione Culturale
P.IVA - COD. FISC. 03383520545
Direttore Responsabile testata on line: Luca Fiorucci
Server Provider: Aruba
Registro Stampa Tribunale di Perugia N°9 27/05/14
Email: info@nbalife.it

© 2019 Copyright NbaLife.it, tutti i diritti riservati