Vince Carter Sam Mitchell

Vite parallele

“Ehi, Iverson, Pozzecco è quello lì con la medaglia d’argento”

(Dan Peterson sulla Gazzetta dello Sport, il giorno dopo la finale olimpica 2004)

“Sì, potevo fare più zona, ma queste sono soprattutto partite da uno contro uno”

(Max Menetti, coach Pallacanestro Reggiana, durante la serie playoffs con Siena)

 “Siamo sempre noi, ogni anno un po’ più lenti ed un po’ più vecchi”

(Ginobili scherzando sull’Argentina prima del’inizio delle Olimpiadi 2012, poi chiuse al quarto posto dopo l’oro 2004 ed il bronzo 2008) 

 

RE GIACOMO

Sembra che riusciremo a sopravvivere alla seconda big choice in pochi anni, che non ci ha risparmiato nulla, neppure lo schieramento delle forze di polizia a difesa delle proprietà del Prescelto, ad Akron.

Personalmente, qualche dubbio sul personaggio lo cominciammo a nutrire quando il LeBron nostro presero a chiamarlo King James. In Inghilterra, infatti, la corona è a capo anche della Chiesa anglicana e, per quanto ardito sia il paragone, non si può fare a meno di pensare che “a Totti” nessuno lo chiama Papa Francesco.

La vera verità, però, è che, per noi, è pura e semplice questione di puntiglio. Ci spieghiamo: ci piacerebbe enormemente affermare che il culto della personalità, in generale per i giocatori NBA, è eccessivo. Che non bastano i singoli campioni a fare la squadra vincente; che è da illusi comprarsi un paio di top players per vincere in modo estemporaneo. Che, alla fine, il ragazzone non è questo granché, che alla prova dei fatti delude e che con lui, da solo, non è scontata la vittoria.

Invece brucia tremendamente. Brucia il caotico mercato americano, fatto di continue trades; brucia il concetto stesso di big three, ossia che si possa, acquistando tre giocatori ex novo o quasi, con un supporting cast molto average, davvero arrivare al titolo. Sì, ci saremmo aspettati che la Boston di Pierce, Allen e Garnett fallisse clamorosamente. Non abbiamo creduto, non è per noi possibile, che la Miami di Bosh e Wade, col prescelto, abbia vinto quei titoli. E, ancor prima, come si era permesso lui, il Re Giacomo, dopo soli quattro anni di NBA, di portare in finale praticamente da solo un team che, senza i suoi servigi, forse non sarebbe arrivato allo 0.500 in stagione?

E quello che brucia più di tutto è che questi, quando si mettono insieme, ancora dettino legge a Mondiali ed Olimpiadi, solo sfiorati ad esempio da una Spagna, comunque ripiena di giocatori formatisi e miglioratisi nel loro stesso campionato.

“MA GLI EUROPEI SONO MENO EGOISTI?”

Così chiedevano, nel lontano 2006-07, probabilmente ancora scottati dall’epopea di Vince Carter, i giornalisti di Toronto al sorprendente Sam Mitchell, che conquistava i playoffs con una squadra piena di non americani nei ruoli chiave.

Sì, ci piace credere alla risposta positiva, ci è piaciuto, in passato, illuderci di trovarne conferma, qua e là. In quel 2004, quando il Poz, il re della pazzia ma soprattutto dell’altruismo, coi suoi 5 assist di media in carriera,  guardava dall’alto in basso – letteralmente: dal secondo gradino del podio olimpico al terzo – Allen Iverson, il poeta del solipsismo. Il quale aveva apostrofato il nostro genietto, solo pochi mesi prima, con un modernissimo “Pozzecco who?”.

Che avesse poi vinto, in quell’Olimpiade, Manu il grande, ossia un top rookie già anello munito e di lì a poco All-Star nella stessa NBA… sì era vero, ma ci piaceva dimenticarlo.

O ancora, quando l’europeissimo (mai saltato, per molti anni, un solo impegno con la nazionale) Dirk Nowitzki, per di più febbricitante, puniva la protervia e l’orgogliosa sicumera dei nuovi big three, abbiamo celebrato, di nuovo, la vittoria del sistema sulle individualità, abbiamo tratto certa conferma dell’assunto…forse non accorgendoci che, esaltando un singolo, ancorché altruista e generoso, in realtà eravamo forse a negare la stessa tesi di partenza.

Inutile, dai. Giocatori come LeBron James sono fatti per confermare il principio fondamentale del basket, ossia che se hai uno che la mette, sempre, vinci. Perché l’essenza del palla-cesto è poi quella, fare canestro. Per cui, bene tutto: il mercato sempre aperto, le trades a cinque giocatori alla volta, i top players usa-e-getta, le squadre “per vincere subito” che – in Europa non succede mai, leggi Milano – poi vincono davvero, e subito. E bene anche la risposta di Sam alla famosa domanda. Sul continente di provenienza di quei giocatori ai quali, di lì a poco, sarebbe stato debitore del coach-of-the year forse più immeritato della storia, infatti diceva: “Beh ragazzi, loro hanno fatto due guerre mondiali, noi no. Ok?”. Insomma, più che altruisti, nazisti.

CAMPIONI DA EUROPA

Sam Mitchell non passerà alla storia, né per l’acume storiografico, né, probabilmente, per quello cestistico (“Dalla a Bosh”, il suo invariabile schema per i quattro anni canadesi). Certo però che la risposta, che immaginiamo stizzita anzichenò, un pochetto incuriosisce. Pare rivelare un qualche senso di inferiorità, o la “solita” critica/ammirazione verso la vecchia Europa, un po’ soggezione per l’antica e complessa e atavica e stratificata civiltà, e un po’ derisione, per l’antica e complessa e atavica e stratificata civiltà…

La vicenda diventa interessante, soprattutto se vi siete rassegnati alle nostre conclusioni di poc’anzi. Eh sì, perché un breve passo indietro ci fa considerare che a vincere il titolo, non più tardi di un mese fa, è stata in realtà la squadra forse più europeizzante che si possa pensare.

Icastico è rimasto il primo tempo di Gara 3, le azioni di intreccio continuo, i 5-giocatori-5 che toccano la palla, prima della conclusione in bella solitudine, grazie – ovviamente – alla perfezione dello schema. Mai come queste Finals 2014, la simbolica vittoria del collettivo sul singolo, o sui singoli, dominanti nei loro ruoli.

Ma ancora di più, i San Antonio Spurs sono “europei” nello stile, nella composizione internazionale del roster, nel tatticismo, nella gestione delle forze, nella ricerca del risultato; nel coach Gregg Popovich, e nelle sue interviste tra Mourinho e il compianto Scoglio dei bei tempi. Anzi, potremmo dire, sono più europei delle stesse squadre europee, capaci di rimanere sulla cresta dell’onda per quindici anni, di resistere alla tentazione di smembrare il roster negli anni dei fallimenti conclamati o delle brucianti delusioni. Capaci di inserire tassello per tassello, di perfezionare il mosaico, di concentrare l’intero mercato sulla scelta dell’ottavo o del nono uomo, di legarsi a vita alle proprie bandiere, nonostante le critiche alla “vecchiaia” dei noti tre appaiano, puntuali, ad ogni inizio stagione.

Qualcuno, da queste stesse colonne di NbaLife, ha dichiarato addirittura di “odiare” gli Spurs, proprio per tale dimensione di esasperata organizzazione e tatticismo, che pare talora soffocare l’istintività del basket, invece esaltata – aggiungiamo noi – dalla focalizzazione del e sul singolo.

Come conciliare, allora, l’organizzazione contro l’individualismo? I due anelli consecutivi degli Heat contro il quarto di San Antonio? Le Finals 2013 con quelle 2014, Duncan che conferma un altro anno agli Spurs con LeBron che torna a Cleveland?

TRE PAROLE SULL’AMERICA

Le risposte le lasciamo volentieri agli specialisti, ma non possiamo esimerci dal riportare alcune parole sull’America di Elio Vittorini, nel viaggio fra la letteratura statunitense in cui, dalle colonne di “Americana” – rivista ben presto censurata dal fascismo – conduceva i propri curiosi lettori.

Invero, le valutazioni relative al paese d’oltreoceano sono, ovviamente, numerosissime, ma riteniamo di poterne isolare tre.

Primo, l’America è estremista.

I Pilgrims Fathers, si ricorda, arrivarono delusi dal mondo, agitati dai soli “pregiudizi feroci del dualismo calvinista”. Giunti nel nuovo mondo

“Trovarono in America la necessaria ferocia per praticare quei pregiudizi feroci; essere, in qualche modo, vivi. Nulla dissero di nuovo, nulla aggiunsero alla coscienza dell’uomo, non scoprirono nulla per lo spirito umano: vivevano solo di quei pregiudizi, i colonizzatori; eppure scrivendone per sostenerli o combatterli, erano già una voce nuova. Qui c’è, continuo, il ruggito dell’iperbole. E’ una voce che ruggisce”.

Intellettuali come Tom Paine, il teorico dei diritti naturali, e Thomas Jefferson, l’autore della Declaration of Indipendence

“Non fecero altro che ancora una volta trasferire tra gli americani il pensiero europeo del loro tempo, il più estremo, ma lo fecero denudandolo in un tale assoluto di fede che, poco dopo, gli esecutori della Rivoluzione Francese si riferivano agli scritti di Paine e Jefferson per giustificare fuori dalla politica gli eccessi rivoluzionari”.

Chi ha avuto, per ventura o necessità, modo di accostarsi alla stessa scienza criminologica, sa che negli USA sussiste veramente tutto ed il suo contrario, dal convinto sostegno alla pena di morte, alle più avanzate esperienze di recupero e rieducazione dei condannati.

Niente sorpresa, pertanto, che quando si decida la valorizzazione del singolo, essa assuma i contorni estremi della trasmissione televisiva dedicata alla choice; o dei media e dei social network col fiato sospeso, in attesa del sospiro – sì o no – del campione. Ma che al contrario, laddove si decida di esplorare la valorizzazione del collettivo, lo si faccia con un’organizzazione altrettanto estrema, capace di regalare lustri di predominanza, forse anche al di là dei dati tecnici; e, nondimeno, la longevità degli atleti, attraverso una pratica sistematica di tatticismo per la salvaguardia dei minutaggi. Spingere, sempre, all’estremo ogni concetto.

Secondo, l’America è onnivora, quasi vampiresca. Nel fiorire della letteratura di metà Ottocento, si dice,

“frenetiche donne dai capelli rossi fondavano in ogni cittadina circoli di cultura e gli eletti poeti o filosofi, tirati da esse, attraversavano foreste e paludi in lunghi viaggi per tenere conferenze che edificassero gli ascoltatori. Le scoperte del pensiero europeo venivano introdotte in America e studiate, discusse, talora anche approfondite, con una prontezza divulgativa che forse l’Europa non aveva avuto mai”.

Infatti,

“attenti esegeti esponevano la dottrina di quelle opere che, per mancanza di chi le traducesse, non si potevano conoscere direttamente”.

La presenza di “molti esegeti e pochi traduttori”, spiega Vittorini,

“non indica, nella sostanza, grossolanità o faciloneria. Mostra piuttosto che l’America era portata alla sua febbre culturale da puro appetito di appropriazione. Oscuramente, fuori dalle coscienze dei singoli, essa voleva consumare tutto quello ch’era stato detto e fatto nel mondo, fino ad allora: ingoiarlo, averlo nelle viscere, e passare oltre”.

Nessuna sorpresa, e torniamo a San Antonio, che una squadra del genere attinga, anche attraverso la stessa composizione del team, dalla cultura cestistica di tutto il mondo, cercando di assorbire, potremmo parafrasare, “tutto quello ch’era stato giocato”. Non è un mistero che il gioco controllato di Popovich presentasse, all’inizio, problemi di compatibilità con l’estro latino di Ginobili. Assorbito e rimesso in circolo. Così un Diaw decisivo in un ruolo disegnato per lui, così le chiavi della squadra, il delicatissimo ruolo del playmaker, date ad un francese, così la fiducia in un tiratore di razza italiano, ad un centro brasiliano che pareva in declino…

“L’uomo del secolo, deluso, debole, vuoto di vita, pieno solo di volontà, non può, nell’America di Poe, mondo nuovo, non essere un vampiro. Egli succhia vita e si salva”.

Terzo, l’America è invariabilmente, insistentemente, inevitabilmente puritana. Una ricerca della purezza che, tuttavia, unita alla forza e ferocia del “nuovo mondo”, assume contorni paradossali. Talora è il suo contrario: l’attrazione per il sangue di Poe; l’anticonvenzionalità di Hawthorne e della sua “Scarlet Letter”, ove gli amanti passionali, che per noi hanno le facce di Gary Oldman e Demi Moore, “sanno che solo il caldo sangue del cuore è puro”, mentre impuro è il freddo, cinico contorno dei pregiudizi moralistici. La lotta mortale del capitano Achab, sul mare, nel “Moby Dick” di Melville.

“Purezza si cerca: convincere l’uomo della purezza che è nel caldo sangue del suo cuore dinanzi a tutta la vita. Dunque lotta anche contro il puritanesimo che limita la vita. Le vie della purezza sono simili a quelle della corruzione. Chi non è mai parso corrotto, non è mai stato puro”.

In fondo, rappresenta tale purezza tanto il prescelto, il ragazzone solo contro il mondo, che porta la maglietta “Look at my stats”, ma sa ripartire dalla sconfitta, ammettendo “Devo lavorare di più”. Da cui il mondo si aspetta tutto e dal cui mondo egli deve quindi aspettarsi di tutto in caso di sconfitta, fino alla crocifissione…  così come, allo stesso modo, rappresenta la purezza il vecchio coach che, per non dare risposte scontate ed ipocrite ai giornalisti, li apostrofa col celeberrimo “Next question!”. O che risparmia i suoi guerrieri e non si sente di fare finta che siano infortunati. Tanto da scrivere sul referto ufficiale “DNP Old” (“non gioca perché vecchio”, la motivazione che obbligatoriamente va data all’arbitro per avere il permesso a non schierare un giocatore: solitamente è l’infortunio, ma in quell’occasione Popovich per Duncan scrisse… la verità).

No, non siate troppo duri con LeBron. Gli Spurs non lo sono stati, hanno apprezzato i suoi complimenti a fine serie, avevano specificato che la sfida era la “rivincita” rispetto allo scorso anno, non una “vendetta”. Popovich e King James, in fondo, sono due volti della stessa America, che, avida di storie e di innocenza, entrambi li ama.

Se, poi, tutta questa fretta di vivere, di suggere il nettare della conoscenza o della vitalità dagli uomini, da un Vecchio Continente assorbito in modo forse a volte frettoloso e un po’ pacchiano – come i nomi italiani dei Casinó di Las Vegas o la “pizza peperoni” – sia da ricollegare all’imprinting religioso che, fra i suoi dogmi, ha rifiutato l’invito a “mangiare la Carne e bere il Sangue” di un Dio, beh anche questo è tema da lasciare agli esperti.

Matteo Fortelli

Matteo Fortelli

Nasce nel 1977 - prima stagione della Pallacanestro Reggiana in biancorosso - con sei mesi esatti di vantaggio su Emanuel Ginobili. Nel prosieguo, si accontenta di pareggiarlo nel numero dei figli. Catechista, avvocato, fanatico acritico di tutto quanto venga da Reggio Emilia, trova bellissima la definizione del basket come "l'unico sport che guarda verso il cielo". Romantico sostenitore delle bandiere come Manu, il turbinoso mercato NBA, dove cambiano squadra anche le città, è il peggiore fra i suoi incubi.

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