Duncan Robinson

Vita da Spurs

“Toccatemi tutto, ma non i miei Spurs”

E del resto, anch’io, scrivere che odio gli Spurs proprio il giorno dopo che ti vincono il 5° titolo in 15 anni, un po’ di commenti “dissenzienti” me li dovevo anche aspettare.

Comunque come promesso mi permetto di fornirvi di seguito le mie personalissime motivazioni di odio verso la franchigia nero-argento. A scanso di equivoci, ecco le seguenti 3 premesse, che non sono oggetto di discussione:

  1. Chi scrive queste righe è un cialtrone, in senso buono (spero!); nel senso che ho giochicchiato qua e là, e visto tanta, tanta NBA per tanti anni: posso quindi definirmi uno “spettatore evoluto”, ma di certo non un fine conoscitore di tutti i suoi aspetti più tecnici;
  2. Gli Spurs sono la franchigia professionistica meglio organizzata e gestita della storia dello sport; di qualunque sport;
  3. Questo gruppo degli Spurs sarebbe il gruppo più vincente nella storia della pallacesto a stelle e strisce. Sarebbe se non fossero esistiti i Celtics di Bill Russell (11 titoli in 13 stagioni), ma questa è un’altra storia. Stiamo comunque parlando di roba buona!

Chiarito questo possiamo tranquillamente incamminarci sui viali della memoria.

La Stella di David

Come in ogni storia, la prima impressione è quella che conta, ed è difficile a posteriori cambiare quella sensazione, anche se l’altro cambia. Il mio imprinting con i nero-argento è avvenuto nel ’92. La squadra e la sua fama non erano esattamente quelle odierne. Il roster non era necessariamente da lustrarsi gli occhi, basti pensare che uno dei più forti era Vinnie Del Negro (che comunque, rispetto a come allena, in campo sembrava Micheal Jordan). Ma soprattutto, in mezzo ad un deserto geografico e tecnico, la squadra era saldamente nelle mani dell’ex sommergibilista, l’Ammiraglio David Robinson. Diverse testimonianze lo descrivono come persona umanamente eccezionale, e non vedo motivo per non crederci. In campo però parliamo di un oggetto diverso. Giocatore da statistiche se ce n’è uno (25 + 12 era una normale serata in ufficio), le impressionanti doti offensive, unite a buon fiuto per la stoppata, venivano regolarmente gettate tra i cactus ogni sera. E questa era la parte buona, quando cioè in regular season si navigava comunque oltre il 50% di vittorie e si presenziava con regolarità al rito della post season; lì poi finiva ogni magia, Robinson ridiventava un paracarro, e nei momenti decisivi si scioglieva puntualmente come un gelato lasciato in un’auto. Parcheggiata al sole. Ad agosto. Ovviamente la colpa non si poteva dare tutta all’Ammiraglio, visto lo scorante deserto tecnico descritto prima, però l’impressione – dall’esterno – è che in fondo il buon David non si sia trovato così male a fare il (quasi) salvatore della patria in un contesto perdente. Una prova? Io andrei con San Antonio – L.A. Clips del ’93 . Il nostro ha duellato tutto l’anno con Shaq per il titolo di capocannoniere, e si ritrova all’ultima stagionale ad essere indietro di 33 punti (più la partita che O’Neal doveva ancora giocare). Tutta la squadra si sottomette alle esigenze del suo capitano, che deve assolutamente raggiungere l’importantissimo traguardo: gioca 44 minuti, prende 41 tiri e segna 71 punti…missione compiuta! Nella mia classifica personale dell’orrore viene subito dopo Ricky Davis che sbaglia apposta per poter prendere il decimo rimbalzo per la tripla doppia. Fortuna che la sorte è spiritosa e dopo un’altra stagione trionfale con statistiche individuali mozzafiato, nel ’95 viene nominato MVP. Il premio gli viene consegnato proprio durante la serie di secondo turno contro i Rockets, nella quale un altro centro, tale Olajuwon, con numeri meno roboanti ma un filo più decisivo, lo umilia sul campo in ogni modo possibile, portando ovviamente i suoi al turno successivo.

Il tanking l’ho inventato io!

Questa forse è un po’ forte. Ovviamente la simpatica pratica del tanking esisteva già, ma nel 1996-97 gli Spurs l’hanno portata al livello successivo. Gli Americani sono un popolo ingenuo, intimamente puro, forse un attimo credulone: se tanki, ma non lo dai a vedere, la maggior parte di loro è disposta a credere che non stia succedendo. San Antonio, con il Pop in cabina di regia, fa invece una cosa nuova: tanka in maniera aperta e dichiarata. Elliot era rotto, e anche Robinson è costretto a stare fuori alcuni mesi. Il record ovviamente va a sud. Poi però, verso 2/3 di stagione, il nostro David torna integro come quando mamma l’ha fatto e sarebbe pronto a tornare in campo: ci sarebbe ancora tempo per agguantare un ultimo posto ai PO. Ma gli Spurs decidono che il Duncan Derby, che si sarebbe celebrato di lì a qualche mese, era più importante, e quindi con un malanno di gravità paragonabile solo all’uveite del nostro vecchio Premier, lo tengono fuori fino a fine stagione. PO inarrivabili e record rivoltante. Missione compiuta. Se la si guarda dal punto di vista strategico, per la franchigia è stata una buona scelta. Dal punto di vista del tifoso, o di quello che ha investito parecchi dollari nell’abbonamento al palazzetto, la cosa risulta meno simpatica. Perchè, giova ricordarlo, tutta questa giostra non sta in piedi per necessità divina, ma per compiacere lo spettatore, che una volta compiaciuto paga i conti della giostra stessa. Come degna conclusione di un’operazione squallida, il buon Popovich non trova di meglio che prendere l’allenatore, Bob Hill, che lui ha costretto per un anno a mettere in campo gente raccogliticcia, e cacciarlo proprio sul più bello (cioè quando tutti erano tornati e in più era arrivato Duncan), dati gli scarsi risultati ottenuti. Il suo sostituto? Ovviamente lo stesso Pop.

Già, perchè altrettanto ovviamente gli Spurs, pur essendo andati male, non avrebbero dovuto per forza vincere la lotteria; Boston, per esempio, alla quale fare schifo veniva naturale, senza nemmeno bisogno di barare, aveva ben 2 picks, ma ha dovuto accontentarsi di terza e sesta, mentre la proverbiale fortuna degli Spurs gli ha fatto vincere la lotteria nell’anno del giocatore più determinante della decade…

Negli anni la filosofia di Popovich non è cambiata: il risultato finale viene prima di ogni altra cosa, e ancora oggi capita che in maniera più o meno dichiarata faccia saltare delle partite alle sue stelle per farli riposare, o che li faccia giocare solo pochi minuti, o che all’ASG gli faccia fare solo minime comparsate. Sarò un ingenuo, ma questa forma sprezzante di mancato rispetto verso lo spettatore di quella specifica partita mi urta ancora.

Le simpatiche (?!) canaglie

Dopo questo inizio che non me li rende necessariamente simpaticissimi, la famiglia nero-argento cresce includendo una serie di personaggi apprezzabili quanto le formiche nello zaino del pic nic.

  1. Avery Johnson, il play tascabile, senza tiro, senza passaggio, senza una voce accettabile; sostanzialmente una biglia con la sola capacità di entrare in area velocissima in terzo tempo in senso longitudinale: non esattamente Bob Cousy. E la simpatia se l’è portata dietro anche quando ha iniziato ad allenare. Insieme a quella voce…  Per un eccesso di senso dell’umorismo dai Piani Alti, ha siglato il primo titolo degli Spurs con una tripla dall’angolo in gara 6: se ci riprova 1000 volte non la risegna; e non dico in quella partita, ma in assoluto!
  2. Bruce Bowen, mastino difensivo col vizio della tripla dall’angolo, famoso per essere probabilmente il giocatore più sporco nella storia del gioco. Il suo signature move? Ma ovviamente infilare il suo piede sotto quello del tiratore in elevazione, in modo che quest’ultimo per la preoccupazione di non girarsi la caviglia riatterrando, si distragga e tiri male. Pensate se con un intervento così avesse messo fine alla carriera di Kobe Bryant (uno dei suoi “compagni di gioco” preferiti): passarlo per le armi pare brutto?
  3. Tony Parker: è francese. Devo aggiungere altro? E non pensate a lui come il giocatore maturo di oggi, che è sempre esiziale in penetrazione, ma gioca per la squadra, prende sempre la decisione giusta, e qualche anno fa si è pure … “intrattenuto” con la Longoria; io parlo del giovinastro immodesto e spaccone, che non capisce nulla di basket, non la passa mai, ma avendo i razzi ai piedi si sente il più forte del mondo, e non perde occasione di ribadirlo con un atteggiamento da mani in faccia come uno Steve Francis qualunque.

Il più grande spettacolo dopo il Big Bang?

Popovich è probabilmente il miglior allenatore del momento per tanti motivi, ma credo che il principale sia la capacità di aver virato di 180° il suo modo di concepire l’attacco, per adeguarsi alle nuove regole, alle nuove tendenze e alle variate caratteristiche del proprio roster.

L’attacco degli Spurs di oggi è indubbiamente il meglio eseguito di tutta la lega. Non è necessariamente il più appassionante da vedere (io per esempio preferisco quello più imprevedibile e spettacolare dei Warriors di oggi, o quello più “fine” e tecnico dei Kings di inizio anni 2000), ma è indubbiamente il più efficace. Però, appunto, fino a 5-6 anni fa eravamo a 180° da questo. Vedere le partite degli Spurs all’epoca in cui vincevano un anno sì e uno no onestamente non era questo piacere per gli occhi; certo, l’appagamento del tecnico che vede all’opera uno dei migliori sistemi difensivi di sempre avrà pure il suo valore. Ma questo attacco sonnecchioso che prevedeva palla a Duncan, riapertura e tiro da tre, o palla di nuovo dentro e appoggio al vetro di Duncan non era esattamente il massimo dello spettacolo. L’attacco degli Spurs non si poteva vedere, e la loro forza difensiva strangolava l’attacco degli avversari; risultato? Partite ad alto tasso di noia. Almeno, direte, c’erano dei finali al cardiopalma: macché, sempre così precisi e concentrati tutte le partite, per tutta la partita, gli Spurs molto spesso mettevano la gara in ghiaccio già nel terzo quarto.

Per fare un alto paragone letterario:

La Recherche di Proust è sicuramente un libro di maggior valore di una raccolta di battute di Claudio Bisio. C’è probabilmente anche più arte e tecnica dentro. Però se lo scopo per cui leggi quel libro è divertirti qualche ora, io qualche fiches sul Claudione nazionale la metterei; se poi voi preferite Proust, lo rispetto, e in parte capisco la vostra posizione, io però  non riesco a rinunciare all’aspetto ludico (o estetico, se vogliamo usare un parolone un po’ eccessivo) quando guardo qualcosa per divertimento.

Ecco, questa è la storia. Oggi gli Spurs sono una realtà vincente, una bella storia, un esempio da imitare e un monumento al valore della squadra rispetto al singolo. Se abbia senso avercela con loro ancora oggi per come erano in passato non lo so; ma quando li vedo mi viene ancora l’orticaria, e non posso farci niente…

Vae Victis

Carlo Torriani

Carlo Torriani

Colpito a tradimento dal virus della palla arancione nel lontano ’92, quando sono rimasto folgorato vedendo giocare il ragioniere di Spokane (John Stockton, per chi colpevolmente non lo sapesse), da allora non sono più riuscito a disintossicarmi, e sono diventato un NBA addicted. Mi diletto maniacalmente anche nella pallacanestro giocata, con risultati che di rado superano la soglia del dilettantismo spinto. Ah, ho anche un lavoro vero (per quanto lo possa essere un’occupazione nell’informatica), ma quello è meno interessante... Sposato e con 2 figli, il primo già sapientemente instradato sulla via della palla cesto.

 
2 commenti
  • Alberto scrive:

    bello, interessante, ma un unico appunto: tra la Recherche e Bisio c’è un tale oceano che qualcosa di alternativo in mezzo dovresti trovarla, un Westlake, un Carl Hiaseen, anche Murakami, quello che vuoi: ma saltare direttamente a Bisio no!

  • KD35 scrive:

    Tra bianco e nero c’è…il neroargento! Che hanno vinto ancora piaccia o no

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