NBA Finals Game 2: Los Angeles Lakers v Boston Celtics

Once upon a time in The Finals (2010)

Dieci anni, possono essere una vita ma anche un battito di ciglia.

NEL MONDO

Perchè se parliamo di basket le lancette dell’orologio non procedono regolari come con la Storia, hanno un ritmo sincopato, avvengono dilatazioni o costrizioni. Il 2010 negli archivi mondiali  sarà ricordato come l’anno in cui finisce ufficialmente la guerra in Iraq, del terremoto ad Haiti, del salvataggio della Grecia da parte dell’Unione Europea. Ma anche di Wikileaks, dei mondiali di calcio in Sudafrica e, ma non farà piacere ricordarlo ad alcuni, farà commuovere altri, del triplete dell’Inter.

NELLA LEGA

Ed in NBA che succede? Succede che ancora c’è (scusate, ma sono due giocatori che non posso non nominare) Brandon Roy e Lamar Odom a predicare pallacanestro, mentre Dwight Howard domina, e non poco, nel pitturato. Cleveland monopolizza la Regular Season e fa registrare 61 vittorie, ma Boston e Orlando seguono da vicino. Di là è la solita tonnara di squadre di alto livello tra cui, pur essendoci i soliti sospetti: il canadese, il tedesco, il caraibico…spiccano i ragazzacci dell’Oklahoma guidati dal COY in pectore Scott Brooks ed i campioni in carica, con un Bryant che è testa e spalle  il bipede più devastante sul parquet nelle terre emerse, se consideriamo le due finali consecutive e le olimpiadi vissute da indiscusso attore protagonista.

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Poi i playoffs, ed i Cavaliers che si sciolgono (ancora) come neve al sole, e giù, tutti gli addetti ai lavori ad esprimiere seri dubbi su Lebron James a causa della sua supposta tendenza a sparire nelle difficoltà. Non proprio discorsi da goat o supposto tale, insomma. Tanto per dire quanta acqua dovesse passare ancora sotto a quel ponte… Lo stesso ‘Bron, poi, ci avrebbe regalato in post stagione il poco edificante momento televisivo dedicato alla sua decisione di approdare in Florida, sponda Heat. Certo, ormai il drama che circonda la Free agency è semplice cronaca, ma allora eravamo alla novità assoluta. Perciò, visto il tutto col senno di poi, con una Lega sul punto di veder modificati gli equilibri consolidati negli ultimi anni, qual miglior modo di accogliere l’imminente cambiamento se non con la celebrazione più classica dell’ancient regime? Perchè è già successo due anni prima (Finals 2008) e la sculacciata degli idoli di Beantown sui lacustri in gara 6 ha lasciato il segno. Perchè l’anno successivo solo l’infortunio di Garnett non ha permesso un immediata rivincita. E perchè, parliamoci chiaro, il resto della Storia di questa Lega che ci piace tanto, è solo un intermezzo tra un “Celtics vs Lakers” e l’altro.

Scherzo eh, forse…

UNA VITA FA

Dieci anni fa seguivo le Finals dalla camera da letto, che poi sarebbe diventata quella dei miei figli (metà della casa odierna manco c’era, allora) dove, per trasmettere Sky dalla sala avevo un accrocco di fili ed antenne che non auguro a nessuno, altro che league pass, on demand e streaming. Preistoria. Ed ero sposato di fresco, quindi vi risparmio le differenze di peso, capelli bianchi e quant’altro rispetto al mio io di adesso, ci arrivate da soli. Gli eroi che calcavano e calcano  il 28×15, per dirla con le parole di Guccini, “son tutti giovani e belli” sebbene debba ammettere che i protagonisti di allora tendo a preferirli rispetto a quelli odierni. Mi sembra che spicchino (o meglio, spiccavano) per intensità, magari meno skillati di quelli odierni, ma poetici. Pronti a buttare il cuore ogni oltre limite ed ostacolo, meno analizzati al microscopio da occhi indiscreti e telecamere infilzate in ogni dove. Più misteriosi, esotici. Inarrivabili, epici per certi versi.

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UN BATTITO DI CIGLIA

Quello che non è mai cambiato è l’amore smisurato per questo gioco, chiaramente da parte mia, che son qui di notte al lume di led ancora oggi a scriverne mentre tutti russano beati, ma anche worldwide, sebbene quella rivalità, i giallo-viola ed i bianco-verdi, abbia ancora a mio avviso una marcia in più. Resiste all’invecchiamento ed alle bandiere che vengono, ma sopratutto che vanno, dati i tempi (e le free agency) che viviamo. “Noi” e “loro” pensiamo sempre a noi stessi, ma  sotto sotto sbirciamo come si comporta l’altro “hai visto mai che alla fine …” Perchè vincere è un conto, ma poterlo fare portando a casa lo scalpo degli eterni rivali è qualcos’altro, priceless

COSA RIMANE


Già, “tra le pagine chiare e le pagine scure” di De Gregoriana ispirazione, la memoria cosa ha registrato di quelle Finals? 3 giugno 2010. La prima cosa che ho ben stampato in mente è la sigla congiunta espn-abc, che se non erro è stata utilizzata fino all’anno successivo: beh che dire, se c’è una cosa per cui non puoi biasimare gli americani è l’essere bravi a mettere un alone di leggenda su tutto; a me fa venire i brividi ancora oggi, che volete che vi dica, sono un sentimentale.

Game one: Buffa-Tranquillo ricordano il record nelle gare inaugurali di serie di Phil Jackson e lì rammento benissimo di aver toccato non proprio ferro, sempre con la coda dell’occhio a controllare che mia moglie dormisse, prima di esibirmi in tale prestazione. Pronti, via ed è Pierce vs Metta, prima a terra, poi faccia a faccia. Esplodo. Se non vivessi in campagna mi avrebbero cacciato da qualsiasi altro posto, mia moglie si è gia spostata sul divano col plaid a seguito (anche a giugno, figurati) mentre ancora arrivano maledizioni ed improperi. “Stai buono Metta, non andar oltre. Che questo già una volta ci ha fregato con quella sceneggiata della carozzina. Hai visto mai…” Detto ciò la partita si incanala subito sui giusti binari, in barba alla gufata del duo. Il maestro Zen è un drago nel cominciare una serie.

Nemmeno il tempo di gustarsi il punto a favore e le poche ore di sonno che è già gara 2: tutta un’altra storia, Pau mi sembra essere tornato quello timido di due annni prima, Ron Ron (devo chiamarlo così dopo un pò) che non segna mai e non è che non tiri, anzi. Gli fa da contraltare Ray Allen che muove la retina ogni volta che alza la mano. A memoria 8 triple, record per una gara di finale fino all’avvento di Stephen Curry. Pari e patta, “e adesso vacci a ragionare a casa loro”.

Game 3, la mia preferita. Ricordo tutto, un anthem fantastico interpretato da una leonessa dell’ R’n'b, Monica. Poi l’urlo di KG sul Jumbothron…”Siamo fottuti”. Ma i Celtics sono contratti, Jesus sbaglia tutto quello che ha centrato nella partita precedente, mentre i Lakers, a parte Bryant in hero mode (e mi fa smadonnare) che tira qualsiasi cosa capiti in mano, son concreti e fanno l’elastico per tutto il secondo e terzo periodo. La panchina dei C’s sale di colpi con Big Baby, si arriva sul -1. Si accende  DaFish, dal nulla trova questa soluzione, sul lato debole del triangolo laterale, di farsi bloccare quasi in punta da Bryant. arresto e tiro o fino in fondo, sempre canestro. Ma siccome c’è puzza di gara decisiva KG ribatte colpo su colpo. Fino a 50 secondi dalla fine: Allen sbaglia l’ennesima tripla, ilo venerabile maestro con  il #2 prende il rimbalzo e protegge la palla. I Celtics rientrano, anche bene, ma tu tutti su un lato e non proprio celermente. Il nostro parte con la moto e si beve i 28 metri in un attimo. Layup con con tre Celtic addosso. And one. Credo ancora oggi che un bel pezzo del titolo i Lakers l’hanno vinto lì.

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Gara 4, l’avevo battezzata biancoverde nell’istante successivo alla sirena di gara 3: “Questi due di fila in casa non le perdono manco se ci provano”. Ed infatti…anzi, ad essere onesti tanto equilibrio, ma anche la senzazione che il pubblico potesse portare i propri beniamini ad impattare la serie, cosa che poi avviene nel quarto periodo, con la solita panchina, Davis (che “tiene” Garnett in panchina per parecchi minuti) e Robinson in testa, a “finire il lavoro” con energia ed un pizzico di sfacciataggine. Arriva il quinto episodio della serie, quella del “Kobe, da solo sull’isola”…l’ho già accennato in precedenza, quando il #24 si metteva in proprio a fare il supereroe, pur non mettendone in dubbio le capacità, mi faceva incazzare come una biscia nana, sopratutto dal momento che Gasol sarebbe dovuto essere più coinvolto, per non parlare di Bynum, per cui, nelle partite di Boston, calza la definizione “cervo che esce di foresta” del maestro Boskov. Gara 6 è un no contest, e spengo presto la tv quella notte, imperativo: mettere un pò di ore di sonno tra me e gara 7

Già, gara 7: come immaginerete l’ho vista e rivista non si sa quanto, ed ogni volta mi dico “ammazza che schifo” Che la palla in quel momento storico (in tutti i sensi) pesasse “come il masso di Sisifo” (ogni buon articolo deve avere una citazione di Buffa ad un certo punto!) risulta abbastanza evidente: percentuali dovute non solo alle difese, caviamocela così. Lo spettacolo non ne guadagnò affatto, ma poi i conti tendono a tornare (Kobe+Pau 33 rimbalzi) se non vi fermate alle percentuali di una partita agli 80. La cosa che invece non torna mai, il different cat, quello che lo vedi che non sa mai dove stare negli schemi, che tira nella serie col 36% dal campo, ma è sempre (basti pensare a gara 5 della precedente Finale di Conference VS Phoenix) sul posto giusto, al momento opportuno per mettere il canestro decisivo. Questo qui sotto. Il più improbabile degli eroi.

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Il pazzo di Queensbridge

Luigi Pergamo

Luigi Pergamo

34 anni, nasco calciatore e calciofilo fino a che una domenica mattina di fine anni '80, facendo zapping, faccio la conoscenza di Magic e Kareem: le mie giovani certezze vacillano, più tardi cadranno. Da allora la malattia ha un crescendo esponenziale fino al punto in cui devo cominciare a parlarne e, poi, scriverne. Sposato e con un figlio (3 anni e tifa Bucks, boh) quando non lavoro lancio spingardate al ferro in palestra o al playground.

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