1992 Olympics: United States National Basketball Team

Tutti contro Isiah

Capita, e non sempre per pura coincidenza, che ci si trovi al centro di processi che ti vorrebbero colpevole di tutti i mali del mondo. Che poi non è così, ma le circostanze ti fanno sentire in questo modo. Capita anche nella pallacanestro che a volte – qui assolutamente senza alcuna coincidenza – diventi il “cattivo” di turno, quello al quale prima o poi, sul campo o magari fuori dal campo, qualcuno la farà pagare. Colpevole o meno, rientriamo sempre come concetto in quello della già utilizzata (da me) citazione degli Extreme di “Three sides to every story”, titolo del loro album del 1992, dove la mia ragione, la tua e la verità spesso si mischiano e, perchè no, assumono valore diverso e magari addirittura contrapposto secondo il punto di vista di chi guarda, osserva e umanamente giudica, sbagliato o meno che sia.

Era proprio il 1992, mentre la band di Boston capitanata dal funambolo delle 6 corde Nuno Bettencourt se la suonava e se la cantava (“More Than Words” che tanto piaceva alla vostra fidanzata del liceo non vi dice proprio nulla? Ecco, gli Extreme sono loro…) qualcun’altro masticava amaro, e non erano certo gli A&M della casa discografica. Due anelli alle dita, dopo una brillante carriera scolastica, all’high school e poi a Indiana sotto il Generale Bobby Knight, e il proprio miglior amico, insieme a Mark Aguirre, appena rientrato in NBA dopo pausa forzata dovuta alla scoperta di essere positivo al virus HIV, tra i capo-banda di una nuova e successivamente mal imitata creazione, denominata, con la solita discrezione tipica degli americani, “Dream Team”.

Gli attori protagonisti? Li avete già indovinati: Isiah Thomas e Earvin “Magic” Johnson.

Ma non solo loro. A guidare l’avventura che porterà per la prima volta un team di giocatori professionisti a giocare, dominare e vincere la medaglia d’oro nel basket maschile alle Olimpiadi di Barcellona, anche il proprio coach ai Pistons, il compianto Chuck Daly, il miglior giocatore di sempre (no shit) Michael Jordan, e un altro “simpaticone” col vizio di essere decisivo, anche nel bollore di un Boston Garden qualsiasi nel mese di Giugno, Larry “Legend” Bird. Non tutti amici di Isiah, sul campo per lo meno, ma nemmeno fuori. Però, hey: c’è Coach Daly…c’è Magic… C’è la consapevolezza di essere la miglior point-guard in attività, quella che tra l’altro ispirerà per prima una serie di playmaker realizzatori, la nuova frontiera dei vari Iverson, Marbury & c. Invece…

Bad Boys

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I playoffs si erano appena conclusi con il 2° titolo consecutivo per MJ e i Bulls. Per accedere alle Finals Chicago si dovette nuovamente confrontare con la propria nemesi, i “Bad Boys” dei Pistons. Isiah ne era la guida, non solo tecnica, ben supportato dalla classe di Joe Dumars, dall’energia dalla panchina di Vinnie Johnson, e ovviamente dalla sfrontatezza e dal gioco duro (sporco?) di Laimbeer e Rodman. I Bulls non si fecero intimorire – nonostante regnassero ancora le “Jordan Rules”, le regole che Detroit aveva emanato per fermare Michael, in un modo o nell’altro – come accadde invece in precedenti occasioni quando furono i Pistons ad avere la meglio, tanto da arrivare poi ad un clamoroso back-to-back in quanto a Larry O’Brien Trophy nel 1989 e 1990. Prima della sirena finale dell’ultima partita della serie, spronati da Thomas, i Pistons lasciarono anzitempo il parquet senza dare il giusto merito alla vittoria avversaria. Niente congratulazioni, niente abbracci o semplici strette di mano. Tutto questo, mentre si andava ad assemblare il Dream Team, non sfuggì né alla NBA né al comitato deputato alle convocazioni.

Thomas nella sua carriera si è fatto molti nemici. Faccia d’angelo ma temperamento esuberante, trovò proprio nei Pistons dei due titoli consecutivi l’assoluta consacrazione. Non ho nessun problema a dire che, nel 1992, Isiah fosse meglio di Stockton, e quel posto, tecnicamente parlando, avrebbe dovuto spettargli. Ma non fu così.

Rod Thorn, non a caso il GM che ai Bulls scelse Jordan, era nel comitato. L’abbandono anzitempo della panchina da parte di Detroit non sfuggì nemmeno a lui. Scusa per coprire altre motivazioni, già allora immaginabili e poi emerse con prepotenza grazie al libro di Jack McCallum e ad interviste postume agli stessi protagonisti, o meno, sta di fatto che con lo spirito olimpico il non saper perdere dimostrato da Thomas e soci di certo c’entrava il giusto, per non dire nulla. Questo sarebbe bastato, ma non fu l’unica ragione dietro all’esclusione del piccolo/grande uomo da Chicago.

Vengo anch’io…no tu no!

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Michael Jordan nel 1992 non era ancora considerato il più grande di sempre, l’atleta del secolo, e tutti i titoli ufficiali o meno che successivamente gli furono attribuiti. Lui si considerava già tale, ma chiaramente Magic e Bird avevano altre idee. Drexler si chiedeva cos’avesse His Airness in più di lui. Gli altri lo fronteggiavano sul campo come degni avversari, men che meno intimoriti dal prodotto di North Carolina. Eppure, soprattutto a posteriori, quel Dream Team sarebbe mai stato tale senza MJ? Chiaramente no.

Se Bird, ormai con una scarpa e mezza appesa al chiodo, andava convinto per questioni legate allo stato della sua schiena, se per Magic c’erano dubbi sulla convivenza con i compagni, che come il resto del mondo conosceva poco di AIDS e HIV e quindi – umanamente comprensibile – potevano essere un po’ timorosi, per Michael il problema era all’inizio il non voler rinunciare alla off-season (in fondo un oro olimpico l’aveva già vinto nel 1984 a Los Angeles) e poi, probabilmente il vero motivo, la presenza o meno di qualche giocatore dei Pistons in squadra, Isiah in particolare.

Lo stesso valeva per Scottie Pippen che portava avanti le stesse convinzioni del compagno di squadra più celebre e che comunque non avrebbe contraddetto, anche in nome di una sincera amicizia sviluppatasi negli anni. Che poi, venendo ai giorni nostri, si criticano tanto i LeBron del caso quando smettono i panni dei giocatori per diventare GM, allenatori, agenti. Questo è sempre successo, solo che l’esposizione mediatica a livello mondiale che nel 2019 danno i social network ai tempi semplicemente non c’era. Ma ciò non toglie che decisioni e imposizioni siano sempre esistite.

Tornando al 1992 nulla giocava a favore di Thomas, nemmeno la presenza alla guida dello staff tecnico del proprio allenatore. E Magic?

Chi ha (pochi nel mio caso) i capelli bianchi come il sottoscritto ricorda sicuramente il bacio sulla guancia che Johnson e Thomas si scambiavano all’inizio delle partite delle Finals 1989. La loro amicizia nasceva da lontano, dai tempi dei tornei AAU, e pur vivendola a distanza – chi in California, chi nel Michigan – è andata avanti anche quando i due si sono ritrovati a battagliare sui parquet NBA. Magic ha successivamente ricordato come avesse, insieme alla moglie Cookie, allestito una dependance della propria casa chiamandola “La stanza di Isiah” perchè era stata progettata proprio per ospitare l’amico. Nel 1991 però le cose cambiarono.

Magic shockò il mondo, il 7 Novembre di quell’anno, con la rivelazione dell’aver contratto l’HIV e a parte i familiari il primo dal quale si aspettava supporto era proprio Isiah. In realtà il primo che fu chiamato (dall’agente di Magic) fu Bird, che scoppiò a piangere e poi telefonò alla stella dei Lakers. Thomas invece in varie occasioni rilasciò alla stampa dichiarazioni ondivaghe e a tratti “sospettose” sulle abitudini, definiamole così, sessuali di Johnson. Che ovviamente la prese malissimo. Se vi chiedete quindi il perchè Magic non supportò affatto una possibile partecipazione di Isiah alle Olimpiadi del 1992…presto detto.

Friends will be friends

Senza voler fare l’inutile morale, ma restando a fatti vissuti in prima persona: non aver la possibilità di scusarsi e rimediare, anche solo parzialmente, ai propri errori (fatti al momento con tutte le giustificazioni possibili o meno) è una cosa che purtroppo la vita a volte ci pone davanti. A me è successo, e a voi? L’indecisione di chi deve fare il primo passo verso l’altro, magari la propria cerchia che spinge per il rinunciare ai chiarimenti del caso con quello che è diventato un “nemico comune”. In questo senso va dato atto a Magic, ad anni di distanza – ma meglio tardi che mai! – di aver fatto questo primo passo, di essersi scusato con Isiah, come proposto con l’immancabile colpo di scena che tanto si addice allo show business a stelle e strisce, nel video qui sopra. Ecco, magari è criticabile la “modalità”, nella “Stanza di Isiah” il tutto avrebbe assunto un significato più profondo, privato, ma tant’è… Questo non ridarà a Thomas il posto che gli spettava nella “Squadra dei Sogni” del 1992, dove avrebbe vissuto male dal punto di vista personale per le troppe antipatie sopra descritte. Ma cestisticamente parlando la lingua parlata era la stessa dei 12 partecipanti (vabbè 11 + Laettner) e sono sicuro che Isiah, potesse tornare indietro, qualche “marachella” la eviterebbe, qualche gesto, qualche dichiarazione. Per non dover stare anni, decenni senza l’amicizia di Magic, per potersi mettere al collo quella medaglia che gli è stata negata e che invece spetterebbe di diritto a uno dei 50 migliori giocatori del cinquantennale NBA celebrato a Cleveland nel 1997.

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Andrea Pontremoli

Andrea Pontremoli

Ex-giocatore e poi allenatore di settore giovanile, collaboratore dal 2005 e in seguito capo-redattore NBA per All-Around.net. Partecipa con un suo racconto al libro "All-Around: 12 storie 1 passione" (Orizzonti Editore) ed è autore del testo "Il triangolo sì...io lo rifarei" sullo studio e l'utilizzo della Triple-post Offense di Coach Tex Winter.

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