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Trent’anni fa il back-to-back dei Bad Boys

“Nice boys (don’t play rock’n'roll)”
Rose Tattoo, 1978

In che squadra sono capitato? Massì non siamo nemmeno lontani da casa, da Chicago, poteva andare peggio.
Ma potevo anche finire in una franchigia con dei progetti, con della storia alle spalle a supportarmi, a supportarci tutti verso nuove vittorie. Verso nuovi banners, che qui al soffitto dell’immenso Silverdome di Pontiac non se ne vedono.

Il football forse qui è di casa, e l’hockey più del basket. E io che ho dominato la scena di Chicago, per poi giocare per Coach Knight in un tempio della pallacanestro com’è Indiana University.

E ora qui, sempre al freddo del vento gelido del Canada, ma nel Michigan.

Qui dove è nato e cresciuto uno dei miei migliori amici, Earvin.

Sempre qui, dove è appena arrivato un nuovo coach. Lo chiamano Chuck, per me è il Coach, semplicemente. Rispetto.

E’ qualche anno ormai che ci guida con saggezza, fermezza ma anche bontà. Per molti di noi è quasi un padre, per me lo è di certo.

Dal 1984 in poi non sbagliamo una regular-season. Record sempre positivo, ma poi… Poi arrivano i playoffs. Cazzo, sono in questa Lega per vincerli questi dannati playoffs, non per godermi dal divano altri che giocano le Finals al posto nostro, al posto dei Detroit Pistons.

C’è Vinnie, c’è Bill. Ma anche loro sono stanchi, stanchi di perdere quando conta davvero.

Bill è un duro. E’ stato a giocare anche overseas, in Italia, il posto nella NBA se l’è dovuto guadagnare. Come sta facendo il mio giovane compagno di backcourt, Joe Dumars.

Joe è un mastino, gioca su entrambi i lati del campo, e ha quel tiro da fuori, come Bill, che ci apre il campo, che mi consente di andare dentro…to the rack!

Il puzzle però ancora non è completo.

E poi ci sono gli avversari, quelli che anche se non vuoi devi imparare a rispettare. Solo così puoi capire come batterli. Fuori mostriamo molta strafottenza, siamo degli underdogs, una squadra di reietti. Il mio sorriso piace. Piace al pubblico, piace alle tv, agli sponsor. Ma a loro, agli avversari, no.

Soprattutto quando gliene metto 30, quando non mi contengono, quando col crossover porto a scuola qualsiasi guardia della Lega. Ma non basta, non ancora. Coach vuole che giochiamo di squadra, e io di problemi a condividere tiri e responsabilità non ne ho mai avuti.

La passo a Bill quando è smarcato, lui sui blocchi e in difesa mi protegge. Non sempre è facile essere il più piccolo di tutti, l’ho imparato fin dai tempi della scuola, fin dalle partite con i fratelli e gli amici al playground. Ma io voglio farcela!

Isiah Thomas Classic

Abbiamo tanti avversari, la Eastern Conference di metà anni ‘80 è durissima. Ci sono gli Hawks di Nique, i Bucks, i Sixers, e ovviamente i Celtics. Li odio! Odio Larry Bird, ma in fondo, è un odio generato dal rispetto che provo per lui, per come lotta, per come si tuffa sul parquet, per come coinvolge i compagni. Sì mi è capitato di fare dichiarazioni sconsiderate. Se potessi tornare indietro… mi morderei la lingua. Si è guadagnato il rispetto di tutti, perché è semplicemente uno dei più grandi ad aver mai giocato a basket. E io voglio essere come lui, come lui lo è per compagni e franchigia.

E il pubblico… Wow! Al Garden di Boston, che battaglie! Che mistica, che atmosfera. Quello è l’ostacolo che dobbiamo superare, prima ancora dell’altro mio “nemico” che, come me, ancora non ha vinto niente.

Le chiamano “Jordan Rules”. Mi fa pena questa definizione. Sono le nostre regole difensive, è il sistema messo in piedi con il Coach, eppure anche queste hanno preso il nome di Michael.

Lui è sempre al centro dell’attenzione, è IL giocatore, la stella sulla quale il Commish e l’intera Lega puntano per il futuro.

Magic e Larry gli hanno salvato il culo ai signori di New York, ora tocca a MJ portarli ad un altro livello, al prossimo step, quello globale.

Sì, batteremo anche lui!

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Per fortuna la franchigia comincia a muoversi bene. Al draft scoprono giocatori che nemmeno io avevo mai sentito nominare, pur essendo rimasto un grande appassionato di college basketball. John Salley e Dennis Rodman sono due animali da rimbalzo. E poi difendono, e questo ci completa, per quella che vuole essere la nostra idea di gioco, in questa decade di scontri senza prigionieri.

Ci sono anche le trade, e da una di queste è arrivato Rick Mahorn, il più duro di tutti, il complemento perfetto per Bill. E siccome a basket bisogna anche saper giocare di tecnica, Adrain Dantley è quello che ci voleva! E’ un piacere vederlo in allenamento, ha il nostro stesso spirito, vuole vincere! E una classe innata…

Ed è così che per la prima volta abbiamo raggiunto le 50 vittorie, e ci crediamo davvero. Ai Playoffs del 1987 facciamo strada. 3-0 ai Bullets, 4-1 agli Hawks. E ci risiamo, ancora Larry, ancora i Celtics.

E’ la nostra prima finale di Conference, daremo tutto. E lo diamo: in casa siamo imbattibili, ma anche loro lo sono, sul parquet incrociato del Garden. Siamo 2-2, siamo a gara 5. Ancora a Boston.

Ce la giochiamo, fino alla fine, siamo avanti, mancano 4 secondi. “Teniamo sta palla che poi in casa non ce n’è per nessuno”. E invece…

Non l’ho visto. Non l’ho proprio visto. Dov’era nascosto? Come ha fatto? Bird mi ha intercettato la rimessa, e DJ l’ha chiusa con un facile lay-up. Sono a pezzi… sono distrutto nonostante gli incoraggiamenti del Coach e dei compagni in spogliatoio. La serie non è finita, mi ripeto, mi ripetono. E infatti vinciamo gara 6 ma quell’errore ha spostato ogni possibile inerzia a favore dei Celtics. Che sanno di potersela aggiudicare, tra le mura amiche, in gara 7. E così sarà.

I media e i fans cominciano a chiamarci Bad Boys. Non hanno tutti i torti. Ma è la nostra armatura, una corazza necessaria per sopravvivere in un mondo di squali, e soprattutto in una Lega di giocatori e squadre fortissime, spietate. Abbiamo sete, sete di vendetta. E gli squali stavolta saremo noi, non provate a sanguinarci davanti!

L’anno dopo facciamo ancora meglio: 54 vittorie. Ma ai playoffs rischiamo subito di uscire. Ci salviamo alla 5^ contro Washington, ma al 2° turno contro Chicago, Jordan Rules o meno, non c’è storia, e la serie la vinciamo noi 4-1. Ora sotto con i Celtics. E’ un anno che aspettiamo, e li battiamo, in casa loro, all’overtime di gara 5 per chiuderla poi 4-2. Che liberazione!

Ora il destino mi mette di fronte a Earvin. Un fratello al quale voglio strappare il cuore – cestisticamente parlando – perché bramo la stessa gloria che lui ha già assaporato. Siamo avanti 3-2, possiamo farcela. In gara 6 gioco il miglior quarto della mia carriera, e in quei soli 12 minuti metto a segno 25 punti. Ma il sesto fallo fischiato ingiustamente a Bill manda Jabbar in lunetta. E’ un veteranissimo, certe opportunità non se le lascia sfuggire. La vince lui con i tiri liberi, e i Lakers la settima e decisiva gara. E’ dura superare un’estate convivendo col rimorso di ciò che poteva essere, e non è stato. Tornare di nuovo con i compagni ad allenarmi è però un toccasana.

Quella verso la vittoria dell’anello è una scala che stiamo salendo, tutti insieme. Ci buttano giù di un gradino, ne risaliamo altri due.

L’estate ha portato anche una novità: Dantley è partito e il frontoffice l’ha sostituito con un altro mio amico nativo di Chicago, Mark Aguirre.

Mark è un esterno, un’ala piccola, che dà il meglio di sé in post-basso. L’ideale per noi che sfruttiamo moltissimo il gioco fronte a canestro dei nostri lunghi, anticipando i tempi e le “mode”.

Non possiamo più sbagliare, e non lo faremo. 63 vittorie in stagione, e questa volta il vantaggio del fattore campo garantito fino all’eventuale 7^ delle Finals. Ma non ce ne sarà bisogno.

Spazziamo via tutti, sì anche i Bulls in una serie durissima, per tornare in finale contro Magic e i Lakers. Ma questa volta il contributo dei miei compagni è all’altezza delle aspettative. La nostra difesa e il nostro attacco corale, orchestrato magistralmente dal Coach, ha la meglio su tutto e tutti. Chiudiamo con 4 vittorie di fila e il nostro primo anello! Sto toccando il cielo con un dito… Earvin viene a complimentarsi in spogliatoio. Lui sa cosa sto provando, perché c’è passato prima di me, e ora lo so anche io: sono campione NBA!

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Ma non possiamo accontentarci. Abbiamo tutto il necessario per entrare definitivamente nella storia, dopo aver regalato alla città di Detroit il primo titolo NBA.

Il passo decisivo è quello di rivincere, di riconfermarsi, per due anni consecutivi. Di incidere nei libri di storia le dolcissime parole “back to back”.

Solo i Lakers del 1987-1988 c’erano riusciti, a quasi vent’anni dalla fine della dinastia di Bill Russell e dei Celtics, ultimi autori di una vittoria in due anni consecutivi.

Ci lascia però Mahorn. Coach deve rivedere l’assetto e le rotazioni, e intuisce che è il momento di inserire Dennis in quintetto. Lo ripagherà al meglio. La panchina continua ad essere un punto di forza della squadra, e gli equilibri non solo non cambiano… migliorano.

Aguirre è un realizzatore impressionante, ma ogni sera qualcuno di noi può salire in cattedra, aiutato dai compagni. Ci interessa solo una cosa (la vittoria) e condividiamo questa ambizione senza gelosie.

59 W ci bastano per il miglior record ad Est, ma sono ancora i Lakers con 63 a sembrare i favoriti per l’anello. Invece, come successo a noi in passato, altre squadre emergono nei playoffs della Western Conference, tanto che Phoenix elimina L.A. per poi farsi mandare a casa da Portland.

I Blazers sono una squadra atletica, alla quale piace correre… e volare col loro giocatore di punta, Clyde “The Glide” Drexler. Li troviamo in finale. Non siamo più la squadra giovane ed inesperta di un tempo, loro sì! Sono un avversario ostico per alcuni accoppiamenti, ma noi lo siamo di più. E giocando il nostro basket possiamo “risparmiarci” un po’ di cattiveria agonistica, quella riservata a Jordan e ai Bulls nella finale dell’est, dove la spuntiamo 4-3. Sarà l’ultima volta…

Le Finals sembrano più semplici rispetto alle due precedenti contro i Lakers, ma ovviamente non è così. Ci facciamo strappare il vantaggio del fattore campo in gara 2, e ora i Trail Blazers, con 3 gare sul proprio parquet, possono ribaltare ogni pronostico. Ma nessuno – non Portland di sicuro – ha fatto i conti con la fame dei Bad Boys.

Proprio quando sfavoriti, svantaggiati, infamati da tutti, abbiamo sempre dato il nostro meglio.

Nell’Oregon le vinciamo tutte e 3. Ci alterniamo io, Joe e Vinnie come principali protagonisti, ma è lo spirito di squadra voluto dal Coach a farci tagliare il traguardo: a casa si torna solo per festeggiare!

E’ back-to-back, siamo nella storia del Gioco! A non tutti siamo piaciuti, in tanti ci hanno odiato, ma ora se guardate lassù, verso il soffitto della nostra arena, i banners che prima non c’erano, ora potete vederli. Ora e per sempre.

Detriot Pistons v Boston Celtics

Andrea Pontremoli

Andrea Pontremoli

Ex-giocatore e poi allenatore di settore giovanile, collaboratore dal 2005 e in seguito capo-redattore NBA per All-Around.net. Partecipa con un suo racconto al libro "All-Around: 12 storie 1 passione" (Orizzonti Editore) ed è autore del testo "Il triangolo sì...io lo rifarei" sullo studio e l'utilizzo della Triple-post Offense di Coach Tex Winter.

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