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Tremendamente Sincero: Jerry West

I hear hurricanes a blowin’

I know the end is commin’ soon

I fear rivers over flowing

I hear the voice of rage and ruin

Il cronometro del Forum indica che abbiamo appena scollinato la metà esatta dell’ultimo quarto quando Chamberlain svetta sulla testa di Don Nelson per toccare e poi controllare il rimbalzo numero 21 della sua partita e lanciare Keith Erickson in transizione. La guardia ex-Bulls si riversa nella metà campo offensiva e serve Baylor nel mezzo angolo, che sbaglia. Il grande Wilt, fuori dall’inquadratura della telecamera, è rimasto un giro indietro, apparentemente sofferente. Nel capovolgimento di fronte è nuovamente il centrone dei Lakers, ora sì, vistosamente claudicante, a tirare giù la palla dopo il tentativo a vuoto di Havlicek. Si tocca il ginocchio destro e chiede il cambio. Il coach chiama timeout. Le immagini indugiano sull’ingresso in campo del trainer Frank O’Neal che sopperisce all’evidente gap di altezza nei confronti del proprio giocatore con la classe dei pantaloni bianchi e delle francesine nere coi lacci anch’essi rigorosamente bianchi che indossa con orgoglio.

La sfida, ferma sul 103-94 in favore di Boston, sembra poter perdere un altro protagonista dopo che il vecchio Sam Jones, l’eroe di gara 4 fra le fila dei Celtics, ha abbandonato partita e carriera per raggiunto limite di falli.

Lo scorrere del tempo è inesorabile per i Lakers che si trovano a rincorrere, fronteggiando pericolosamente l’onta dell’ennesima finale persa contro i bianco-verdi, ancora in gara 7 ma questa volta senza la scusante della maledizione del Garden.

Nonostante porti una fasciatura piuttosto appariscente alla coscia sinistra, segno di un fastidioso stiramento che si è procurato nell’episodio numero 5 della serie, Jerry West ha masticato amaro troppe volte per permettere alla storia di ripetersi in tutta la sua crudele fatalità. Si procura e converte due liberi, poi insacca un palleggio, arresto e tiro dalla media con la frivolezza tipica dei frequentatori dei salotti buoni, quindi segna nuovamente una coppiola di conclusioni dalla lunetta, riportando i suoi a -3. Come dirà Frank Deford di Sports Illustrated, sta sostanzialmente giocando su una gamba sola. Mentre torna in difesa, zoppica. Si trascina sul parquet in un modo che suscita allo stesso tempo la tenerezza che si può riservare a un cucciolo ferito sul ciglio della strada e la deferenza che merita invece un dio che seppur benevolo potrebbe punirti in ogni momento.

Il suo spirito di guerriero è contagioso. Mel Counts, il più improbabile dei protagonisti, segna un jumper dal midrange: 103-102 Celtics. È probabilmente il canestro che fa pensare precipitosamente a coach Van Breda Kolff di poter fare a meno di The Big Dipper per il resto della gara. West osserva incredulo. Gli ultimi 3 minuti sono una tonnara bella e buona, con errori banali da entrambe le parti. L’unica azione degna di nota, quella decisiva, vede Erickson cacciare e infine togliere la palla dalle mani di Havlicek per consegnarla miracolosamente in quelle di Don Nelson, appostato sulla lunetta, il quale lascia partire un tiro che altrettanto miracolosamente trova la retina dopo aver sbattuto sul secondo ferro ed esser schizzato in alto per un metro buono. Segue un errore sanguinoso di West che tira nonostante il raddoppio, la strategia difensiva che coach Bill Russell, anch’egli all’ultimo ballo da giocatore, gli destinava dalle prime due gare della serie, concluse rispettivamente a 53 e 41 punti.

Il resto ha lo stesso peso specifico delle tappe di trasferimento del Giro d’Italia: nullo ai fini del risultato finale che, per inciso, dice 108-106 Celtics.

Per la settima volta su altrettanti tentativi spalmati su un solo decennio, i Lakers vengono sconfitti all’ultimo atto dalla corazzata bianco-verde. E, quel che è peggio, a differenza di sempre incassano la batosta dopo esser partiti con i favori del pronostico e, avanti 2-0, aver cullato desideri non troppo celati di cappotto. Jerry West, che a forza di prenderle era diventato almeno un po’ circospetto, non perdonerà mai al proprietario Jack Kent Cooke di aver impudentemente ordinato e fatto appendere sulle travi del soffitto del Forum gli orrendi palloncini celebrativi, da rilasciare quando – e non se – avessero vinto il titolo e che invece rimasero là dove non avrebbero mai dovuto trovarsi.

L’immagine di West che dopo quella gara 7 lascia il parquet con le spalle ricurve e in completa solitudine è immediatamente entrata nell’immaginario collettivo degli sportivi americani come l’emblema della sconfitta, al pari, se non al di sopra, della tristissima foto che ritrae il quarterback dei Giants, Y.A. Tittle, che se ne sta piegato sulle ginocchia col sangue che gli esce da un taglio sulla testa priva di capelli.

Credits to: www.wearesc.com

Un ostacolo insormontabile

Si tratta di drammi sportivi, sia chiaro. Nulla a che vedere con quelli reali della vita intesa nella sua accezione più profonda – come quello che attendeva lo sfortunato regista Roman Polanski mentre, più o meno nello stesso periodo, si trovava a Londra per valutare alcune location per la sua nuova fatica: The Day Of The Dolphin. Ma ci torneremo.

Sono momenti che segnano per sempre la carriera di un giocatore. Formano cicatrici che continueranno a tormentare per molto tempo ancora chi è costretto a portarle sulla pelle, chi vede ciclicamente sfumare anni di duro lavoro sul campo nel medesimo, nitidissimo, ancorché lacerante, epilogo. E non passa molto tempo che queste cicatrici assumano le sembianze dei giudizi netti, delle scomode e antipatiche etichette che diventa difficile scrollarsi di dosso. Allora la nomea di perdente riecheggia in ogni palazzetto d’America, quando la tua squadra ha fatto della sconfitta una fedele compagna di viaggio. Anche se contro la Dinastia degli invincibili Celtics. Anche se in gara 7 hai messo insieme 42 punti, 13 rimbalzi e 12 assist giocando su una gamba sola. Anche se sei l’unico della Storia ad aver ricevuto il premio di MVP da sconfitto. Appunto, da sconfitto.

Dice West: «Negli anni ’60 perdemmo sei volte in finale contro Boston. SEI VOLTE. Se avessimo perso con squadre differenti, il dolore sarebbe stato diluito. Ma la stessa squadra, over and over? Ti sentivi come se venissi continuamente deriso, come da bambino, quando qualcuno ti diceva che eri troppo magro, o troppo grasso, o ti canzonava per i dentoni da cavallo o per le grandi orecchie.»

I see a bad moon rising

I see trouble on the way

I see earthquakes and lightnin’

I see bad times today

La sconfitta porta con sé grossi demoni, che ti accompagnano durante il giorno e non ti abbandonano quando alla sera ti rifugi nella tua stanza. Se pure imponi alla tua mente di dirigersi su altri lidi, succederà sempre qualcosa che alimenterà nuovamente il pensiero negativo che stai cercando di allontanare. La guardia dei Lakers nei mesi che seguirono quella gara 7 aveva perso il sonno. Sopraffatto dalle continue delusioni, maturò persino la malsana (per il basket) idea di ritirarsi. Anche le attività più piacevoli come il golf – un gioco che West adorava perché solitario e perché “se sbagli puoi solamente incolpare te stesso” – avevano completamente perso ogni loro precedente attrattiva. «L’estate successiva, quella del ’69, fu una delle peggiori della mia vita. Mi sentivo perso ed ero depresso. Dovunque andassi, era estremamente difficile per me sostenere lo sguardo delle persone senza abbassare gli occhi.»

L’insicurezza del giocatore flirtava pericolosamente con l’atteggiamento di estrema diffidenza nei confronti del resto del mondo: «Sentivo che non c’era possibilità che un terapista potesse capire il mio particolare tormento e, per di più, percepivo come se in qualche aspetto fossero persino più malati di quanto non fossi io.»
Credits to: www.hoopshabit.com

Il demone dell’inquietudine

D’altra parte l’intera esistenza di Jerry non è stata semplice. Nato a Chelyan, nel West Virginia, il 28 maggio del 1938, rappresentava l’America bianca degli anni ’50 come nessun altro. Era un ragazzo timido ed introverso, figlio di un minatore che alla sera, rientrato dal lavoro, usava scaricare le proprie frustrazioni sugli inermi moglie e figlio: «Tornavo in camera dopo essere stato picchiato – non colpito, ma picchiato – e ricordo che stavo lì seduto a coltivare pensieri disdicevoli. Provavo odio solo alla sua vista.» Come se non bastasse, perse il fratello David nella Guerra di Corea. Non avrebbe più superato quel trauma, vivendo tutta la vita pensando al fratello. Anche il basket – dirà – costituiva una via di fuga da questa perdita.

Non stupisce più di tanto che l’uomo Jerry West sia perennemente afflitto dal demone dell’inquietudine. Quell’inquietudine che, quando ricopriva il ruolo di Executive Vice President of Basketball Operations di una versione dei Lakers (1995-2000) che poteva considerarsi quasi esclusivamente frutto della sua geniale intuizione, non gli permetteva di guardare dal vivo l’intero svolgimento delle partite. La stessa inquietudine che finì molte volte per abbeverarsi alla fontana dell’ineluttabilità allorché in maggio l’anello di campioni NBA arrideva sempre e comunque a Bill Russell e soci. Persino i piccoli segnali della quotidianità sembravano congiurare contro il nostro: «Quando (dopo aver vinto l’MVP della finale del 1969 – NDR) mi recai a New York per ricevere il mio “booby prize” (il nostrano premio di consolazione), una Dodge Charger nuova di zecca, truccata, ma di colore verde, probabilmente pensata per un Celtics, pensai di metterci dentro un candelotto di dinamite e farla saltare in aria, proprio lì a Manhattan.»

Vibrazioni paranoiche

Don’t go ’round tonight

It’s bound to take your life

There’s a bad moon on the rise

Questi, come quelli precedenti – è arrivato il momento di svelarlo – sono versi della canzone Bad Moon Rising che beffardamente i Creedence Clearwater Revival fecero uscire proprio il 5 maggio del 1969, data della gara 7 appena raccontata. La leggenda vuole che John Fogerty abbia scritto il testo della canzone il giorno in cui Richard Nixon fu eletto come 37° Presidente degli Stati Uniti d’America. Per questo motivo fu adottata dal movimento pacifista contro la guerra (del Vietnam). Nonostante Fogerty abbia negato a più riprese l’attendibilità di questa diceria, la sua fama è rimasta tale. Fu una delle canzoni intonate dagli studenti a Berkeley durante quello che è passato alla storia come il “Bloody Thursday”, ovvero il giorno in cui Reagan mandò l’esercito a sedare i tumulti della manifestazione contro il Vietnam facendo sparare sulla folla del People’s Park.

Ovviamente non è questo il motivo per cui ricorre in questo articolo. Tuttavia le vibrazioni paranoiche che emanano dalle parole di Fogerty, che preannunciano tempi difficili fino a consigliare di non andarsene in giro la notte perché pericoloso per la propria vita, ben si sposano con la storia di uno come West che, come direbbe Campbell, rappresenta in maniera perfetta la figura dell’eroe che in un certo momento si trova di fronte al lato oscuro del suo vero, nascosto sé, quello che ha negato per gran parte della vita.
Credits to: www.thescore.com
In quell’estate burrascosa del 1969, colui che di lì a poco sarebbe diventato l’icona riconoscibile in tutto il globo della National Basketball Association, Mr. Logo, aveva spinto a tal punto la propria convinzione che in qualche modo, senza necessariamente sapere quale, le stelle si fossero chiaramente allineate contro di lui, da sviluppare pensieri al limite della paranoia. Si convinse ben presto di essere seguito per le strade di Los Angeles quando rincasava a bordo della sua Ferrari bianca. In quell’anno, il 9 agosto, in una villa di Beverly Hills fu uccisa insieme ad altre quattro persone la bellissima attrice Sharon Tate, moglie del Roman Polanski di cui sopra (che si trovava a Londra). Le indagini rivelarono che tale mattanza fu opera dei seguaci di una setta guidata da Charles Manson (The Manson Family). Quando successivamente (1974) uscì un libro sui fatti di quei giorni, scritto da Vincent Bugliosi e intitolato Helter Skelter, l’attenzione di West si concentrò in particolare su un passaggio del testo, in cui si riportava che “osservando un’auto sportiva bianca davanti a loro, Manson disse a Linda: «Al prossimo semaforo rosso accostati a quella macchina. Io ucciderò l’uomo alla guida.»” Era la prova inconfutabile del fondamento delle sue preoccupazioni. Dopo tali rivelazioni, nei giorni, mesi, anni seguenti non ha mai smesso di domandarsi se l’uomo alla guida fosse realmente lui. Nel raccontare la propria vicenda, il figlio del West Virginia ha sempre mostrato grande dignità, ammettendo angosce per altri inconfessabili, come testimonia il libro scritto con Jonathan Coleman, West by West: My Charmed, Tormented Life, da cui sono ripresi molti passi citati in queste righe.

Per questo l’uomo, prima che l’immenso giocatore, ha assunto uno spessore che appartiene a pochi nella lega. Anche se pienamente consapevole di offrire un’immagine di sé simile a quella di una perenne vittima, non ha potuto farci niente. Sapeva che nella sua esistenza poteva vantarsi di aver collezionato molte più vittorie che sconfitte e che tantissime persone provavano simpatia e ammirazione nei suoi confronti, eppure non poteva esimersi dall’affermare a gran voce che la sconfitta, quel maledetto, ciclico ripetersi della sconfitta lo perseguitava. Poiché lo sport però, a differenza della vita, è spesso gentiluomo con chi ha subito tante cocenti delusioni nonostante il chiaro impegno profuso e le indiscutibili capacità mostrate, il buon Jerry ebbe infine la sua rivincita divenendo proprio nel 1969 il simbolo di quel marchio NBA tanto conosciuto ancora oggi in tutto il mondo e, soprattutto, ottenendo meritatamente quel titolo (nel 1972) che aveva rincorso con tanta ostinazione, per tutta la sua fortunata, tormentata vita.

Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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