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Tra i misteri del Salary Cap – Parte 1

Prima di tutto una doverosa premessa: cos’è il Salary Cap nella NBA e in generale negli sport professionistici americani. Il Salary Cap è il limite massimo in fatto di stipendi, per singola stagione. spendibile da una franchigia, quindi l’ammontare degli stipendi dei giocatori della squadra e regolamenta, di conseguenza, cosa può fare e cosa non può fare, attraverso tutta una serie di regole anche abbastanza complesse e spesso suscettibili di aggiornamenti e variazioni, una squadra sul mercato.

La differenza sostanziale tra la NBA e le altre leghe professionistiche americane, quelle principali, quindi NFL per il football e NHL per l’hockey (la Major League Baseball non ha il Salary Cap ma altre regole) è quella di avere un così detto “Soft Salary Cap” mentre per le altre leghe si parla di “Hard Salary Cap”.
Qual è la differenza? La differenza è la possibilità per le franchigie NBA – così come ad esempio per la più giovane Major League Soccer – di sforare entro alcuni limiti e in alcuni casi senza limiti, quello che è il Cap massimo fissato per una determinata stagione. Sforando questo Cap le franchigie incorrono nel pagamento di una cosiddetta Tassa di Lusso (Luxury Tax) mentre semplicemente nella NFL e nella NHL questo non è ammesso.

Dopo gli accordi tra l’Associazione Giocatori e la lega nel 2011 e successivi aggiornamenti, il Cap subisce anno dopo anno delle variazioni che vanno di pari passo con quelli che sono i ricavi della Lega: nella NBA una determinata parte, una percentuale, degli incassi derivanti da qualsiasi tipo di fonte quindi il merchandising, i contratti televisivi ecc. ecc. deve essere destinata agli stipendi dei giocatori.

Per la prima volta l’NBA ha introdotto il Cap a metà degli anni ’40, ma è stato abolito dopo una sola stagione fino al 1984-85, quando sotto il commissioner David Stern il Cap è stato reinserito. Fino a quella stagione le squadre potevano spendere quello che volevano/potevano per gli stipendi dei giocatori. Pensando alle cifre di oggi, e pur tenendo tutto in proporzione con i tempi, fa quasi sorridere il limite che nel ’84-’85 fu fissato ad appena 3,6 milioni di dollari come totale del monte salari.
Come detto questo totale dei salari è determinato da una percentuale sui ricavi della lega che può variare, ad oggi, tra il 49 e il 51%. La particolarità ulteriore delle regole del Salary Cap è quella di avere un minimo sotto il quale le franchigie e i loro proprietari non possono scendere come totale degli stipendi pagati al proprio roster e questo minimo è attualmente il 90% del totale del Cap.

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Con l’accordo in corso tra Associazione Giocatori ed NBA queste regole nel Dicembre 2016 sono state rinnovate e resteranno in vigore fino alla stagione 2023-2024, ma con la possibilità da ambe le parti – quindi sia lega sia Associazione Giocatori – di uscire da questo contratto per rinegoziarlo dopo la stagione 2022-2023.
Per l’annata 2018-2019 il totale spendibile per rimanere sotto al Cap da ogni singola franchigia è salito al massimo storico, ovvero a 108 milioni di dollari che diventeranno 109 nella prossima e addirittura 114 nel 2020-2021.

Tassare gli spendaccioni

Potrebbe essere questa la dicitura da utilizzare come sinonimo di Luxury Tax. Tassa che rientra sempre nel concetto di base voluto da Stern di bilanciare il più possibile le forze in campo.
L’unico caso in cui una squadra può sforare in modo indefinito il Salary Cap è quello che occorre quando si vuole rifirmare propri giocatori utilizzando una delle così dette “Larry Bird Exception” che vedremo tra poco.

Inizialmente questa regola della Luxury Tax prevedeva il pagamento da parte delle franchigie “colpevoli” di aver superato il tetto massimo, di un dollaro per ogni dollaro in eccesso. La proporzione non è più questa, oggi, tanto che è stata creata una tabella con delle fasce a seconda della spesa oltre la soglia della Luxury Tax. Ora per ogni dollaro speso in più si può arrivare a pagarne fino a 4,75 con ulteriori penali da 0,50$ ogni 5 milioni. Il tutto come capite è abbastanza complesso. Cerchiamo dunque con questo primo articolo di cominciare a fare un po’ di chiarezza e semplificare quella che è una delle parti fondamentali per un management NBA e tra gli argomenti più discussi negli uffici di ogni frontoffice.

Proseguiamo dicendo che esiste un margine tra il Salary Cap e la soglia superata la quale le franchigie sono costrette al pagamento della tassa di lusso; questo cuscinetto serve ad esempio per poter rifirmare comunque dei giocatori appartenenti al proprio roster piuttosto che presi attraverso delle trades, gli scambi sul mercato per i quali si ha un margine di manovra da giocarsi, ma senza dover poi pagare dollari in più alla lega per aver superato eccessivamente la soglia massima.

Vediamo ora le principali eccezioni a queste regole base.

Quando l’eccezione diventa regola

La prima eccezione che vediamo è la cosiddetta “Mid-level exception” ovvero quella che consente, una volta all’anno, alle squadre questa “scorciatoia” per firmare un giocatore. La cifra esatta a disposizione è determinata dalla situazione della singola squadra rispetto al Cap di quell’anno.
In ogni caso questa eccezione può essere utilizzata per offrire dei contratti con durata massima di 4 anni, ma quando una squadra è già oltre il limite della tassa di lusso, la durata del contratto offerto non può superare i 3 anni.
Nelle stagioni a venire anche la Mid-level exception verrà rimodulata in percentuale all’innalzamento totale del Salary Cap, anno dopo anno.

La seconda eccezione è la cosiddetta “Bi-annual exception” ovvero l’eccezione che consente alle squadre al di sotto della soglia della Luxury Tax di mettere sotto contratto un Free Agent partendo da un salario di 3,29 milioni di dollari.
Anche questa eccezione, così come la Mid-level exception, può servire per mettere sotto contratto più di un giocatore, ma sempre per l’ammontare totale concesso per quella stagione da queste eccezioni, e nel caso della Bi-annual exception, per una durata contrattuale di uno o al massimo due anni.
Per fare un esempio: l’antenata di questa eccezione fu usata dai Lakers per mettere sotto contratto Karl Malone, ma a partire dal lockout del 2011 la precedente “One million exception” fu abolita proprio per impedire alle squadre di ingaggiare top players spendendo davvero poco.
Una squadra non può usare questa exception per due anni consecutivi e nello stesso anno in cui è utilizzata eventualmente la Mid-level.
Un’altra eccezione è quella che consente alle franchigie di mettere sotto contratto, secondo una scaletta predeterminata, le proprie prime scelte al draft anche se la situazione di payroll complessivo eccede il Cap, ma lo vedremo nel dettaglio nella seconda parte di questo speciale.

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Negli ultimi anni, ovvero dal 2017 quando sono stati introdotti, i contratti così detti “Two Way” sono tra i più utilizzati, e ne sentiamo parlare ad ogni telecronaca. Questa tipologia consente alle squadre NBA e ai giocatori di G League di legarsi contrattualmente con una sostanziale particolarità rispetto al passato.
Infatti a differenza di quello che succedeva prima del 2017 con l’allora D-League, ogni squadra NBA può mettere sotto contratto due giocatori e assegnarli alla propria “succursale” di G League senza il rischio che una squadra avversaria possa ingaggiarli durante la permanenza nella “lega minore”. Il miglioramento per i giocatori invece è quello di ricevere un salario molto più alto degli altri colleghi di G League e per le franchigie – oltre a mantenere il controllo sui giocatori stessi – c’è il vantaggio che questi Two Way Contracts non vengono considerati per il calcolo totale del monte salari che determina l’essere sotto o meno al Salary Cap stagionale.

Senza considerare altre situazioni molto particolari e che non capitano praticamente mai diciamo che queste sono le eccezioni più frequenti e utilizzate dalle franchigie dopo la firma del più recente contratto tra Associazione Giocatori e NBA.
Quella che invece, vuoi per il nome vuoi per anzianità della regola, è probabilmente la più conosciuta e nominata è la così detta “Larry Bird exception”. Vediamo in cosa consiste.
Intanto il perché di questo nome: l’eccezione fu etichettata in questo modo perché i Boston Celtics furono la prima squadra a superare il limite del Salary Cap di allora per rimettere sotto contratto un proprio giocatore, in questo caso ovviamente Larry Bird.
In sostanza di cosa stiamo parlando? Di tutti quei casi dove un giocatore con almeno 3 stagioni consecutive (senza venir tagliato o aver cambiato squadra come Free Agent) con la stessa franchigia può essere rifirmato a condizioni vantaggiose (per il giocatore, rispetto alle proposte di altri team) dalla stessa squadra. Unico caso in cui questi diritti possono essere trasferiti ad altra squadra nel momento in cui il giocatore cambia maglia dopo un taglio sussiste se, come si suol dire, lo stesso giocatore è stato “amnistiato”.
Infatti un arbitrato del Giugno 2012 ha sentenziato che tutti i giocatori tagliati e non “amnistiati” e che di conseguenza hanno cambiato squadra perdono questi “Bird Rights”.
Per maturare questi diritti un giocatore può essere al termine di un contratto triennale come al termine di tre singoli contratti annuali, sempre e solo con la stessa squadra. Se il giocatore viene scambiato attraverso una trade e quindi non tagliato per firmare poi con un’altra franchigia, i suoi diritti legati alle Bird Rules vengono per così dire scambiati insieme a lui. La nuova squadra potrà usare quindi questa eccezione per rifirmarlo. Dal 2011 il contratto che rispetta queste regole non può essere più lungo di 5 anni.

Ci sono come detto tutta una serie di altre eccezioni tra le quali alcune ancora legate al nome di Bird, ma diciamo che queste sono le principali e quelle usate più spesso. L’ultima che vediamo oggi tratta invece l’eccezione di ingaggio al minimo salariale, secondo la quale una squadra può firmare un giocatore appunto col salario minimo anche se si trova sopra al Cap, per un contratto di una lunghezza di massimo 2 anni. Nel caso di un Two Year Contract, la seconda stagione sarà obbligatoriamente al minimo salariale. I giocatori con questo tipo di contratto possono essere acquisiti tramite trade e non ci sono limiti come numero di giocatori che possono essere firmati e acquisiti usando questa eccezione durante una singola stagione.

Nel prossimo capitolo de “I misteri del Salary Cap” analizzeremo, tra le altre cose, la Rookie Scale, le regole per i Supermax Contracts e la Derrick Rose Rule.

Andrea Pontremoli

Andrea Pontremoli

Ex-giocatore e poi allenatore di settore giovanile, collaboratore dal 2005 e in seguito capo-redattore NBA per All-Around.net. Partecipa con un suo racconto al libro "All-Around: 12 storie 1 passione" (Orizzonti Editore) ed è autore del testo "Il triangolo sì...io lo rifarei" sullo studio e l'utilizzo della Triple-post Offense di Coach Tex Winter.

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