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Tim Thomas: estasi e tormento (parte III)

Un giocatore a fuoco lento per l’attacco dei Soli

In una delle classiche riunioni fra i membri del coaching staff di Phoenix in vista della serie playoff di primo turno contro i Lakers, discutendo della strategia difensiva da utilizzare su Bryant, in particolare circa la possibilità di cambiare su di lui anche con giocatori che non si chiamassero Bell o Marion, Alvin Gentry disse: “Penso che sia un suicidio mettere Tim su Kobe.” Il fratello di Mike, Dan D’Antoni però sembrava non essere dello stesso avviso: “Non dovremmo aver paura di questo, mi aspetto che Thomas giochi una buona difesa. È un giocatore NBA, cavolo!” Infine ci pensò Marc Iavaroni a chiosare, con tono finto serio:

“Puoi ripeterlo? Tu ti aspetti che Thomas giochi una buona difesa? Sei un’anima fiduciosa.”

Phil Weber, altro membro dello staff, era solito definirlo un giocatore “low-flame”, a fuoco lento, che costeggiava il campo a una determinata velocità ed era del tutto incapace, o comunque riluttante, a innestare anche solo una marcia più alta.

Nel suo meraviglioso libro “:07 Seconds or Less” in cui racconta da insider i fatti di quella stagione al seguito dei Suns, Jack McCallum chiama Tim Thomas “The Rental”, il giocatore a noleggio, aggiungendo come non fosse minimamente in grado di tirar fuori la benché minima motivazione in niente che non fosse un obiettivo a breve termine, come può esserlo una corsa playoff oppure un contract year. Ma in quel primo turno di playoff contro i Lakers fu proprio il giocatore preso a noleggio, a discapito di tutti i dubbi emersi sul suo conto, a vestire i panni del salvatore della patria. D’altra parte la flemma che lo caratterizzava normalmente si manteneva anche sotto pressione, assumendo in certe occasioni i tratti di una calma che doveva apparire inquietante ai più. Fu strepitoso in gara 1 con una prestazione da 22+15, incredibilmente costante nel prosieguo della serie, devastante nella decisiva gara 6.

Tim-Thomas-(2005-06)I Suns grazie a una prova di forza nel quinto episodio erano riusciti parzialmente a risalire da quel baratro (1-3) in cui Kobe Bryant, capace di una prestazione jordanesca (se mai ne ha fatta una) con tanto di tiro del pareggio nei regolamentari e della vittoria all’OT nella stessa partita, li aveva gettati inesorabilmente. Sotto nella serie, si trovavano ancora pericolosamente sull’orlo dell’eliminazione, senza Raja Bell (sospeso) e con tutta Hollywood che si era trasferita allo Staples per celebrare il trionfo giallo-viola e l’inedito derby tutto angelino coi Clippers al secondo round. Dopo l’ennesimo canestro di Bryant (chiuderà con 50 punti, di cui 12 nel supplementare), quel Bryant di cui sempre chiedeva e col quale rivaleggiava nel ranking dei migliori prospetti della nazione dieci anni prima, Thomas scoperchiò finalmente il vaso. A differenza di quanto successo all’incauta Pandora non ne uscirono tutti i mali del mondo ma soltanto quelli dei Lakers. Nash sbagliò la tripla dall’angolo a 13 secondi dal termine. Il rimbalzo però finì nelle mani di Marion – tanto per cambiare – che con buona presenza di spirito scaricò nuovamente la palla fuori dall’arco. Thomas raccolse, fece volare Kwame Brown con una pump fake da giocatore di poker e con 6.3 secondi sul cronometro mise dentro la bomba del 105-105. Ovviamente la palla si insaccò toccando soltanto la retina, come fosse in allenamento. Overtime e Suns che pareggiano e poi vincono la serie alla settima partita. Vinceranno in sette anche il secondo turno contro i Clippers e si arrenderanno soltanto di fronte a Nowitzki e ai Mavericks, ancora una volta (per Tim) in finale di conference.

Quella squadra di Phoenix però stracciò tutti i dettami del basket conosciuto. Che entrasse dalla panchina al posto di James Jones, o partisse fra gli starter, Thomas andava a comporre con Shawn Marion e Boris Diaw un trio di ali atipiche ma ben assortite. Il ritmo alto e l’elevato numero di possessi si confacevano al suo gioco e in quella post season mostrò il miglior basket di tutta la carriera: 15.1 punti, 6.3 rimbalzi e 44.4% da oltre l’arco con 5.4 tentativi a partita. Con la sua stazza (pareva sensibilmente ingrossato nella parte alta del corpo) e la possibilità di difendere il pitturato permetteva al compagno di reparto Marion di occuparsi per ampi tratti, magari in assenza di Bell o per farlo rifiatare, dell’esterno avversario più pericoloso (Bryant, ma anche Cassell). Di contro Shawn compensava con le sue doti animalesche a rimbalzo la scarsa propensione del compare verso questo fondamentale. Quando operavano nella metà campo offensiva a momenti all’interno dell’arco dei 3 punti non stazionava nessuno. Se aggiungiamo che il centro, almeno stando ai ruoli annunciati dallo speaker alla palla a due, era Boris Diaw, un tizio leggermente sovrappeso e amante del buon vino ma dotato di ball handling e abilità di passaggio da far invidia ai playmaker (5,2 assist a partita nei playoff), la faccenda si fa interessante. Il senso della posizione di Diaw, con annessa la consapevolezza che gli derivava dal fatto di sapere esattamente e in ogni istante dove fossero gli altri, rendeva ogni taglio, ogni pick & roll potenzialmente letale. Le penetrazioni degli esterni incontravano ben pochi ostacoli sulla loro strada e a turno, a seconda dell’accoppiamento, Thomas, Diaw e Marion potevano portare in post un esterno avversario. Portare un raddoppio era rischioso per gli avversari, per le bocche da fuoco sul perimetro, oltre che non immediato a causa delle distanze mantenute scrupolosamente in campo dai Suns.

Non un semplice tiratore ma un all-around

Tim_Thomas_does_the_two_handed_dunk_against_the_Lakers.sizedL’aver mostrato tanta versatilità garantì a Thomas un altro quadriennale da quasi 24 milioni di dollari. Questa volta furono i Clippers a cadere nel tranello. A Los Angeles non brillò. La squadra non raggiunse mai i playoff nei due anni successivi, anche a causa dei molteplici infortuni occorsi. Fu sovente incalzato dalle domande spinose dei media – T.J. Simers del L.A. Times su tutti – sul fatto che il suo tiro tanto decantato e per il quale era stato pagato sonoramente non rendesse poi granché sul campo da gioco. Thomas ribatteva orgoglioso: “Non sono un tiratore. Sono un All-Around.” Tempo dopo, scorgendo proprio Simers nei pressi dello spogliatoio, Tim si affrettò ad uscire per non farsi braccare. Disse Simers: “Almeno dimostrò di essere realmente capace di sbrigarsi.” Quando finalmente lo raggiunse, si sentì dire dal nostro:

“Penso che la mia carriera sia ok.”

   “Sì, ma ai Clippers hai collezionato più sconfitte che vittorie.”

“Non mi voglio far pervadere da questa negatività.”

   “Sembra che questo possa essere l’inizio di una splendida relazione.”

“Sono sposato.”

   “Allora possiamo fare un’uscita a quattro.”

No way”

concluse sbrigativamente Thomas e nel farlo, ci tiene Simers a ribadirlo, non rivelò alcun segno di umorismo. Probabilmente non aveva capito la battuta. In quell’istante il giornalista capì che anche senza vittorie ci sarebbe stato di che divertirsi.

In seguito al biennio angelino, fece un paio di comparsate nuovamente fra New York e Chicago, dopodiché nel 2009-2010 firmò al minimo per i Mavericks. Lasciò dopo 18 partite per stare accanto alla moglie Tricia che stava combattendo contro una malattia che non fu resa pubblica ma dalla quale sappiamo che ha pienamente recuperato. Nell’agosto 2010 si accordò ancora con la squadra di Cuban per un altro annuale ma la bozza di contratto fu annullata ancor prima di cominciare la stagione. Da allora è divenuto un perfetto “Mr. Mom” di 6’10” e 250 libbre che passa le giornate scorrazzando sul suv le tre figlie Kiara, Kennedy e Kallie, tra la scuola e gli impegni pomeridiani. Quell’anno i Mavs vinsero il titolo. Ma Thomas non si è sentito defraudato per questo. Difficilmente un accadimento è stato in grado di smuoverlo. Peccato, perché se solo avesse voluto, sarebbe potuto diventare il miglior giocatore della lega. Ma forse questo a Tim non interessava. Non è mai interessato. Probabilmente c’è da credergli quando dice che in fondo è andata bene così. Il dispiacere resta però negli occhi di chi ha guardato, di chi vedendolo giocare agli esordi ha creduto di riconoscere i segnali inconfondibili della grandezza. Non è stato così. Accontentiamoci almeno di aver potuto assaporare l’attesa che si compisse il destino che altri avevano stabilito per lui.

Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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