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Tim Thomas: estasi e tormento (parte II)

Dal draft NBA al Vaso di Pandora

thomas_draft Dopo un solo anno al college, il fenomeno Thomas era già parzialmente rientrato nei ranghi, se è vero che, nonostante le premesse liceali, fu soltanto settima scelta al draft 1997.

Ciò è ancor più chiaro (e triste) se si pensa che i Nets, del suo New Jersey, che avevano avuto la fortuna di pescarlo così “a buon mercato”, se ne privarono solamente 48 ore dopo, spedendolo con Jim Jackson, Eric Montross e Anthony Parker a Phila in cambio di Michael Cage, Lucious Harris, Don MacLean e Keith Van Horn (scelta n.2 di quel draft).

Probabilmente più di un osservatore doveva aver notato quella specie di mollezza mista a gentilezza che scaturiva dal suo incedere sul parquet. Poco male, deve aver pensato il nostro: secondo la geografia cestistica della zona, Paterson, che si trova al sud del cosiddetto Garden State, è comunemente considerata area di influenza di Philadelphia, non certo di New York. Nonostante tutto a Billy King, o a Larry Brown, o a tutti e due, l’idea di mettere uno come Tim Thomas al fianco di Allen Iverson deve essere sembrata quanto meno conturbante.

La stagione di Thomas ai Sixers partì piano ma si concluse in crescendo.
Complice la cessione del titolare del ruolo, Clarence Weatherspoon, fu catapultato in quintetto. Ottene il riconoscimento almeno del secondo quintetto rookie e, quel che più conta, conquistò la fiducia dell’ambiente. Sulle ali dell’entusiasmo Larry Brown dichiarò di aver lasciato passare uno come Paul Pierce al draft del 1998 perché lo spot di ala piccola era già abbondantemente coperto dall’uomo che veniva da Paterson. Difficile capire il motivo per cui in meno di un anno questo allegro quadretto andò in frantumi. Di sicuro giocarono un ruolo decisivo i mancati progressi da sophomore, per uno con quei mezzi.
Underachiever, direbbero loro. Probabilmente la scarsa concentrazione e la faciloneria negli allenamenti imputategli dal coach fecero il resto.

Dopo la trade che l’11 marzo 1999 lo portò ai Bucks insieme a Scott Williams in cambio di Tyrone Hill e Jerald Honeycutt, Brown confessò a coach Karl di non esser riuscito a trovare la chiave per motivare Tim. L’allenatore di Milwaukee raccolse la sfida, forte del suo carattere anti-convenzionale per gli standard dell’epoca. Diciamo che, poco alla volta, Thomas iniziò a svelarsi per ciò che realmente era: uno splendido miraggio di giocatore dominante, la prima manciata di pennellate su tela di un capolavoro impressionista. Curioso che ad affibbiargli uno dei nomignoli più pittoreschi sarà qualche tempo dopo, durante il primo turno playoff del 2004, l’ala dei Nets Kenyon Martin, uno a cui non chiederesti di fare il giullare al compleanno di tuo figlio. Del nativo di Paterson, in quell’edizione in maglia Knicks (ma ci arriveremo), K-Mart, indossando provocatoriamente dopo gara 2 la pagina del New York Daily News dal titolo “Whiny (piagnucolante) Tim”, dirà: «Sa dove sarò alle 7 di stasera. Sa dove trovarmi… Se chiedi in giro per la lega nessuno ti dirà di volerlo come compagno. I miei compagni invece non si sono mai lamentati di quanto duro sia il mio gioco… Non sono come il Vaso di Pandora, che quando lo apri non sai cosa ci troverai. Quello è Tim Thomas.» Ottima citazione Kenyon!

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Il mito di Pandora lo ricordavo un po’ diverso ma va bene lo stesso. Tale piccata reazione comunque era dovuta al fatto che Thomas, scomodando Donnie Brasco, aveva definito Martin “a fugazi”, che in gergo simil-mafioso sta per fake tough guy, ovvero falso duro. Proprio da quel vaso però, giocando per i Cervi, uscirono delle vere e proprie gemme. Nei playoff del 2000, la prima stagione completa con la franchigia del senatore democratico Herb Kohl, giocò un ammaliante primo turno contro Indiana da 15,4 punti e 4,8 rimbalzi di media dalla panchina. La buona impressione suscitata fece di Thomas uno dei free agent più appetibili del lotto. Su di lui si concentrò l’interesse di diverse squadre, intenzionate a sfruttare il vuoto creato dalla non eccezionale offerta di rinnovo da parte di Milwaukee e il desiderio del giocatore di ottenere finalmente lo spazio che meritava. Su tutte, i Pistons che volevano affidargli il dopo-Grant Hill e i Bulls che gli avrebbero consegnato volentieri direttamente le chiavi dello United Center. Thomas era sul punto di cedere a una di quelle avances, tanto che si rese irreperibile per i Bucks. Coach Karl e il GM Grunfeld, vedendo concretizzarsi il rischio di perdere il giocatore definitivamente, si misero immediatamente sulle sue tracce per cercare di capire se fosse possibile continuare il rapporto. Il resto della storia nella seconda puntata.

Ci siamo lasciati nell’estate del 2000, precisamente il 22 luglio, quando Thomas, corteggiato da mezza NBA (quella che rischiava di rimanere al palo nella corsa a Hill, T-Mac e Duncan), si negava ai vari interlocutori per cercare di fare chiarezza sul proprio futuro.
L’idea di cambiare nuovamente aria accarezzava con insistenza i suoi pensieri.

Nonostante l’atteggiamento di chiusura del giocatore, Karl e Grunfeld non si erano certo fatti prendere dall’ansia e con fiuto da detective avevano scovato l’albergo di Miami dove alloggiava il ragazzo. Era andato in Florida infatti per assistere a un incontro di pugilato. Per blindarlo misero sul piatto i 67 milioni di dollari in 6 anni che gli avrebbero garantito Detroit e Chicago. Dopo qualche giorno Thomas accettò.

Non male tutti quei bigliettoni per una semplice riserva. Nella stagione seguente si confermò l’arma tattica per antonomasia dell’arsenale di Karl. Entrava dalla panchina, cambiando i più statici Scott Williams e Mark Pope o il più grezzo Darvin Ham, ed era in grado di apportare immediate quanto chirurgiche iniezioni di corsa, tiro e vivacità ad una squadra già imprevedibile in partenza. L’inizio di stagione non fu dei più memorabili (3-9 il record a fine novembre), ma passò sotto traccia, presi com’erano nel Wisconsin dall’appassionante rincorsa ai playoff NFL dei Green Bay Packers, poi non concretizzatasi.

George Karl dichiarò: “Questa squadra mi sta insegnando molto a proposito di come si allena, perché non la capisco.” Un pezzo alla volta il puzzle fu ricostruito e trovarsi di fronte l’attacco dei Bucks, jump-shooting team per eccellenza, nelle serate in cui girava non era affatto piacevole. Immaginate – o semplicemente ricordate se ne siete stati testimoni – una situazione di pick & pop fra Cassell e Glenn Robinson con l’area sgombra (fatta eccezione per il mazzolatore per niente magico Ervin Johnson) e con Tim Thomas e Ray Allen che si scambiano fuori dall’arco sul lato debole pronti a colpire sullo scarico e indicatemi, se la vedete, una possibile via d’uscita per la difesa nell’NBA del 2001. Pick your poison, si usa dire. Thomas rappresentava allora il perfetto complemento dei Big Three. Con Big Dog formava un’accoppiata di tweener in grado di creare diversi grattacapi agli avversari di turno.

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Tim aveva un raggio di tiro più ampio (41.2% da 3 quell’anno) e per statura poteva tenere botta coi giganti dell’area. A dire il vero, la posizione in difesa era spesso sospetta e le lunghe leve quasi mai in flessione ma questi sono piccoli dettagli. Robinson era attaccante sopraffino che amava evoluire in quella terra di mezzo che a inizio millennio non era ancora stata bandita dal gioco. Fronte o spalle a canestro era dettaglio di poco conto. I Bucks si resero protagonisti di un’avvincente cavalcata che, dopo aver riportato nel Wisconsin la prima finale di conference dal 1986, si fermò solamente a 44 punti di Iverson dalle finals o forse è più corretto dire a causa di un errore di Big Dog su un tiro che di solito metteva nel sonno (e successivo tap-in di Ray Allen) nella decisiva e infuocata gara 5 al First Union Center.

thomati011Manco a dirlo, Thomas fu uno dei personaggi chiave della serie, lasciando in tutti gli osservatori attenti la fastidiosa sensazione di essere di fronte ad uno che nella metà campo offensiva se solo avesse voluto avrebbe potuto fare qualsiasi cosa. Ecco, se solo avesse voluto… Era capace nella stessa azione di passarla di tocco nel traffico e poi andare a correggere a rimbalzo l’errore del compagno. Il problema era che nei seguenti 5, 10 forse anche 15 minuti si correva il rischio di non sentirlo più nominare in telecronaca: lo intravedevi a giro per il campo con le braccia ciondolanti e lo sguardo languidamente assente. Thomas era un mistero per tutti, o quasi. Con Sam “I Am” se la diceva poco, forse per ragioni di gelosia inerenti al contrattone che gli era stato accordato. C’era chi sosteneva addirittura che, potendo scegliere a chi dare la palla senza penalizzare vistosamente la squadra, il play omettesse tranquillamente di passargliela. Con Big Dog invece pare che una volta abbia avuto un pesante alterco in spogliatoio. Ron Adams, assistente ai Bucks, invece lo definì così: «Tim è uno dei miei “studenti” ed è un ragazzo bravissimo. È ancora molto giovane e a volte fatica a mettere a fuoco le cose, ma fra tutti i giovani dell’NBA non credo ce ne sia uno più allenabile e con cui passare meglio il tempo… Sto cercando di farlo crescere in difesa, sfruttando le enormi possibilità che ha e che possono renderlo una superstar.» Eppure, nonostante la partenza prima di Robinson e poi delle altre due stelle, Thomas non raccolse mai la loro pesante eredità.

Migliorò le sue statistiche ma non prese per mano la squadra, come da più parti gli si chiedeva. Semplicemente non era un leader. Non desiderava esserlo. Curioso sentir dire adesso che Thomas non ce la metteva tutta, che non si imponeva, non attaccava il ferro, si accontentava del suo splendido, pavonesco tiro da fuori del quale, come un moderno narciso, era perdutamente innamorato. Curioso, dopo il futuro radioso che gli era stato predetto con certezza fin dagli inizi, quand’era il personaggio più famoso di Paterson dai tempi dell’anarchico Gaetano Bresci, che partendo dal New Jersey venne a Monza ad uccidere il Re Umberto I.

Tim Thomas The Rental

tim-thomas-2188032Finito l’idillio, a febbraio 2004 l’ala dei Bucks fu quindi nuovamente scambiato, grazie a una trade che coinvolgeva anche gli Hawks. Questa volta finì ai Knicks. Per gli strani casi del destino, il percorso inverso fu fatto ancora una volta da Van Horn. A questo giro però non si trattava più di due giovani e brillanti promesse su cui riporre le speranze future della franchigia. Si trattava di un mero oltre che maldestro tentativo di rimescolare le carte per vedere se, tante volte, fosse possibile ricavare qualcosa cambiando un po’ l’aria all’interno dello spogliatoio. Nella breve esperienza a New York, Thomas fece in tempo a definire Martin un fugazi (come detto), Glenn Robinson un lunatico, Cassell un egoista e a tacciare He Got Game di superbia. Aggiunse inoltre che quando contava il grande trio di Milwaukee se la faceva sotto. Poi, c’è dell’altro Tim? Il pubblico del Madison Square Garden mostrò di gradire le sue prestazioni rivolgendogli in occasione della partita casalinga del 22 febbraio coi Cavs il classico coro a 4 tempi inneggiante forse all’unico giocatore che aveva apprezzato meno di Thomas: Keith-Van-Ho-orn! Keith-Van-Ho-orn!

Meno di 100 partite dopo, finì ai Bulls in uno scambio con Eddy Curry (con alcune scelte a corredo) per ragioni che potremmo tranquillamente sintetizzare con “manovre di salary cap”. Un discorso tecnico non sussisteva visto che ad attenderlo sulla panchina dei Tori vi era Scott Skiles: così a naso, non proprio la sua anima gemella. Vide il parquet per un totale di 32 minuti, dopodiché, il primo marzo 2006, fu tagliato, nonostante i quasi 14 milioni di dollari che chiamava il suo contratto giunto all’ultimo dei sei anni: tanta era la voglia di toglierselo dai piedi.

nba_a_thomas_268E proprio quando la sua parabola stava definitivamente volgendo dall’estasi al tormento, ecco i Suns, che in quell’inizio di marzo lo firmarono al minimo. Orfana di “Dirty Kurty” Thomas e del povero Amar’e Stoudemire, che in ottobre aveva sottoposto il ginocchio destro alla terribile procedura-spauracchio di microfracture surgery (la stessa che aveva pesantemente influito sul decorso effettivo delle carriere di gente come Penny, Webber, Houston, Mashburn, McDyess o Alvin Williams), Phoenix aveva un disperato bisogno di personale per rimpolpare la decimata frontline. Al primissimo allenamento in Arizona, mentre Tim era intento ad allacciarsi le scarpe in spogliatoio, il coach Mike D’Antoni avvicinandosi gli confidò: «Voglio solo che tu sappia che non mi arrabbierò mai con te per i tuoi tiri. Bensì lo farò quando non li prenderai.» A Thomas brillarono gli occhi dalla contentezza.

Gli era stata data carta bianca per sparacchiare a piacimento.
E quello che lo incoraggiava più di tutti era il capo, la cui filososfia era ben conosciuta: ci sono buoni tiri, e ci sono tiri migliori. Impiegò le ultime 26 partite di regular season per prendere confidenza con l’ambiente. Nel frattempo non si vergognava affatto a viaggiare col 43% da 3 punti sulla base di 4 tentativi a sera. Come gli era sempre accaduto, una volta sembrava una torre d’assedio, quella dopo l’uomo invisibile. D’Antoni intanto cominciava a familiarizzare con la frontline aliena (nel senso che non apparteneva a questo gioco, per ciò che si era visto fin qui) Marion-Thomas-Diaw e la sua creatura, forse quella più d’antoniana di sempre, prendeva forma.

L’allenatore dei Nets Lawrence Frank disse una volta: “Giocare contro i Suns è come essere i passeggeri di un’auto che va a 120 km/h. Quando sei al volante, come lo sono loro, ti senti a tuo agio. Ma quando sei seduto sul sedile del passeggero non stai comodo. Il trucco è capire come diventare il guidatore. Loro tuttavia non te lo lasciano fare.”

Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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