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Cantami o Diva

Ricordo sempre con estremo piacere le ore trascorse sui banchi di scuola, pensieri che mi trasmettono un senso di serenità nostalgica in memoria della spensieratezza di un tempo passato. Colgo ogni singola occasione per ritornare con gli amici agli aneddoti legati alla nostra formazione scolastica, per pensare a chi c’era e ora non c’è più, ai professori più severi e quelli più spassosi, alle bravate, alla strizza pre-compito in classe, alle soddisfazioni e alle delusioni, alle materie preferite e quelle più odiate.

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A proposito di materie scolastiche: adoravo la storia ma ancora di più ho sempre amato lo studio dei racconti epici. Ogni qualvolta aprivo il libro per leggere un poema epico, sia esso l’Odissea o l’Iliade o l’Eneide mi ritrovavo in viaggio affianco ai personaggi descritti da Omero e Virgilio nei meandri dei racconti che intrecciavano le vie di uomini e divinità. Ma cosa è l’epica se non il racconto di gesta eroiche, di azioni leggendarie, di vicende gloriose compiute da uomini e Dei tra loro legati in un vertiginoso valzer di amore e odio, di rispetto e invidia. In qualsivoglia racconto epico che si rispetti c’è sempre lo zampino degli Dei. Sono sempre loro ad indirizzare i comportamenti dei protagonisti, a decidere da che parte farli svoltare davanti ad un bivio, o addirittura a costringerli ad invertire bruscamente il loro cammino invitandoli a procedere nel senso opposto. E in tutte quelle ore trascorse con il libro in mano ho potuto constatare che gli Dei scelgono per il meglio se amano e rispettano l’uomo per cui decidono di intervenire, se intravedono in lui un cuore generoso, un animo fiero, uno spirito da guerriero. In quelle pagine l’uomo non doveva far altro che assecondare i desideri dei disegni divini e, per restare nella memoria per l’eternità, dare tutto se stesso nei momenti cruciali della sua vita. Achille sarebbe rimasto spettatore della guerra di Troia se Caronte non avesse deciso di traghettare con se Patroclo; Ettore sarebbe sopravvissuto e avrebbe regnato per decenni su Troia se Eros non avesse insinuato il desiderio tra Paride ed Elena; Ulisse non sarebbe mai rientrato nella sua amata Itaca se Poseidone non lo avesse accompagnato tra mille peripezie; noi tutti non avremmo potuto godere della strabiliante carriera di Tim Duncan se Eolo, per mezzo dell’uragano Hugo, non avesse scoperchiato la piscina di Saint Croix nella quale stava nascendo quello che sarebbe diventato senza dubbio un icona del nuoto mondiale.

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Sembrerebbe che tutto ciò non appartenga al mondo attuale che stiamo vivendo, che gli Dei non si interessino più del destino degli uomini a meno che…. A meno che non scorgano un qualcosa per cui valga la pena di intervenire. Neanche gli Dei sono riusciti a restare indifferenti davanti a chi, nato nelle Isole Vergini e destinato alle sorprendere e dominare le piscine di tutto il mondo, è riuscito a emergere nello sport del Professor Naismith. Questo figlio prediletto degli Dei sembra essere stato immerso nel fiume Stige; domina dalla sua prima apparizione nella lega fino a pochi mesi dalla sua uscita di scena. Una statua di sale dal collo in su, un ballerino del Bolshoi dalla cintola in giù, le mani di un clavicembalista in un corpo scolpito nel marmo. Sembra che le divinità abbiano messo tutto l’impegno possibile per compiacere gli uomini.

Diciannove anni all’insegna della purezza del gioco, della competitività, della sagacia tattica e dell’onnipotenza tecnica. I cinque titoli vinti, le sei finali raggiunte, il 71% di vittorie in carriera (dato che di umano ha veramente poco), i due MVP della regular season e i tre MVP delle Finals, sono dati che non raccontano neanche in minima parte il microcosmo del 21 in nero argento. Il tutto senza muovere un muscolo del volto, il tutto privo di quel trash talking tipico di chi si sente superiore agli avversari, anzi, insegnando loro come stare in campo; il tutto a disposizione dei compagni di squadra per i quali una pacca dell’uomo da Wake Forest era come l’abbraccio più affettuoso dalla mamma premurosa, per i quali una parola di conforto era come un sermone del profeta Isaia, per i quali uno sguardo di rimprovero era come lo tsunami; il tutto al fianco di un mentore in grado di trovare con lui una connection mentale molto più forte di ogni componente tecnica o tattica: quel Gregg Popovich il cui sorriso messo in mostra al Draft del ’97 subito dopo avere sentito abbinare il nome del Caraibico alla franchigia del Texas, lasciava intendere come avesse già visto tutto ancora prima che il tutto accadesse.

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Anni di battaglie contro i più forti di sempre che si sono alternati ai vertici della lega, con lui sempre li, a dire, o meglio a far intendere, che questa lega è sempre stata la sua, senza farlo pesare a nessuno. Anni a decidere quando vincere o se lasciare spazio agli altri. Anni a dimostrare che il tempo passa per tutti ma non per lui. Fino al redde rationem, fino a quando ha compreso che i suoi non hanno più bisogno di lui ma anzi, hanno bisogno che lui si faccia da parte. Sono convinto che non avrebbe smesso mai, che avrebbe continuato finché le gambe avessero retto, ma la sua sensibilità è molto più imponente dell’egoismo; la sua intelligenza è molto più fine del puro desidero di scendere in campo ancora una volta; il suo amor proprio è molto più grande della sua necessità di avvinghiarsi forte e possente attorno a quella sfera di cuoio arancione.

Sono estremamente grato di aver vissuto l’epica nella realtà, perchè non c’è niente di più epico della carriera di un semidio sceso sul parquet per insegnare gioco e disciplina; non c’è niente di più epico di una vita sportiva vissuta dall’inizio alla fine sulla cresta dell’onda; non c’è niente di più epico della innumerevole mole di materiale legato al basket che ci ha lasciato in eredità; non c’è niente di più epico della carriera di Tim Duncan. “Cantami o Diva del Caribe Timmy l’ira mai vista che cotanto addusse gioia allo Sport.”

Francesco Rivano

Francesco Rivano

Nato il 12/11/1980 a Iglesias, nel profondo Sud della Sardegna e cresciuto a Carloforte, mi sono laureato in Economia e Commercio nel 2007 trovando successivamente un impiego nell'ambito della gestione contabile. Calciatore e calciofilo fin da tenera età ho militato nella squadra del mio paese per 15 anni. Nel 2000 sono stato folgorato come Paolo sulla via di Damasco e mi sono convertito al basket. Il mio personalissimo Messia ha un nome e un cognome: Allen Iverson. Attualmente mi occupo di intermediazione immobiliare ma la più grande passione rimane la palla a spicchi color arancio e narrare le vicende della NBA e dei suoi protagonisti è la mia massima espressione di libertà e divertimento.

 

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