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The house that Giannis built

Arthur “Fonzie” Fonzarelli, l’Harley Davidson…e poi? Ok sportivamente parlando i Green Bay Packers, più o meno della zona (117 miglia di strada, passando dalla costa del Lago Michigan), e storica franchigia del football NFL, in particolare nei primi anni del Superbowl grazie alle imprese dei ragazzi di Coach Lombardi.

Altro? Poco.

Non il primo (e nemmeno il ventesimo…) mercato per l’NBA, che però da queste parti è comunque storicamente di casa. Un titolo ai tempi di Big O e del non ancora Jabbar, all’anagrafe Lew Alcindor, signore del gancio cielo from NYC, passando dai titoli con i Bruins di un altro grande della panchina, il compianto Coach Wooden.

Qualcosa negli anni ’80, ma c’era troppo Larry ad est del Mississippi per pensare di andare a vedersela con gli ex-Lacustri già trasferitisi nella California del sud. Sam Cassell e Ray Allen (insieme a Big Dog Robinson) ad inizio duemila ad un passo, che tradotto significa Allen Iverson, dall’andare sì a sfidare quelli con KB8 e The Big Aristotele.

E allora per quale motivo siamo qui a scrivere dei Milwaukee Bucks? Per un motivo – almeno uno – che con il Wisconsin ha davvero poco o nulla a che fare. Un ragazzo che viene da così lontano che quelli con la forma di formaggio in testa nella “Frozen Tundra” nemmeno si immaginano dove sia, quel posto.

Se oggi i Bucks sono ancora sulla mappa del basket che conta lo devono ad un ragazzone nigeriano, passato dalla Grecia, prima di approdare al principale palcoscenico della pallacanestro mondiale, in uno di quei casi che davvero non ti spieghi. Quando ha imparato a giocare Giannis Antetokounmpo (con la P, benedetti telecronisti nostrani, con la P!) non è dato sapersi. Chiaramente 25/13/e un soffio sotto i 6 assist a partita – così recita la poesia, sempre più conosciuta tra gli inventori del basketball, nel momento in cui scrivo – sono numeri che anche i più distratti cominciano a snocciolare con disinvoltura.

La nuova casa

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Da quest’anno i Milwaukee Bucks hanno una nuova casa, il Fiserv Forum. Arena al passo con i tempi e con gli standard NBA, che ha sostituito l’ormai decrepito (sempre per gli standard di cui sopra, andate a dirlo ad alcune tifoserie nostrane che si accontenterebbero della metà della metà della metà…) Bradley Center, per trentanni teatro delle gesta dei giocatori in maglia bianco-verde. Prima era la Mecca, ma siamo davvero agli albori del basket professionistico a queste latitudini, un basket comunque glorioso e  – come detto in apertura – l’unico che ha portato in città un titolo.

Questa nuova casa è stato possibile costruirla grazie alla nuova proprietà, quella che ha rilevato la franchigia dal Senatore Herb Kohl (chiare origini tedesche, come buona parte della comunità locale), ma diciamocela tutta: senza Giannis dove avrebbero potuto puntare gli occhi dei nuovi owners, guardando e sperando in un orizzonte di successi? Ora parlare di palcoscenici che non siano solo le 41 da giocarsi in casa in regular season, ma di sfide di playoffs e magari Finals, non sembra più un’utopia.

Il nuovo coach

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Se Jason Kidd sembrava poter tracciare un percorso pluriennale per la crescita della franchigia in senso tecnico, è l’avvento di Coach Budenholzer in questo inizio di stagione 2018/2019 a far sognare i fans dei “Cerbiatti”. Provenienza Spurs – come bene o male una buona parte dei capi-allenatori o vice che compongono gli staff NBA di oggi – e passato da Head Coach sulla panchina degli Hawks dove ha saputo sì mettere insieme una squadra senza stelle ma in grado di giocare un basket efficacie, però alla fine non vincente, nemmeno nella bistrattata (a ragione?) Eastern Conference. A Milwaukee ha trovato IL talento da far emergere e un contorno che probabilmente gli darà maggiori soddisfazioni, pur in un concetto di basket di squadra che a chi scrive non dispiace affatto.

L’inizio di stagione è più che promettente. I Bucks giocano un “basket moderno” che non so esattamente cosa significhi ma pare di capire che si parli di un “pace” molto alto e tanto, tantissimo tiro da tre. Certo il campo in attacco è tenuto il più aperto possibile e sgombro per le incursioni a centro area, in palleggio o buttandosi a rimbalzo offensivo, o se preferite come terminale di un pick’n'roll che si concluda possibilmente sopra il ferro, di The Greek Freak. Quello che era considerato – già dal soprannome – una specie di scherzo della natura, di fenomeno circense, ora sta dimostrando che, col talento innato unito al lavoro, tutto il clamore iniziale dopo la 15^ chiamata a sorpresa nel 1st round 2013 può davvero trasformarsi in uno dei giocatori più forti della propria epoca. In fondo Giannis stesso ha dimostrato che la parola “limite” non fa per lui.

Quando finirà la sorpresa?

Per ora non è dato saperlo. Per ora ad est i Bucks stanno dicendo la loro, complice l’inizio incerto degli stra-favoriti Celtics, i cambi in casa Sixers, i dubbi più su nel Canada. Milwaukee c’è, e conta di esserci anche quando farà più caldo e ci si giocherà man mano l’approdo ai turni successivi, fino – perchè no – alle Finals.

Chi probabilmente deve dimostrare che i Bucks non sono solo una (piacevole) sorpresa del primo mese di campionato sono gli alfieri di Antetokounmpo più che il greco stesso, che comunque continuerà la sua crescita personale e tecnica. Middleton sta giocando, ad esempio, il suo miglior basket, e vogliamo dimenticarci di Bledsoe? Ruolo forse un po’ più nell’ombra rispetto al suo arrivo nel Wisconsin (quando non dimentichiamolo l’avrebbe voluto King James in quel di Cleveland) ma forse più a suo agio come secondo se non terzo violino alle spalle di Giannis e in generale in un contesto di squadra apparentemente, per ora, distante dal suo giocare un basket molto individuale.

E la reincarnazione di Brook Lopez? Da molliccio del pitturato a mano fatata dai 7-8 metri. E poi in difesa, quando alza le braccia a centro area, devi sempre fare i conti con la sua stazza, se sei il penetratore avversario.

Ilyasova e Brogdon sono altri due considerati dei comprimari (eppure la shooting guard che non disdegna di dare una mano in cabina di regia è stata forse una delle “prese” più importanti del draft 2016 insieme al compagno Thon Maker) ma che in questo inizio di stagione si stanno rivelando qualcosa di più di semplici uomini di rotazione. In questo senso sta facendo ancora meglio il “paisà” Donte DiVincenzo: un guerriero molto duttile che sta diventando in fretta uno degli idoli del Fiserv Forum.

In poche parole: una squadra completa, che è capitata nel momento storico giusto per emergere ad est come la sorpresa dell’anno e, chissà, in grado di sgambettare qualche squadra tra le favorite dal pronostico estivo. Tutto inizia e finisce con Antetokounmpo, ma sotto la guida di Coach Bud anche dei cerbiatti spauriti in autostrada possono trovare la forza di chiudere gli occhi e compiere il salto che nessuno pronosticava per loro.

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Andrea Pontremoli

Andrea Pontremoli

Ex-giocatore e poi allenatore di settore giovanile, collaboratore dal 2005 e in seguito capo-redattore NBA per All-Around.net. Partecipa con un suo racconto al libro "All-Around: 12 storie 1 passione" (Orizzonti Editore) ed è autore del testo "Il triangolo sì...io lo rifarei" sullo studio e l'utilizzo della Triple-post Offense di Coach Tex Winter.

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