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Stars vs System

È una cosa abbastanza risaputa che l’NBA sia una lega di giocatori mentre in altre situazioni, vedi il basket dei college, storicamente, si ritiene che la squadra venga prima del singolo.
In realtà questa è un po’ una “diceria” o per così dire la mentalità che appunto, soprattutto a livello di NCAA, è stata portata avanti più per tradizione che altro.
Forse questo discorso valeva nel momento in cui il Generale Bobby Knight insisteva nel sostenere che nella NBA conta il nome scritto sulla schiena mentre nei college quello scritto davanti alla maglia: oggi se vogliamo non è più così nemmeno a livello di università, dove i giocatori – soprattutto quelli più forti – passano se va bene un anno nel mondo collegiale per poi spiccare il volo verso la lega.

Anche al piano di sopra va comunque fatta una distinzione. Quale star ha vinto da sola? Nessuna, nemmeno Michael Jordan che rimane l’esempio più lampante e conosciuto a tutti quanti: fino all’arrivo di Phil Jackson sulla panchina di Chicago MJ non aveva vinto nient’altro che premi individuali. Da lì in poi, invece, ha cominciato a infilarsi anelli alle dita. Se torniamo ancora più indietro nel tempo il tutto risulta ancora più evidente. Qualche esempio.

Le dinastie degli anni ’60

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Evidentemente la Dinastia con la D maiuscola in ambito NBA è stata quella dei Boston Celtics degli anni 60. Sotto la guida di Red Auerbach Boston ha vinto 8 titoli consecutivi e in totale 11 in 13 anni con in campo giocatori tra i più forti di sempre come Bill Russell e Bob Cousy. Le stelle erano assolutamente al servizio del gioco di squadra impostato da coach Auerbach, focalizzato in primis sulla difesa, anche a tutto campo, e il contropiede, ideato dal coach nativo di Brooklyn al contrario di quello che qualcuno pensa ovvero che sia un’invenzione dei Lakers dello Showtime anni ’80.
Gli stessi Lakers, pur avendo vinto poco rispetto al talento a disposizione, misero stelle come Jerry West al centro di un progetto collettivo, anche perché probabilmente in quegli anni il basket era ritenuto il top proprio a livello di sport di squadra e non era pensabile giocare in altro modo.
Ancor prima gli stessi Lakers, ospitati dalla città di Minneapolis, vinsero i 2 titoli consecutivi e poi altri 3 tra il 1949 e il 1954, con al centro – in tutti i sensi – il primo vero campione di questo sport nonché primo lungo dominante ovvero George Mikan.
Era ovviamente un basket diverso e chissà, per qualcuno, più interessante dell’attuale.

L’evoluzione degli anni ’70 e ’80

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Il così detto basket di strada, soprattutto grazie all’ingresso sempre più numeroso di giocatori afro-americani nella NBA, prese il sopravvento negli anni ’70 dando di conseguenza maggior risalto ai singoli rispetto ai team.
Sul finire della decade la prima vera stella, intesa come giocatore dalle spiccate attitudini e skills individuali della storia della NBA, ovvero Julius Erving, tracciò il sentiero per i giocatori del futuro. Partendo dalle sue esibizioni ad alta quota al Rucker Park fino ad arrivare all’anello con Philadelphia nel 1983, Doctor J fece sapere a tutto il mondo degli appassionati di basket che si poteva giocare anche una pallacanestro sopra il ferro, fatta sì di fondamentali “vecchio stampo” ma anche con evoluzioni balistiche e atletiche mai viste prima, illuminando con una luce diversa anche quei giocatori tatticamente indisciplinati, destinati fino a quel momento ad essere relegati a leggende dei campetti delle città americane e passando così a ricoprire ruoli di autentici protagonisti nella NBA.
Nessuno può negare che l’avvento di Doctor J inaugurò una nuova era per la NBA e il primo a raccoglierne il testimone fu senz’altro Michael Jordan.
I contratti milionari con le aziende di abbigliamento (soprattutto scarpe) e non, dovevano ancora arrivare, ma intanto gli allenatori dovettero cominciare a fare i conti con questo nuovo trend, e se da una parte, anche dal punto di vista della copertura televisiva, a partire dalla decade successiva, ha certamente valorizzato tutto il basket NBA a favore di tutte le sue componenti – dalle franchigie alla Lega stessa, a tutti i giocatori con quello che hanno poi ottenuto successivamente grazie ai contratti tra NBA e Associazione Giocatori – dall’altra parte non ha fatto che mettere l’accento ulteriormente sulle individualità.

Magic vs Bird o Lakers contro Celtics?

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Negli anni ’80, finalmente, la NBA esplose: tra partite delle Finals viste solamente sulle TV americane in differita, e le dirette mondiali che ben conosciamo grazie alle nottate insonni per seguire oggi le evoluzioni di LeBron James e Steph Curry, in mezzo non c’è il mare ma la rivalità che ha riacceso e rilanciato finalmente il basket NBA.
Sotto la guida dello straordinario commissioner David Stern non solo venne meglio regolamentato tutto quello che riguarda i contratti, reintroducendo il salary cap abbandonato dopo un primissimo tentativo negli anni ’40, ma soprattutto a livello di marketing la NBA cominciò a imporre il proprio dominio sulle leghe “cugine” degli altri sport professionistici americani ma anche e soprattutto del calcio (in primis) nel resto del mondo. Calcio che da allora ha sempre guardato la NBA come un esempio da seguire, nei limiti del possibile.
Gli attori principali della rinascita e di questo sviluppo che oggi ancora non conosce la parola fine, per nostra fortuna, sappiamo tutti essere stati Magic Johnson e Larry Bird. Come gli stessi protagonisti ricordano tutt’oggi, a partire dalle interviste agli stessi giocatori, passando per i titoli della stampa, c’era sempre un sottile filo, quasi invisibile, a distinguere il duello individuale da quello tra le due franchigie più vincenti della storia del basket NBA. Agli occhi dei mass media di tutto il mondo, ormai raggiunti dalle immagini televisive e non solo dai racconti di chi in America c’era effettivamente stato, sembrava a tutti più un duello tra le due stars, cominciato con la finale dei college di Salt Lake City nel 1979 e portato avanti, da quelli che sarebbero poi diventati due amici, sui palcoscenici del basket professionistico americano, che tra le due potenze della pallacanestro a stelle e strisce.
In realtà entrambe le squadre avevano una propria fisionomia ben definita e un’idea di gioco ben precisa: i Lakers ribattezzati come la squadra dello Showtime, pieni di stelle (non solo Magic Johnson, ma anche Kareem Abdul-Jabbar, James Worthy, Byron Scott, Michael Cooper, Bob McAdoo) e il loro contropiede come marchio di fabbrica. Dall’altra parte quello che da tanti viene riconosciuto come il miglior frontcourt della storia ovvero Bird, Kevin McHale e Robert Parrish a guidare una squadra che puntava tantissimo sulla difesa, l’aggressività e, nonostante la presenza di The Legend, un gioco corale che la stella dell’Indiana non ha mai offuscato nonostante le straordinarie prestazioni individuali.

Le “colpe” di MJ

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Sembra assurdo ma chiedersi quanto Michael Jordan abbia influito, in negativo, su un cambio di mentalità e quindi il passaggio ad un basket molto più individuale rispetto agli anni e alle decadi precedenti, quello legato esclusivamente o quasi alle prestazioni delle stars rispetto alla squadra, in realtà non è una domanda campata per aria.
Se tutti i giocatori che oggi hanno un contratto con un’azienda di calzature devono ringraziare quanto fatto da Jordan contemporaneamente non è un azzardo pensare che lui abbia rappresentato, soprattutto a livello di giocatori afro-americani, la possibilità di emergere e grazie allo sport diventare plurimilionari e icone riconosciute ormai da ragazzi di tutto il mondo, grazie alla globalizzazione del gioco della pallacanestro e la visibilità che la NBA ha avuto ed ha saputo crearsi negli anni successivi ai quattro angoli del pianeta. Per c’è ancora qualcuno che interpreta nel modo sbagliato l’insegnamento di Jordan e della sua storia/carriera pensando di poter vincere da solo.
Spesso sono proprio le franchigie e gli allenatori a non fare nulla per frenare l’ego delle proprie stelle e tornare veramente a un reale concetto di squadra.
Le eccezioni arrivando ai giorni nostri sono sicuramente quelle mostrate da formazioni come i San Antonio Spurs di coach Popovich oppure i Detroit Pistons di Larry Brown, giusto per fare qualche nome, fino ad arrivare ai Golden State Warriors, probabilmente l’esempio più lampante di sempre di come si possano mettere in campo tante stelle e non rinunciare ad un gioco di squadra, collettivo, più che godibile – tra l’altro – dagli spettatori.

Stelle o sistema: scelta necessaria?

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Possiamo quindi chiederci il perché si debba per forza fare una scelta tra due situazioni che sono, se prese singolarmente, agli antipodi quando è dimostrato che non è necessario farlo a tutti i costi e che invece inserendo al meglio i migliori giocatori in un contesto di gioco di squadra poi i risultati arrivano.
Che con questa affermazione stia pensando quasi esclusivamente agli attuali Houston Rockets e all’uso che Daryl Morey e Mike D’Antoni fanno dei propri giocatori, in particolare di James Harden, non credo possa sorprendere qualcuno.
È altrettanto vero, e va riconosciuto, che almeno a livello statistico e individuale si debba sfruttare al meglio le qualità di un giocatore e, nel caso di Harden, queste qualità sono sicuramente eccelse. Houston non metterà in campo un gioco entusiasmante per usare un eufemismo, ma di certo redditizio. Quanto possa esserlo a livello di eventuali Finals e quindi di conquista dell’anello è ancora tutto da dimostrare.
Ad oggi niente e nessuno è riuscito a togliermi dalla testa, come a tutti gli appassionati “pensanti”, che un giocatore da solo possa portare in questo momento storico, come in passato, al titolo. Non per niente, e probabilmente da sempre, i rosters delle squadre NBA sono composti da stelle ma anche da giocatori di ruolo che, come in una macchina perfetta, si vanno ad integrare tra loro e in alcuni casi questi ultimi coprono addirittura alcuni dei difetti che le stelle hanno, magari nella metà campo difensiva piuttosto che a rimbalzo. I Rockets, per rimanere con l’esempio di prima, sono tra l’altro composti per quasi la totalità del proprio roster da giocatori di ruolo, che nel caso del gioco di Mike D’Antoni vanno considerati soprattutto come tiratori da 3 punti ma anche difensori (PJ Tucker l’esempio più lampante). Difensori come sicuramente non è Harden e forse non lo è più nemmeno Chris Paul, attualmente infortunato.

Il concetto rimane quello del mettere i migliori giocatori nelle migliori condizioni per rendere al massimo, e fin qui tutto bene. Ma solo se questo aiuta poi il risultato finale di squadra, perché penso che lo stesso Harden dei titoli di MVP a fine carriera se ne faccia poco se a questi non potrà affiancare almeno un Larry O’Brien Trophy, figuriamoci Chris Paul che a Houston c’è andato solo ed esclusivamente per provare a vincere un anello.
La diatriba non è quindi quella tra All Stars e sistema come scelta contrapposta, radicale e definitiva, ma tra chi integra le due situazioni in modo non alternativo tra loro e chi pensa nonostante tutti gli esempi citati (e quanti altri ce ne sono, se stiamo a pensarci altri 2 minuti, nella storia del Gioco?) che si possa fare a meno di conciliare le due cose, anche nel 2019, ed arrivare a giocarsi seriamente il campionato attraverso strade che fino ad oggi non hanno portato esattamente a questo risultato.

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Andrea Pontremoli

Andrea Pontremoli

Ex-giocatore e poi allenatore di settore giovanile, collaboratore dal 2005 e in seguito capo-redattore NBA per All-Around.net. Partecipa con un suo racconto al libro "All-Around: 12 storie 1 passione" (Orizzonti Editore) ed è autore del testo "Il triangolo sì...io lo rifarei" sullo studio e l'utilizzo della Triple-post Offense di Coach Tex Winter.

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