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STAGIONE 2019/2020: LA PRESENTAZIONE

E’ tempo. Siamo vicini, finalmente, visto che sono quattro mesi che attendiamo, adattandoci all’astinenza da basket NBA come meglio possiamo, magari riempiendo di Summer League la voragine lasciata dalla finalissima appena conclusasi, per poi controllare spasmodicamente i Tweet di Woj in quelle torride notti a cavallo tra Giugno e Luglio, in cui in pochi giorni si è consumata gran parte della curiosa quanto burrascosa Free Agency, che per il terzo anno di fila è stata definita “la più pazza di sempre”. Ci siamo fatti due risate sulla disastrosa scampagnata di Pop & Co. in Cina, e ora siamo qui, a un passo, da una NBA nuova di zecca, che sembra mettere d’accordo tutti. Cerchiamo dunque di dipingere un quadro di quello che l’imminente stagione 2019/2020 avrà da offrirci di più succoso.

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Partiamo dalla novità assoluta: le matricole. Le aspettative riguardanti l’ultima schiera di draftati non raggiungono il livello che siamo stati soliti toccare durante le recenti edizioni, e a ragione. Se ciò è valido per la Draft Class in generale, non lo è decisamente per il suo membro più illustre, l’attesissimo Zion Williamson, di cui è stato detto praticamente tutto; dal “bidone” al “nuovo LeBron”, ognuno si è espresso sull’ex Duke. Mantenendoci, per quanto possibile, oggettivi, in condizioni psico-fisiche ottimali, il ragazzo risulterà sicuramente un ottimo motivo per sottoscrivere l’abbonamento a NBA league pass. Tecnicamente è ancora da farsi, ma state certi che negli highlight reel settimanali ci finirà sistematicamente. Anche la squadra che lo attenderà sarà un ottimo fit, un progetto Pelicans a termine medio-lungo , che non gli metterà troppa fretta, ma senza lasciarlo senza compagni di competenza nel settore. Quindi possiamo già assegnargli il premio di rookie dell’anno? Sebbene parta favorito, non è detto che questa classe 2019 non riservi qualche sorpresa: dalle gemme grezze più evidenti, tali Ja Morant e RJ Barret, agli eventuali steals del draft, come il tanto sentito Kevin Porter Jr., che già dal giorno del draft è stato etichettato come estremamente sottovalutato. Nella mia personale opinione, un candidato interessante -e inaspettato- per il ROY potrebbe essere nientemeno che Rui Hachimura, chiamato alla nona scelta assoluta dagli Wizards. Innanzitutto, il giapponese ha le caratteristiche dell’ala moderna ideale: interessante footwork offensivo, capacità di scoring e mobilità sopra la media per uno della sua taglia, spiccato atletismo, ampio wingspan. In generale da’ segno di potenziale offensivo e difensivo tra i più alti del draft. inoltre, nello storico vuoto che presenta la sezione “esterni” dei Wizards, Rui avrà senza problemi modo di trovare i suoi 30 minuti serali, che sia produttivo o meno, complici anche le modestissime ambizioni di questa particolare squadra.

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Il terzo nome che attendo tra i rookies candidati alla cerimonia degli NBA Awards è Ja Morant. Seconda scelta assoluta, storicamente un numero poco fortunato per chi viene draftato in quell’esatto punto del draft, eppure Ja sembra avere tutte le carte in regola per rubare la scena al tanto adulato Zion Williamson e mettere un po’ di carne al fuoco in quel di Memphis, che da qualche anno accennava cedimenti nel suo irreprensibile asse play/pivot Conley/Gasol. Morant è una point-guard che si trova a proprio agio in entrambi i compiti principali del suo ruolo: maneggiare la palla in modo da innescare buone azioni per i compagni, e crearsene per sè stesso, combinando alla tecnica la sua agilità ed esplosività. Menzione d’onore per l’interessantissimo RJ Barrett, un’ala tendente allo scoring, letale nei pressi del ferro. Ci aspetta una stagione di spettacolose avventure nel pitturato in quel del Madison Square Garden.

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Le novità della lega di pallacanestro più famosa del mondo non finiscono certamente con i rookie, infatti anche i roster delle 30 contendenti -o presunte che siano- hanno subito, diciamo, qualche sporadica correzione. Dunque di squadre parleremo, e per cominciare ci di qualche chilometro dall’arena più famosa del mondo, per visitare l’altro palazzetto di NY, il Barclays Center, casa dei Brooklyn Nets. Sebbene non saranno mai la prima squadra di New York, troveranno senza dubbio il modo di consolarsi, magari schierando un Kyrie Irving come point-guard titolare, in coppia con DeAndre Jordan e diversi giovani a dare profondità e speranze alla squadra, che deve ancora trovare fortuna da quando sono stati trasferiti sull’altra sponda della baia di New York. Non è matematico che la trovi: si trovano nelle mani del sopracitato Irving, una delle star più discusse e dalle carriere più particolari di questa lega: capace di salire immediatamente tra i giocatori più acclamati degli States dopo le finali 2016, cominciò la sua discesa con l’arrivo a Boston, dove passò dal “long-term plan” all’iconico “ask me July 1st”, seguito da discutibili prestazioni cestistiche, in particolare in periodo di post-season. Se le tendenze bipolari non dovessero terminare qui, potremmo ritrovarci un Kyrie Irving versione Cavs 2016, in questa Brooklyn 2019. Il che è possibile, se non fosse che arriverà il momento in cui si aggiungerà il fattore Durant, necessariamente esplosivo, in un senso o nell’altro: potrebbe far decollare definitivamente la squadra tra le contender perenni, come terminare qualsiasi speranza di superare il secondo round di Playoffs e dover tornare ai tempi della ricostruzione che ha caratterizzato la passata decade. Il fattore Durant è a sua volta influenzato da altri elementi, che cerchiamo di asciugare in condizioni fisiche e rapporto tecnico-umano coi compagni. Le probabilità che KD torni il giocatore a cui siamo stati abituati sono minime se non nulle, però attenzione, perchè i Nets potrebbero aver bisogno di molto meno, nel caso in cui lo spogliatoio non presenti anomalie di “Kyriana natura”…

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Ad infastidire Irving nel suo cammino verso la redenzione cestistica, si presenta nientemeno che l’MVP in carica, alla guida di quella che si presenta squadra più solida entrando in questo nuovo capitolo della NBA. Nessun cambiamento radicale al roster, 0 infortuni, insomma, i Milwaukee Bucks sono pronti a ripetersi e superarsi. Ma attenti a darli per vincitori dell’Est prima ancora che si scenda in campo. Dopo anni di processo, l’attesa deve finire: i Sixers sono assetati di vittoria, sebbene con un roster del tutto particolare: l’intero quintetto svetta sopra il metro e 98 di altezza. Se a rimbalzo non dovrebbero avere alcun problema, potrebbero riscontrare difficoltà nello spacing, dato che l’unico giocatore dotato di un tiro affidabile è Tobias Harris, con Embiid, Richardson e Horford che al possono buttarla dentro da fuori solo se battezzati. Ho citato Horford, il nuovo innesto, costato caro (forse anche troppo) senza una motivazione troppo solida. C’era davvero di un lungo così costoso -e non proprio giovanissimo- piuttosto che usare il cap libero per rinforzare la panchina, ad oggi una delle più corte della NBA? Vedremo se la scelta, a mio avviso sconsiderata, ripagherà.

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Ultimo, breve, escurso nella costa orientale degli States: siamo di passaggio in Massachusetts, e non riesco a trovare ragioni convincenti a rimanerci, almeno limitatamente al nostro interesse, la pallacanestro. Sono io o questi Celtics non mi convincono per nulla? Lasciamo da parte le scialbe prestazioni mondiali, è il piano tecnico a lasciarmi perplesso: a partire dalle acquisizioni in free agency: Kemba Walker ed Enes Kanter. Una point-guard che, tutto sommato, può coprire il vuoto tecnico lasciato dalla partenza di Irving, togliendo qualcosa in più alla difesa. Kanter al posto di Horford, invece, temo sia uno dei fattori che non permetterà ai Celtics di andare oltre il secondo round di quest’anno. Universalmente riconosciuto come uno dei peggiori difensori del reparto lunghi, temo che nemmeno le mani d’oro di coach Stevens potranno correggere il grande difetto che il Turco porterà con sé ai Celtics. Non è tutto così cupo in quel di Boston: temo fortemente che un tale di nome Jayson Tatum abbia voglia di dimostrare di essere il giocatore che tutti si aspettavano dopo il suo mirabolante primo anno, sebbene il suo stile di gioco non si adatti perfettamente alla moderna NBA dai ritmi incalzanti e l’onnipresente tiro da 3 punti.

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Prendiamo il primo aereo per LAX e passiamo alla conference occidentale, che si preannuncia, ancora una volta, carica di competitività, senza lasciarci a secco di giovani squadre che potrebbero sorprendere e rubare uno spot per la postseason. Come dicevo, ci troviamo a Los Angeles, da quest’anno divisa in due, più che mai: le due franchigie favorite a portarsi a casa il Larry O’Brien Trophy (almeno secondo i bookmakers) trovano dimora nell’ammaliante Città degli Angeli. Non una, non due, ma ben tre nuove stelle illumineranno lo Staples Center questo inverno, in una rivalità che torna all’ardore che trovò in precedenza solo ai tempi delle sfide a colpi di isolamenti tra Chris Paul e Kobe Bryant.
Partiamo dai favoriti, i Los Angeles Clippers (sì, detto ad alta voce fa uno strano effetto): non hanno bisogno di troppe presentazioni, li conosciamo tutti: potenzialmente la miglior difesa dell’anno a venire, e un attacco che sembra altrettanto completo, fisico sotto canestro, come letale dall’arco. E in caso di rottura degli schemi, sarà solo da decidere se sarà Kawhi o PG a risolverla alla loro maniera. Panchina degna della prima linea, terrei soprattutto d’occhio il rookie Mfiondu Kabengele, che, a scanso di altri infortuni, potrebbe rivelarsi un’ottima pescata nel tardo primo round. Non è l’unico a temere problemi fisici in casa Clippers: Paul George è appena stato sentenziato out fino a Dicembre e Kawhi ha trascorso la passata stagione regolare in panchina per ¼ delle partite, nel tentativo -riuscito- di prevenire che il quadricipite si sforzasse eccessivamente e allo stesso tempo preservare Kawhi per i Playoffs.

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La questione torna la stessa anche per gli altri, la Los Angeles bene, che non si può permettere questo trattamento nei confronti di LeBron o Davis, anzi, dovrà spremerli il più possibile in queste 82 partite per guadagnare un posizionamento nella griglia dei Playoffs che rispecchi il valore di un duo di quel livello. Che si dice invece dalle parti del supporting cast? Innanzitutto, manca un playmaker puro (non vi fiderete mica di Rondo?), dunque vedremo un LeBron ancora più padrone dei possessi. Anche il ruolo di centro, che Davis vorrebbe evitare di ricoprire, non ha la migliore delle coperture: Dwight Howard scenderà in campo, nuovamente, vestendo una canotta gialloviola, e non sono l’unico a dubitare fortemente di questa accoppiata LA/Dwight, anzi, più in generale NBA/Dwight. Non è l’unico elemento che mi rende indecifrabili questi Lakers; hanno raggruppato, questa estate, un gruppo totalmente nuovo, coaching staff compreso, difficile da giudicare senza averli ancora visti veramente insieme. Se dovessi dare una previsione a freddo per la stagione di questi Lakers, non riesco a immaginarli oltre il secondo turno, se non in presenza di circostanze fortunate.

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Dite che son fuori di testa a pensare che una squadra capace di schierare due tra i primi 5 al mondo non riesca ad arrivare nemmeno in finale di conference? Benvenuti nel selvaggio west del 2019, dove, oltre all’intramontabile Los Angeles, anche i piccoli mercati avranno la possibilità di fare la voce grossa in questo nuovo panorama creato dall’ultima free agency. E’ così che Utah è ora tra le più serie contendenti all’anello, grazie all’innesto di Mike Conley, che completerà il backcourt dando manforte su due lati del campo, il tutto a livello elitario, e potendo lavorare con degli specialisti in praticamente ogni mansione, dallo scorer, Mitchell, al tiratore, Ingles, passando per il centro dominante sotto canestro, interpretato dall’irreprensibile Rudy Gobert. Meno brillante trovo il quintetto dei Rockets, che hanno avuto l’audacia di accoppiare Harden con Westbrook, due che insieme stanno bene solo al fantabasket, figuriamoci poi nel singolare sistema di Daryl Morey e compagnia. Anche sforzandomi, non trovo il perchè della scelta di Westbrook. Cosa porterebbe ai Rockets, condotti dalla iso-ball del barba con 3 fuori ad attendere lo scarico e Capela a giocare in mezzo angolo in backdoor o per il lob pass? La risposta l’avremo soltanto il 24 Ottobre, quando scenderanno in campo contro i Bucks, e, forse, sarà svelato l’arcano della coesistenza di queste due atipiche star. Ma lasciamo il torrido clima del profondo sud, e dirigiamoci nuovamente verso le coste della California, in cerca di un clima più accogliente, sulle sponde dell’incantevole baia di San Francisco.

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Questa stagione segna il debutto del nuovissimo Chase Center, che non potrà assistere alla miglior versione degli Warriors degli ultimi anni, ma d’altra parte non troverà di che lamentarsi: Curry c’è, Thompson arriverà, e la notizia è che al celebre duo si aggiungerà D’Angelo Russell. Di nuovo, non mi sembra l’apice della compatibilità tecnica, considerando anche il costo piuttosto ingente, che avrei speso tendenzialmente per rafforzare il comparto esterni. DLO è una point-guard tendente ad avere la palla in mano, con lo sguardo volto principalmente al canestro che ai compagni. Difficilmente uno scorer di peso come lui può trovare spazio in un reparto guardie che ha già valanghe di punti nelle mani. Senza considerare la modalità con cui arrivano, antitetica alla iso-ball Russeliana, proprio perchè fondata sul movimento di palla fluido e ancora di più sui movimenti off-ball in cerca di tiri in uscita dai blocchi. Tenendo conto che Klay sarà utilizzato da ala piccola, sarà interessante vedere come Kerr imposterà la coesistenza Curry-Russell, per me di errata concezione. Terminiamo l’escursione nell’occidente NBA salendo vertiginosamente di quota, toccando i 1600 metri di altitudine. Qui, i Denver Nuggets si preparano a quella che potrebbe rivelarsi la stagione più importante della loro storia. Nulla è cambiato rispetto al roster dell’anno passato, ed è ciò che si rivelerà essere la loro forza. Sono una delle squadre più giovani della NBA, ma allo stesso tempo che sono riuscite a far maturare i frutti di un progetto che ha posto alla base il brillante giocatore che è Nikola Jokic. Ora che il gruppo sembra essersi definito e consolidato, col contributo della recente esperienza Playoff, oserei decretarli una delle favorite a spuntarla a Ovest. Chi vincerà tutto? I Clippers una spanna sopra tutti, ma non troverei assurdo che proprio i Nuggets possano terminare la stagione con il loro primo Larry O’Brien Trophy in bacheca.

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Sempre per la rubrica argenteria di fine stagione, ci sarebbe quella statuetta che porta il nome di Most Valuable Player Award, su cui si è soliti instaurare discussioni di un certo fervore. Come per le squadre, i nomi appetibili sono molteplici. Si sente spesso quello di Kawhi Leonard, ma non lo trovo il più adatto, seguendo discorso per cui i Clippers potrebbero usare lo stratagemma dei Raptors, ovvero quello di non usurparlo eccessivamente delle sue energie nella sola regular season. Non sarà risparmiato, invece, il duo gialloviola, di cui potremmo considerare entrambi gli interpreti dei possibili candidati: sarebbe logico pensare a Davis in vantaggio, in quanto nel fiore dei suoi anni, mentre Bron si trova nella situazione quasi opposta, sulla soglia dell’inevitabile declino proprio di quell’età: ma attenzione a darlo per finito…
Tra i veterani probabilmente coinvolti mi sembra doveroso inserire Stephen Curry, che credo piuttosto motivato a mantenere alto il nome degli Warriors, soprattutto in uno dei momenti più bui della loro storia recente, in cui si trovano -temporaneamente- privati di una colonna portante della dinastia quale Klay Thompson. Come sappiamo però, dopo il Febbraio della pausa All-Star Game, arriverà il momento in cui saranno sostanzialmente due i nomi a darsi battaglia a colpi di prestazioni sensazionali: la mia personalissima previsione ricade su due giovani di provenienza europea: il primo è l’attuale detentore del premio, Giannis Antetokounmpo, il secondo è il centro dei Denver Nuggets, il Joker, una guardia nel corpo di un gigante, che saprà affascinare amanti delle statistiche come i più puristi del gioco, che si troveranno di fronte al giocatore offensivo assoluto, capace di performare ad alto livello in ognuno degli aspetti del Gioco, difesa a parte, ma si sa che quella, purtroppo, c’entra sempre di meno col premio di MVP.

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C’è un altro premio individuale, per certi versi più affascinante di quello appena discusso, e ancor più difficile da prevedere: trattasi del MIP, consegnato alla sorpresa della stagione, al giocatore che ha saputo migliorarsi radicalmente, passando, solitamente, da un giocatore di fascia medio-bassa, a uno facilmente eleggibile per l’All-Star Game. I miei 3 nomi sono Terry Rozier III, Thomas Bryant e Lonzo Ball, di cui il primo il mio prediletto. Scary Terry si trova in quella che si candida fortemente al premio di peggior squadra della NBA. In questo contesto avrà spazio di manovra illimitato, non avendo nessuno con cui dividersi minuti e possessi, ciò che avrebbe sempre voluto, ma senza mai ottenerlo, nei suoi anni di scalpitare relegato in panchina dai Celtics. Thomas Bryant si trova, allo stesso modo, in una franchigia dal reparto lunghi non pervenuto, in cui lui rappresenta l’unica entità autorevole sotto canestro. Già nel periodo i fine stagione 2018/19 ha mostrato che, se schierato a minutaggio consistente, può produrre con costanza ed efficienza, dando una presenza a rimbalzo offensivo e difensivo che altrimenti non esisterebbe a Washington. E poi, il meno ovvio del trio MIP. Da Lonzo Ball mi aspetto che a New Orleans raggiungerà, finalmente, il suo stato di playmaker puro, con le peculiarità di disporre di notevoli mezzi atletici e mobilità di piedi di eccellente livello. In una squadra come i Pelicans, giovani e, generalmente, dall’alto ritmo, potrà finalmente condurre contropiedi e transizioni, senza il freno che è stato per lui la presenza di LeBron James, con cui la convivenza tecnica non è stata delle più brillanti. Insomma, attendiamo soltanto che “Lonzo to Zion” diventi un instant classic tra le molteplici narrative della lega sportiva più spettacolare del pianeta.

Cercatori di identità, viaggiatori bramanti cambiamenti, monarchi in difesa della propria regalità: stagione 2019/2020, non ci faremo mancare niente.

Riccardo Russo

Riccardo Russo

Nato a Senigallia, cresciuto in Ancona, fino a qualche anno fa la pallacanestro sapevo a malapena cosa fosse. Scopro questo meraviglioso sport tramite l'inarrivabile lega a stelle e strisce, che ha definito il mio rapporto col gioco di Naismith inizialmente come un vago interesse (sempre secondario, tra quelli sportivi, al calcio) poi passione, e ora si può dire oscilli tra la dipendenza e la malattia, che evito con piacere di curare.

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