Basket NBA a St Louis

Il basket NBA a St. Louis…ai tempi dei Celtics

Soffermandosi sulle tante “reference”, consultate più o meno minuziosamente in giro per la rete, risulta immediatamente evidente quanto considerevole sia oggi il numero delle cosiddette Franchigie Defunte del basket professionistico a stelle e strisce. Sto parlando, per intendersi, di quelle gloriose organizzazioni come i Toronto Huskies, che nel novembre del 1946 al Maple Leaf Gardens contesero ai Knicks la prima palla a due della Lega, o i gloriosi Virginia Squires della ABA, in cui militava un tale dal nome decisamente conosciuto, Julius Winfield Erving II. Quasi altrettante sono poi le squadre che negli anni, attraverso fusioni e fallimenti delle varie leghe susseguitesi nella loro esistenza, hanno visto sparire le proprie gesta sotto la coperta dell’oblio, fatta calare in seguito al trasferimento – pratica odiosa squisitamente americana – in un’altra città. Emblematica in questo senso è la sciagurata vicenda che ha coinvolto i Seattle Sonics, per non andare troppo indietro. Fra queste compagini infine, ce ne sono alcune che a suon di vittorie hanno segnato la propria epoca per poi vedersi messe da parte e rimembrate a natale davanti al caminetto col libro dei record sulle gambe.

St Louis Hawks

È il caso dei St. Louis Hawks che, nelle 13 stagioni che vanno dal 1955 al 1968, disputano ben 4 finali NBA, vincendone una, mentre si fermano alla finale divisionale in 6 occasioni, alla semifinale in altre 2, mancando l’accesso alla post season solamente nella disgraziata annata 61-62.
Hawks 64-65 Home Team
Se avete dimestichezza con la Storia del Gioco, non avrete difficoltà a collocare il periodo indicato all’interno del lasso di tempo senza eguali che corrisponde alla dinastia dei Celtics di Russell e Auerbach, la più grande dello sport americano. Tale illustre concomitanza rende ancora più rilevante il percorso fatto dalla franchigia che, dopo esser nata a Buffalo nel 1946, fu spostata in brevissimo tempo in Illinois e ribattezzata dal proprietario Ben Kerner Tri-Cities Blackhawks (dove le 3 città stavano per Moline e Rock Island, Illinois, e Davenport, Iowa, e il nomignolo ricordava un capo tribù indiano) per trasferirsi quindi a Milwaukee e finire ai giorni nostri il suo viaggio verso sud ad Atlanta, passando giustappunto per St. Louis, Missouri.

Celtics – Hawks Rivalry

La leggenda degli invincibili bianco-verdi di Boston che fecero incetta di anelli sul finire dei ’50 e per quasi tutti i ’60 accompagnò pedissequamente la parabola degli Hawks quando avevano domicilio al Kiel Auditorium di St. Louis. Gli intrecci fra le due realtà si susseguirono in maniera sospetta sia sul campo che sul mercato. Se dividiamo concettualmente la loro breve ma fortunata storia in due cicli principali, prendendo la stagione senza i playoffs come ideale spartiacque, ci accorgiamo che negli anni che vanno dal 1956 al 1961 gli Hawks furono a tutti gli effetti un’autentica superpotenza nella comunque competitiva Western Division. La loro nemesi orientale – manco a dirlo – erano i Celtics di Cousy, Russell, Heinsohn, Sharman e chi più ne ha, più ne metta.
Da avversarie disputarono 4 finali in 5 anni, delle quali solo una vinta da St. Louis, in 6 partite. Le altre serie in due circostanze si conclusero alla settima, mentre in una, l’ultima, l’accesa sfida trovò l’epilogo nella decisiva gara 5, sempre con Auerbach ad accendersi il sigaro della vittoria con sguardo compiaciuto.

Tuttavia, nonostante le molteplici delusioni, non è possibile definire Boston come la bestia nera degli Hawks, semplicemente perché si trattava di una compagine che divorava ogni anno qualsiasi avversario si presentasse al suo cospetto. Per farla cadere, nelle Finals del 1958, ci volle un allineamento pressoché perfetto di Sole, Terra e Venere. In primis Bill Russell si infortunò alla caviglia in gara 3 e fu costretto a saltare la 4 e la 5 (in cui St. Louis espugnò il Garden), rientrando solo nella sesta in condizioni non proprio impeccabili. Oltre a ciò, gli alfieri degli Hawks, Cliff Hagan e Bob Pettit (50 punti), sfoderarono una serie di prestazioni da capogiro.

Bob Pettit

Bob Pettit

Il primo nelle due gare d’apertura mise a referto 33 e 37 punti. Il secondo, da fuoriclasse qual era, nel sesto ed ultimo episodio si rese protagonista della prestazione più incredibile in sede di finale mai vista fino ad allora: 50 punti, con tap-in decisivo del +3 a 15 secondi dal termine e 19 degli ultimi 21 punti messi a segno dai suoi che portavano la sua firma. Finì 110-109 per gli “sfidanti” e la serie si chiuse sul 4-2. Non sono in tantissimi a potersi vantare di aver sconfitto quei Celtics. Segnate pure 2: Hawks ’58 e Sixers ’67. Curioso è il fatto che fossero entrambe guidate dallo stesso allenatore.

D’altronde era stato troppo amaro il boccone che i ragazzi di Coach Hannum avevano dovuto inghiottire la stagione precedente, quella della prima affermazione della nascente dinastia, in cui Boston si aggiudicò una rovente gara 7 di finale, dopo due sudatissimi overtime, 38 lead changes e 28 ties durante l’incontro. In quell’occasione Bill “The Lord of the Rings”, nel pieno possesso delle sue facoltà fisiche ed atletiche, tirò giù dal ferro 32 rimbalzi (22.9 la media a cui viaggiò in quelle finali) e il rookie bianco-verde Tom Heinsohn deliziò la platea dei paganti realizzando 37 punti, che accompagnò con altre 23 carambole. Dopo che Pettit nei regolamentari e Coleman (eroico anche in gara 1 col canestro decisivo) nel primo supplementare avevano tenuto in piedi le speranze dei falchi, il muscolare Loscutoff convertì due liberi nel finale che fissarono il punteggio sul 125-123 Celtics. A niente valse il tentativo disperato di Alex Hannum, il coach come detto, che, entrato in campo forzatamente per i problemi di falli dei giocatori, batté l’ultima rimessa sul tabellone cercando il tip-in di Pettit. Col suo improbabile lancio trovò effettivamente l’uomo migliore dei suoi, la cui correzione a canestro fu però beffarda, uscendo dal cerchio dopo un giro di valzer. E dire che l’occasione era di quelle ghiotte per St. Louis che poteva approfittare della serata storta del devastante backcourt avversario Cousy-Sharman, autori di un complessivo 5-40 dal campo. Nella precedente gara 6 il primo anno Cliff Hagan, uno che con l’arrivo della primavera elevava sistematicamente il suo rendimento, aveva corretto a canestro il tiro finale di Pettit per il 96-94 con cui gli Hawks avevano portato la serie all’ultimo e decisivo atto.

Per gli amanti del folclore, è d’uopo riportare anche l’episodio singolare accaduto in gara 3, quella che segnava il trasferimento della serie a St. Louis. Il Kiel Auditorium infatti, non era di per sé un luogo troppo accogliente per i visitatori. In stagione regolare non di rado capitava che i giocatori avversari si vedessero lanciare addosso delle uova. St. Louis inoltre all’epoca non era propriamente un esempio d’integrazione di razze e di popoli. Se eri un giocatore nero negli anni ’50 e transitavi per le strade della città in cerca di un pasto, difficilmente ti consentivano di sedere al tavolo a gustartelo. In quella gara 3 della finale del 1957, la coppia di esterni dei Celtics, Cousy e Sharman, fecero notare al coach che uno dei canestri era più basso, dal momento che entrambi potevano toccare il ferro con facilità, cosa che non succedeva così spesso, diciamo pure mai. Insieme con le lamentele di Auerbach, scese in campo il proprietario degli Hawks, Ben Kerner, che immediatamente si mise a fronteggiare il suo vecchio amico, sostenendo che si trattasse di una delle sue solite trovate. Così gli riversò in faccia notevoli oscenità, mettendo in discussione finanche la sua integrità. Per tutta risposta, Auerbach si girò e lo colpì con un pugno sulla bocca, facendolo cadere a terra di fronte al proprio pubblico in trepidante attesa per l’inizio della partita – non delle ostilità, che quelle erano già un passo avanti. Curiosamente Red non fu espulso ma solo multato per “condotta inadatta” e si proseguì la contesa con Pettit che realizzò i due liberi che consegnarono la vittoria e il vantaggio momentaneo per 2-1 agli Hawks. Il resto della vicenda già sappiamo come si conclude.

Dopo l’interlocutorio 1958-59, in cui il centro del titolo, nonché vera e propria istituzione in città, Ed Macauley si era ritirato e la difesa dell’anello si era fermata di fronte alle prodezze di Elgin Baylor e degli altri Lakers di Minneapolis, St. Louis si riaffacciò in finale nel 1960 e nel 1961. Ad aspettarli i rivali di sempre, i Boston Celtics. Erano cambiati alcuni interpreti – per gli Hawks ricopriva la posizione di centro l’ottimo Clyde Lovellette e dirigeva le operazioni un giovane Lenny Wilkens – ma il trofeo alla fine della fiera lo alzavano sempre gli uomini di Auerbach. A Pettit, al solito commovente oltre che devastante, e compagni restava almeno l’onore delle armi. Cliff Hagan in particolare fu l’ultimo a cedere: dopo una prestazione straordinaria in gara 6 del 1960 da 36 punti e 13 rimbalzi, subì un infortunio alla gamba nel minuto finale che lo limitò a soli 19+5 nella settima battaglia.

Il maestro Auerbach disse di Pettit, uno dei suoi più fieri avversari:

«Giocava al massimo. Che fossero sopra di 50 o sotto di 50, non importava. Era l’unico modo di giocare che conosceva… al massimo.»

Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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