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Sneakerheads – Episodio 1: My Adidas

A metà degli anni Ottanta nel Queens spopola un gruppo che fa un rap insolito e innovativo ed oltre a fare musica ha una caratteristica peculiare: uno stile unico nel vestirsi. I loro outfit hanno segnato la storia di quel tempo. Sono in tre, si chiamano Rev Run, Dmc e Jam Master Jay e sono diventati famosi col nome di Run DMC.
Nel 1986 i Run DMC producono un brano emblematico che parla della loro relazione con la marca di vestiti più in voga in quel momento: l’Adidas.
Il pezzo si chiama “My Adidas” e rappresenterà l’ufficializzazione di un nuovo stile già vivo, ma non ancora riconosciuto, creato dai Run DMC.

E’ uno stile che unisce la cultura dell’hip-hop con i vestiti sportivi Adidas. Consiste nell’indossare la tuta griffata dalle tre strisce parallele che scorrono lungo le maniche dalle spalle, catene d’oro al collo e scarpe Adidas di un e un solo modello: le Superstar, AKA the Shelltoe, per quella specie di conchiglia che copre la punta della scarpa.
Portano le Superstar senza lacci con la lingua della scarpa alzata. Sono un omaggio agli uomini chiusi nelle carceri, dove non si potevano portare scarpe coi lacci per evitare che questi fossero usati come armi rudimentali.

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I Run DMC scrivono “My Adidas” per ribaltare lo stereotipo che si era creato intorno al personaggio del b-boy ovvero il break-dancer o in generale coloro che erano legati al mondo dell’hip hop, visti come cialtroni di strada, delinquenti e inutili alla società. Con “My Adidas” i Run DMC hanno creato un nuovo modello di rapper, ovvero quello che ricorda la cultura afroamericana ma che si sta addentrando in quella delle marche pop che fanno parte del movimento delle sneakers.

“I wear my sneaker but I’m not a sneak”

cantano in My Adidas, frase emblematica del nuovo rapporto con la cultura popolare delle grandi marche da parte del mondo del rap ma senza nessuna intenzione di tradire la cultura di provenienza: the sneak infatti è colui che fa la spia, il traditore.

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I Run DMC erano i rappresentanti dei giovani neri e della cultura metropolitana americana, dice Dmc

“We was going through Detroit, through Boston, through Chicago, through LA, through Virginia; every city we went to on the Raising Hell Tour, we would look out the back of the tour bus and everybody had the Adidas [track] suits from head to toe”

In tutte le città d’America le strade vestivano Adidas e con loro anche i campetti.
Avevano stabilito un trend, una moda. Erano, come si suol dire, dei trendsetter. L’immagine definitiva che ha rappresentato l’apice del loro trend e della loro influenza sulle masse avviene al Madison Square Garden durante un concerto del Raising Hell Tour, quando tutti i presenti nel pubblico alzarono le loro scarpe Adidas al cielo seguendo la chiamata dei loro idoli dal palco che fecero la stessa cosa. Fu l’apoteosi del mito Adidas come simbolo della controcultura metropolitana.

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Dalla cima però si può solo scendere, infatti dopo aver stipulato una collaborazione miliardaria con i Run DMC e aver lanciato un’edizione limitata delle Superstar, l’Adidas ha in mano la carta che l’avrebbe portata verso la via dell’immortalità.

In quel periodo un ragazzino di North Carolina che aveva appena vinto il titolo nazionale NCAA, si dice, volesse andare nell’NBA con le Adidas ai piedi e si fosse insistentemente autoproposto come testimonial per la marca. Ma l’azienda tedesca rifiutò la richiesta perché le Adidas dovevano essere indossate dai giganti del basket come Kareem Abdul Jabbar: il ragazzo di UNC non rappresentava lo stereotipo di giocatore NBA sopra i 210 cm che doveva indossare Adidas per testimoniarne la grandezza.
Così l’azienda rivale storica dell’Adidas colse la palla al balzo e corse incontro allo scarto dei tedeschi. Stava per nascere la collaborazione più ricca ed emblematica della storia dello sport e della calzatura in generale, da cui sarebbe nato il marchio che avrebbe ricolonizzato il territorio delle città a scapito dell’Adidas.

Stava per nascere l’idillio tra la Nike e Micheal Jordan, che si concretizzò nel “marchio di tutti i marchi”: la Air Jordan.

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Alessandro Zorzoli

Alessandro Zorzoli

Milano, 21 giugno 1994. Studio lettere. Gioco a basket da quando sono nato. Lo sport è la cosa più bella del mondo e nello sport si concretizzano tutti gli aspetti di un’arte: tecnica, poetica, forma e stile. Del basket e dei suoi protagonisti mi affascina indagare questi aspetti. “Quando dipingo non penso all’arte. Penso alla vita”, Jean-Micheal Basquiat.

 

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