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Sneakerheads – Episodio 3: Legends and rookies

Inizio anni novanta. Il polverone creato dalle Air Jordan 1 è rientrato.
Ma il mondo del basket ora è travolto da un altro caso molto simile. Ci sono cinque ragazzi che giocano a Michigan University, hanno un atteggiamento un po’ gangster e un po’ trasgressivo, stanno creando uno stile tutto loro che penetrerà nel mondo del basket negli anni successivi: hanno i capelli rasati ai lati della testa e nella parte bassa della nuca, indossano i pantaloncini larghi, le calze basse e le scarpe tutte nere: si fanno chiamare i Fab Five, sono Juan Howard, Jalen Rose, Jimmy King, Ray Jackson e Chris Webber e in quei primi anni 90 hanno cambiato per sempre l’approccio al gioco del basket in termini di stile.

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Come vale sempre quando si parla di moda, alcuni trend rimangono nell’immaginario comune, altri invece hanno una parabola ascendente per poi crollare. E’ il caso della AND1, marchio fondato a Philadelphia nel 1993 e diventato di tendenza a cavallo tra la fine dei novanta e gli inizi del Duemila. Le AND1 Tai Chi sono uno dei modelli più famosi del basket moderno, tanto che Vince Carter con quelle ha saltato per esibirsi nella gara delle schiacciate più famosa della storia, quella di Oakland del 2000. Dopo una veloce ascesa però le AND1 non hanno più trovato fortuna presso nessuno, abbandonate da Garnett che passò ad Adidas nel 2004 e Carter, già Nike la stagione successiva a quella del famoso dunk contest, la AND1 rimase con un pungo di mosche in mano, rappresentate da Rafer Alston e Latrell Sprewell, giocatori sulla via del ritiro e ormai poco in vista.

Vince Carter #15

Il primo decennio del Duemila non è problematico per le medie aziende come appunto AND1 e Reebok ma anche per una big come Adidas, che punta i suoi soldoni su testimonial come Derrick Rose nel basket ma anche Robert Griffin III e Reggie Bush nel football, tutti e tre icone che sono finite infangate per vari motivi, dagli infortuni ai problemi comportamentali. Adidas per un decennio intero è sembrata in letargo ma ora sembra essere rinata dalle sue ceneri e la sfida eterna con la Nike è più accesa che mai. Le chiavi del successo sono in mano all’uomo con la barba più famosa del mondo, che gioca a Houston e indossando Adidas sta frantumando qualsiasi record: James Harden. Anche fuori dal campo Adidas sta tornando prepotentemente sulla scena. In un’epoca storica di magra creatività i designer Adidas hanno puntato sul vintage per riprendersi la scena metropolitana e in Adidas il vintage vuole dire solo due cose: Stan Smith e Superstar. Così le collaborazioni con Pharrel Williams e Kanye West, che per altro ha accusato Nike di sottopagare i dipendenti per poter riempire d’oro i testimonial NBA.

La Nike rimane padrona indiscussa del panorama sneakers con le sue partnerships con LeBron James, Kevin Durant, Kobe Bryant e le loro rispettive linee.
Il campo di battaglia si conforma come una scala dove i gradini più alti sono saldamente amministrati da un padrone ma scendendo verso i più bassi la storia ci insegna che le possibilità esistono per tutti e le svolte nella moda sono sempre dietro l’angolo ed avvengono sempre quando meno ce lo si aspetta.

Per i prossimi decenni magari la scala sarà percorsa per intero fino in cima da quella che oggi si posiziona al terzo gradino sotto Nike e Adidas, un’azienda fondata nel 1996 da un ex giocatore di football che inizialmente era specializzata in magliette sportive traspiranti ma ora si è buttata nel mondo della calzatura sportiva e il suo testimonial principale è Steph Curry: stiamo parlando della Under Armour, minaccia reale alla supremazia storica delle top companies di sempre.

La guerra è senza esclusione di colpi e ogni giorno può nascere quell’idea che fa cambiare per sempre il modo di intendere il basket e la strada dal punto di vista dello stile.

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Alessandro Zorzoli

Alessandro Zorzoli

Milano, 21 giugno 1994. Studio lettere. Gioco a basket da quando sono nato. Lo sport è la cosa più bella del mondo e nello sport si concretizzano tutti gli aspetti di un’arte: tecnica, poetica, forma e stile. Del basket e dei suoi protagonisti mi affascina indagare questi aspetti. “Quando dipingo non penso all’arte. Penso alla vita”, Jean-Micheal Basquiat.

 

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