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Save Our Sonics

Ovvero quella volta in cui i Supersonics restarono a Seattle.

Voglio soltanto dire a nome del nostro Gruppo che siamo onorati del risultato del voto del Board of Governors della NBA, oltre che del supporto alla nostra richiesta di trasferimento dei Seattle Supersonics a Oklahoma City.

Affermava serafico Clay Bennett, trincerato dietro alle ormai note mascelle squadrate, di fianco al Commissioner David Stern. Tali, inequivocabili parole piombarono come macigni sulla testa spettinata di Brian Robinson, immobile davanti al televisore nel soggiorno di casa, al nono piano del palazzone posto all’angolo fra Cherry Street e la 7th Avenue, Downtown Seattle.

«Cosa?» Pensò il responsabile del Costumer Service della giovane ma ambiziosa azienda, nata in città e dal nome evocativo, Amazon. «Non possono fare questo ad una delle franchigie storiche, oltre che più seguite della lega! Sarebbe un furto!» L’aspetto veramente fastidioso della conferenza era costituito dal sorriso beffardo sulla faccia di Stern: quello che avrebbe dovuto essere il garante della passione di ogni fan di basket in America pareva persino compiaciuto della rapina a mano armata e in pieno giorno che si stava compiendo al cuore del popolo dei canestri della Città della Pioggia. Mentre partiva la ridda di domande più o meno insidiose dei cronisti sopraggiunti, la maggior parte delle quali poneva delicate questioni circa la natura dell’amicizia dei due dirimpettai del nostro, Robinson si risvegliò nel suo letto a una piazza e mezzo, saltando letteralmente sul materasso fino ad arrivare all’altezza della stempiatura posterizzata di Gus Williams detto “The Wizard”, intento ad allungare il braccione verso il canestro.

Per fortuna è stato solo un sogno. Un tremendo, disperato vissuto onirico ma pur sempre un sogno. Non avrei mai potuto sopportare di perdere i miei amati Supersonics.

Brian, come altri concittadini, aveva già dovuto subire la dipartita dei Seahawks del football, costretti quasi 10 anni prima a trasferirsi a Los Angeles per le velleità dell’imprenditore immobiliare Ken Behring e per via dell’incapacità degli investitori locali, Paul Allen – co-fondatore della Microsoft – in testa, di trovare fondi per la costruzione di un nuovo impianto. Per la verità l’attaccamento di Robinson ai Seahawks era ondivago, per usare un eufemismo. E poi, per gli amanti del genere, restavano pur sempre i Mariners a battagliare in città, nella bellissima cornice del Safeco Field. Mai i Supersonics… i Supersonics erano parte integrante dell’esistenza di Robinson, come un parente stretto con cui condividere tutto, fatta eccezione – forse – per il giaciglio amoroso. Era stata la prima squadra professionistica ad approdare in città. E poi Spencer Haywood, Lenny Wilkens, la point guard Slick Watts che guidò Seattle alla prima post season, i ragazzi del titolo del 1979, The Glove e Shawn Kemp… Impossibile cancellare quello che era stato. Niente e nessuno potrebbe mai separarti da ciò che scorre dentro di te, come il sangue o l’ossigeno.

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Ad essere onesti, e fedeli all’assunto junghiano per cui la materia dei sogni è strettamente connessa col vissuto quotidiano, i gialloverdi non attraversavano allora un momento particolarmente sereno. Si era alla vigilia di natale del 2005 e le voci su una possibile cessione, per l’appunto al gruppo organizzato intorno alla Compagnia Oil and Gas Chesapeake Energy, di cui Bennett costituiva il frontman e Ward e McClendon il portafogli pulsante, si facevano sempre più insistenti. La squadra non era irresistibile. Al 23 dicembre, data della sconfitta casalinga con Dallas, il record recitava 11 vinte e 14 perse. A dirigere l’allegra compagnia vi era ancora l’inossidabile Gary Payton. Il Guanto non “aderiva” più sulla pelle degli avversari più temuti come ai giorni migliori, ma, dopo 15 anni di onorata carriera sempre nello stesso posto, continuava ad essere più affidabile del play di riserva Earl Watson. La stella della squadra, e nuovo volto emergente della lega, si chiamava Rashard Lewis, prototipo dell’ala moderna, mentre l’anima del team era lo spigoloso Nick Collison, “soltanto” sophomore ma con la faccia tosta e un’innata predisposizione ad assorbire i contatti. Per il resto, meglio sorvolare. Nemmeno troppo segretamente fra il coach Nate McMillanMr. Sonic – in sella dalla stagione del Lockout, e il Management iniziava a farsi largo l’idea di tankare. Anche perché la derelitta KeyArena non vedeva una schiacciata praticamente dai tempi di Reign Man, quindi, togliendo gli ultimi due anni in cui aveva giocato a scartamento ridotto, parliamo di ormai quasi un lustro. Sì, perché Kemp, dopo aver aver rinnovato a cifre astronomiche (per l’epoca) nell’estate del 1998, era andato avanti a terrorizzare la lega in coppia con l’altro col 20 fino allo scollinare nel nuovo millennio. Dopodiché, non riuscendo più a innescare le famigerate molle sotto ai piedi, né a rimanere lontano dai bar di Belltown, aveva cominciato un lento e indecoroso declino. Figurava ancora a libro paga di Howard Schultz, il padrone del baccellaio, ed in effetti veniva chiamato in causa per qualche telecronaca o ospitata in trasmissione per l’emittente locale. Ma il suo pesante onorario, al quale si era sovrapposto, come il coperchio di una bara, quello altrettanto copioso di Payton, aveva inciso enormemente sulle finanze del Re del Caffè, che a distanza di pochi anni già anelava a tornare fra le macine e i grembiuli verdi dei baristi di Starbucks. Tuttavia la mossa di rinnovare il suo contratto, riconoscendogli il valore di simbolo della città, aveva legato a doppio filo la comunità del Grunge alle sorti della squadra. E comunque, sempre meglio la salma del Fu Reign Man di un Jim McIlvaine qualunque – per fare un nome a caso fra quelli che nelle roventi off season fra il 1996 e il 1998 avrebbero potuto finire per impinguare il reparto lunghi di Seattle ma che, fortuna loro, gli amanti dei Sonics non avevano mai avuto il piacere di ammirare sotto le volte della KeyArena.

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Ecco, la KeyArena. L’impianto da gioco di Seattle costituiva l’inizio e la fine di ogni motivo del contendere. Nata dal rinnovamento del 1995 del vecchio e “fieristico” Washington Coliseum, era, per i canoni di sofisticazione raggiunti in quegli anni, senza mezzi termini inadeguata. Compariva stabilmente nelle ultime posizioni per fan experience. Risultava ultima per numero di posti a sedere. Ma soprattutto mancava completamente una parvenza di spazio pensato per la realizzazione di eventi collaterali di più ampio respiro, prospettiva che rappresentava ormai una condizione necessaria per la fortuna di ogni arena sportiva. Schultz, con l’appoggio di Stern, aveva chiesto più volte aiuto al Consiglio della Contea di King per ricevere fondi pubblici da destinare all’ammodernamento della casa dei Sonics. La risposta era sempre la solita: ci sono scuole nella Contea in cui scarseggiano libri e materiali per lo studio, perché dovremmo dare anche solo un centesimo ad un’impresa privata? Questo stallo preoccupava, e non poco, il numero uno della lega, il cui pallino per lo sviluppo economico del prodotto NBA non costituiva certo un segreto. Da qui l’intesa con il businessman dell’Oklahoma.

«Tutte manovre politiche per fare pressione sull’Amministrazione.» Rimuginava fra sé nella foschia mattutina il vecchio Brian, mentre imboccava la strada che lo avrebbe condotto dal barbiere di fiducia per il classico taglio semestrale dei capelli. Il salone che frequentava solitamente, al n. 2018 della 1st Avenue, si trovava curiosamente nel fondo che una volta ospitava il locale conosciuto ai più con il nome di Vogue, divenuto immortale per esser stato il primo palcoscenico in cui si erano esibiti i Nirvana, altro vanto della città.

Beh, saranno anche passati i tempi del Seattle Sound, quando dominavamo la scena musicale alternativa mondiale, ma si tratta pur sempre del tredicesimo mercato degli Stati Uniti! O almeno così ha sentenziato il tizio ieri alla tv.

L’idea di trasferire baracca e burattini altrove, in una Oklahoma City qualunque, appariva bizzarra a Robinson. Molto meno alle autorità locali. La guerra fredda fra Politica e Direzione della franchigia si protrasse nel tempo, toccando rapidamente livelli di criticità piuttosto significativi. Schultz, sentendosi abbandonato al suo destino – che, a detta sua, parlava di ben 60 milioni di perdite già accumulati – aprì per la prima volta ufficialmente alla cessione al Gruppo Bennett. «Non venderemmo mai a un nuovo proprietario che non volesse trattenere la franchigia qui a Seattle.» Rassicurava Schultz.

Clay Bennett dal canto suo aveva aumentato gli sforzi comunicativi, almeno verbalmente. Aveva già ricoperto il ruolo di proprietario di minoranza dei San Antonio Spurs, facendo esperienza, seppure nelle retrovie, nel management di una franchigia NBA. Recentemente, dopo la tragedia dell’Uragano Katrina, che sul finire di agosto del 2005 aveva procurato ingenti danni alla città di New Orleans, era venuto in soccorso di Stern ospitando gli Hornets a Oklahoma City e dimostrando entusiasmo, capacità gestionali e una certa disponibilità organizzativa. Rappresentava quindi l’ideale di proprietario del nuovo millennio, nell’ottica “progressista” del Commissioner.

Nel frattempo le sorti della stagione dei Supersonics colarono definitivamente a picco. Con un record finale di 27-55 si assestarono in fondo alla Northwest Division. La cosa tutto sommato non era dispiaciuta al GM Wally Walker, che con la sesta scelta assoluta al successivo draft di New York mise le mani sul miglior prodotto locale in circolazione, quel Brandon Roy che, nato a Seattle, passato per la Garfield High School e il college a Washington, possedeva tutti i crismi per diventare un sicuro protagonista della stagione dell’Irredentismo in salsa Supersonics. Play/guardia di 198 cm dai movimenti raffinati, aveva il destino scritto nel nome: Roy per rookie of the year. Nonostante le conquiste individuali, Seattle si classificò nelle ultime posizioni della Western Conference anche nella stagione successiva.

Lontano dal parquet intanto continuava il braccio di ferro fra istituzioni e Schultz. Persino Brian aveva perso la sua incrollabile fiducia ed osservava l’evolversi della situazione in completa apnea. Sullo sfondo si stagliava sempre, interessato, il gruppo di investitori dell’Oklahoma, impegnati momentaneamente nell’amministrazione temporanea dei New Orleans/Oklahoma City Hornets, condannati ancora – e senza sapere per quanto – a restare lontani da casa.

Kevin Durant

Conclusa la stagione, tutti nella Città della Pioggia erano consapevoli del fatto che si trattasse soltanto di una questione di giorni e la cessione sarebbe stata ufficializzata: i Seattle Supersonics sarebbero stati acquisiti dal Professional Basketball Club LLC di Bennett per 350 milioni di dollari. Il nuovo proprietario designato comparve in televisione con sospetta continuità. Le dichiarazioni erano a senso unico: desiderava ardentemente la franchigia ma i Sonics, così come le Storm, erano sinonimi di Seattle e il gruppo di uomini d’affari dell’Oklahoma, composto esclusivamente da nativi dell’Oklahoma, aveva enorme rispetto della storia. In quegli stessi giorni arrivò dal draft, con la seconda chiamata, un’ala destinata a fare la storia del gioco: da University of Texas at Austin approdò in verde-giallo Kevin Durant, spilungone all’apparenza poco atletico ma con mani da clavicembalista. Ancora non si conosceva del tutto il suo talento sconfinato, e forse non avrebbe avuto la carriera del collega Oden, ma la possibilità di affiancarlo ad un altro eletto della palla a spicchi come Roy, creando una delle combo potenzialmente più interessanti del decennio successivo, infuse orgoglio ed entusiasmo nel petto dei tifosi, ormai da troppo tempo ripiegati su se stessi nella speranza di proteggersi dall’esposizione improvvisa a novità indesiderate, come chi si abbassi per evitare un jab. La notizia del jackpot realizzato all’ombra dello Space Needle raggiunse in qualche modo anche Bennett, il quale non perse tempo, accelerò la trattativa d’acquisto e si aggiudicò la franchigia. Brian e i suoi compari tornarono a raggomitolarsi, inquieti sulle poltrone.

Ma il giorno dell’annuncio a mezzo conferenza con palloncini, cappellini e trombette di rito non arrivò mai. Schultz con un colpo di coda rese pubbliche alcune mail galeotte che smascherarono definitivamente l’intento malevolo di Bennett e soci. Convocò egli stesso la stampa nazionale per comunicare di aver interrotto del tutto le trattative ormai in dirittura d’arrivo, riservandosi per giunta l’opportunità di adire le vie legali. «C’è un modo per spostarsi qua (a Oklahoma City) oppure siamo condannati a passare un’altra dannata stagione a Seattle?» Chiedeva McClendon. «Sono un uomo posseduto! Farò il possibile. Grazie per l’appoggio. Il gioco è appena cominciato.» Rispondeva eccitato Bennett. Nonostante tale scambio non lasciasse spazio a grossi dubbi, il 48enne dell’Oklahoma tentò di arrampicarsi sugli specchi, accampando a sua volta prove inconfutabili dell’avvenuta conclusione del trasferimento di proprietà dei Sonics. La situazione era a dir poco incandescente. In questo avvilente tira e molla l’ammodernamento della KeyArena continuava ad essere una chimera e ad esasperare ancor di più gli animi contribuì il comitato denominato “Citizen For More Important Things”, il cui obiettivo era quello di ricordare a tutti quante e quali fossero le miriadi di situazioni meritevoli di fondi pubblici prima di un’arena sportiva. Il referendum promosso dai suoi membri nel novembre del 2007 però si scontrò con la passione dei cittadini, mai scalfita da pessimi risultati ed ombre evidenti sulla gestione societaria: col 70% dei voti fu ribadito come quella circa il palazzetto restasse una priorità della comunità.

Dal lato basket giocato tuttavia indicazioni per lo meno confortanti continuavano a tardare ad arrivare. La squadra di McMillan aveva fatto della sconfitta una spiacevole abitudine. Dopo 14 perse consecutivamente a cavallo fra novembre e dicembre, il coach di Raleigh fu sollevato dall’incarico. Al suo posto tornò il vecchio George Karl, mai veramente dimenticato in città e reduce da una tumultuosa stagione passata alla guida dei Nuggets, con i quali aveva fallito l’accesso ai playoff nonostante la presenza di Iverson e Anthony. Il roster verde-giallo non era affatto malvagio, seppure ancora un po’ acerbo: a spalleggiare la coppia d’assi Roy-KD vi erano Jamal Crawford, altro nativo di Seattle, scappato dal marasma di New York, il capitano Nick Collison e gli emergenti Trevor Ariza e Paul Millsap, pescati sapientemente da Walker verso metà del secondo giro rispettivamente nei draft 2004 e 2006. Forse mancavano di malizia ma il popolo di Seattle si immedesimava enormemente nei nuovi beniamini, nonostante non portassero a casa la W neppure in allenamento.

Bisognava però cominciare a sciogliere la matassa. Troppe erano le questioni rimaste in sospeso per permettere ad un gruppo di giovani promettenti di sprigionare il proprio potenziale. Poiché il sindaco Nickels latitava, scese in campo il senatore Slade Gorton. Vecchia volpe dello scranno senatoriale, già nel lontano 1973 aveva fatto causa alla MLB per il trasferimento dei Seattle Pilots a Milwaukee. Come risarcimento, la città ricevette allora un mucchio di soldi e la promessa di una nuova franchigia (puntualmente arrivata 4 anni più tardi.) Adesso ci riprovava. A capo di una delegazione di politici, uomini influenti ed ex-giocatori, si diresse a New York per parlare direttamente con Stern, alla ricerca di un’intesa in grado di sbloccare questa preoccupante impasse. Il povero Brian, fra una consulenza per un tostapane ed un sollecito per un iPod, si aggrappava disperatamente a queste iniziative e con altri appassionati come lui tirava su un’associazione: Save Our Sonics si sarebbe chiamata ed avrebbe avuto il compito di coordinare le attività di protesta dei tifosi, convogliandole nelle sedi opportune.

Lontano dalle strade, dai festoni e dai cartelloni di opposizione all’Olympic Tower, sul parquet color giallo-formaggio della bistrattata KeyArena successe qualcosa di incredibile, oltre che inaspettato. L’arrivo di Karl, dopo un periodo di normale assestamento, aveva generato una reazione improvvisa, tanto che la stagione disgraziata dei Sonics era girata più o meno all’altezza dell’All-Star Weekend, trasformandosi in una folle rincorsa ad un insperato posto ai playoff. Durant pareva indemoniato nella sua opera di martellamento dei canestri. Brandon Roy dominava senza scomporsi ogni tipo di avversario. The Natural lo chiamavano gli addetti ai lavori, perché tutto gli riusciva naturalmente, apparentemente senza sforzo. La pallacanestro dei giovani Supersonics somigliava più alla seta che a tagli, blocchi, schemi, lavagne e ammennicoli simili. Era il grido di rivincita della comunità, troppo spesso umiliata.

Poiché le buone notizie viaggiano sempre almeno in coppia, il 6 marzo del 2008 il sindaco Nickels annunciò l’intenzione di un gruppo di investitori locali con a capo Steve Ballmer, Microsoft CEO, di rilevare i Seattle Supersonics, tenendoli nella capitale del grunge e investendo suon di milioni anche sulla KeyArena.

«Un sogno!» Pensò Robinson. E mentre si figurava finalmente un futuro per i suoi Sonics, le immagini visualizzate dalla mente tremavano come su un televisore col segnale malfermo. Stern, che non era famoso per mettersi di traverso alla corrente come i salmoni, prese la palla al balzo. Spostò il focus sui New Orleans Hornets, che ormai da troppo tempo vivacchiavano in una condizione di precarietà estrema. The Big Easy non si era ancora ripresa dalla catastrofe. La New Orleans Arena giaceva abbandonata a se stessa, praticamente distrutta. Stern agevolò allora l’acquisto degli Hornets da parte del gruppo Bennett, che di fatto già rivestiva ufficiosamente alcune delle prerogative della Proprietà dei Calabroni. In questo modo la minaccia dall’Oklahoma scomparve dai cieli di Seattle. Condicio sine qua non dell’intero rigirìo era ovviamente la promessa che New Orleans avrebbe avuto indietro una squadra, non appena fosse stata in grado di accoglierla.

I Seattle Supersonics approdarono alfine ai playoff con l’ottavo seed ad ovest. La sconfitta con i più quotati Lakers per 4-1 non tolse nulla alla magia di quei mesi. Ballmer divenne il nuovo owner della franchigia e, dopo un viaggio ad Olympia, ottenne i 150 milioni di finanziamento pubblico richiesti allo Stato di Washington. In estate cominciarono i lavori per la nuova arena: sarebbe sorta a Renton, 24 miglia a sud-est di Downtown Seattle, sarebbe stata l’arena più costosa dell’intera NBA (ben 500 milioni di dollari.) Tutt’intorno sarebbero stati costruiti ristoranti di lusso ed aree per il commercio e lo svago.

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Da franchigia sull’orlo del baratro, adesso Seattle era invidiata da tutta America. Aveva il nuovo, avveniristico impianto. Aveva un nucleo di giovanissime stelle che prometteva di impadronirsi un giorno, nemmeno tanto lontano, dell’intera lega. Aveva infine un legame quasi simbiotico con la città, proprio di chi abbia toccato con mano la disperazione della separazione. Negli anni a seguire, la compagine allenata da Karl mancò la post season soltanto nel 2009. Per il resto arrivarono qualificazioni in serie. Nel 2011 la corsa dei Sonics si arrestò soltanto in finale di conference al cospetto dei Dallas Mavericks, in quella stagione autentica squadra del destino, in grado di eliminare tutte le altre, una dopo l’altra, senza i favori del pronostico ma contando su uno stato di forma difficilmente ripetibile. KD vinse la classifica dei marcatori, Roy si affermò come uno dei più raffinati all-around in circolazione. In un paio di circostanze sfiorò la tripla-doppia di media in stagione, roba da NBA dei nostri padri, impensabile nel basket moderno. Nell’estate del 2011 Seattle scambiò, non senza sofferenza, Millsap (che viaggiava ormai stabilmente sui 18+8) con un giovane barbuto di nome Harden. Un azzardo, disse qualcuno. Nel frattempo era cresciuto l’apporto di un ragazzone congolese di 7 piedi, scelto sul finire del primo giro da Seattle nel 2008, abile stoppatore e scaltro difensore. Serge Ibaka era il suo nome, da pronunciare alla francese. Di fatto però nessuno, fatta eccezione per la Miami dei Big-Three, poteva schierare in campo nello stesso momento due dei primi 10 della pista, come erano chiaramente Brandon Roy e Kevin Durant.

Seattle concluse la regular season al secondo posto ad ovest, dietro agli immarcescibili San Antonio Spurs. Ma la maggiore freschezza atletica e mentale dei verde-gialli venne fuori fragorosamente ai playoff. Dopo essersi sbarazzati di Dallas al primo turno e degli incerottati Lakers al secondo, i Sonics incrociarono le armi con gli uomini di Popovich. Se ne liberarono in 6 partite, dopo esser andati sotto 2-0, con un Brandon Roy incontenibile e capace di tenere nelle due gare conclusive le medie astronomiche di 41.0 punti, 9.5 rimbalzi e 7.5 assist. La Sonics Mania, conosciuta anche come Sonics Boom, era nuovamente deflagrata: per le strade e nei palazzi spuntavano bandiere e gagliardetti in ogni dove. Nello stereo della Ford di Brian Robinson risuonava in loop Supersonic degli Oasis. I need to be myself/I can’t be no one else/I’m feeling supersonic, era il pezzo preferito dal nostro. Ho bisogno di essere me stesso, non potrei essere nessun altro… La canzone d’esordio del gruppo di Manchester, forse quella che alla sua uscita aveva avuto meno fortuna, stava riscuotendo finalmente il successo che meritava. Nel 2016 avrebbe fatto da colonna sonora del riuscitissimo documentario sulla band.

La finale NBA invece metteva di fronte Seattle ai pompatissimi Miami Heat. LeBron contro KD. Wade e Bosh da una parte, Harden e Roy dall’altra. Seattle vinse in 4 gare. Sweep. Senza storia. Non avrebbero mai potuto perdere. Non dopo tutto quello che avevano passato. Kevin Durant si impadronì della NBA la sera di gara 4, di fronte a una Boeing Arena (questo il nome dell’impianto di Renton) in delirio. Non avrebbe più lasciato lo scettro di miglior giocatore del pianeta fino al momento del suo ritiro. Brandon Roy, prima della fine delle ostilità, fu immortalato in un abbraccio commovente con Jack Sikma, Gus Williams e Downtown Freddy Brown, gli eroi del ’79, entrando di diritto nella leggenda della città, accanto a Dennis Johnson e Gary Payton, di fianco a Kurt Cobain e Chris Cornell. Lui che era nato proprio a Seattle.

I Seattle Supersonics erano Campioni NBA per la stagione 2011-2012. Brian Robinson fu costretto per la prima volta in vita sua a tagliarsi i capelli a zero. D’altronde i fioretti vanno rispettati, specie se sono stati fatti per gli amati Sonics.

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Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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