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Sacramento Kings e la luce in fondo al tunnel!?

I Sacramento Kings hanno trascorso la peggiore decade della loro esistenza, un tunnel buio durato oltre dieci anni, cerchiamo di capire come mai.

Vigeva l’anno 2007:

  1. Steve Jobs presenta al mondo l’iPhone
  2. Il Milan vince la sua settima Champions League
  3. La Bulgaria e la Romania entrano a fare parte dell’Unione Europea
  4. Vengono dichiarate le nuove sette meraviglie del mondo
  5. Cominciava l’ultima stagione (prima di quella appena trascorsa) dei Sacramento Kings con oltre il 45% di vittorie (2007/08)

Molti eventi si sono susseguiti da allora nel mondo e altrettanti in casa Kings, tra cambi di proprietà e scelte alquanto azzardate al draft. Noi cerchiamo di analizzare il decennio più buio della storia della franchigia californiana.

Partiamo dalla lottery del 2007 appunto, quando l’allora GM dei Kings Geoff Petrie si presentava al draft con la scelta numero dieci firmando Spencer Hawes (Marc Gasol venne chiamato alla 48); ovviamente col senno di poi è facile dare del folle a Petrie, ma così non è, altrimenti vorrebbe dire che anche tutti gli altri General Manager lo fossero, Gasol ai tempi era considerato solamente il fratello ciccione di Pau, mentre Hawes aveva le parvenze del lungo moderno, anche se non troppo dinamico, ma capace di aprire il campo essendo dotato di un’ottima mano, però purtroppo, o per fortuna, di WunderDirk ne è nato solamente uno. In questa occasione esoneriamo dall’errore Petrie essendo stato un draft povero di talento tra i giocatori disponibili, chiamiamola sfortuna.

2007 NBA Draft presented by Sprite

Dopo una stagione da 17 vittorie, nel 2008 i Kings al draft hanno a disposizione la pick numero dodici, optando anche in questa occasione per firmare un lungo, ovvero Jason Thompson (chi??), quando erano disponibili giocatori come Ibaka, Batum, Hill, Jordan e Dragic; anche in questo caso vogliamo essere magnanimi e non addossare troppe colpe a Petrie, nonostante Thompson dopo qualche stagione ai Kings fu impacchettato e spedito altrove in NBA per poi finire a girovagare tra Cina ed Europa.

NBA: Sacramento Kings at San Antonio Spurs

Altra annata deludente e perdente per Sacramento che però nel 2009 si ritrova una scelta assai alta, la numero quattro, avendo fatto scorta di lunghi nelle due lottery precedenti, i Kings firmano Tyreke Evans (con Curry, DeRozan e Holiday ancora liberi). Guardandola con gli occhi attuali è stata una pazzia degna di Jack Torrance (Shining), ma non è affatto così, anzi Evans nella stagione da rookie  fu strepitoso e meritò di vincere il ROTY, ammassando numeri (non vittorie però) che tra le matricole in pochi nella storia possono vantare.

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Pensando di aver sistemato il reparto esterni con Evans, i Kings scelgono DeMarcus Cousins con la numero cinque (prima di Paul George e Gordon Hayward), anche in questo caso c’era la parvenza di una chiamata azzeccata, essendo Cousins un centro abbastanza atipico e moderno con una tecnica sopraffina, in più pensiamo come sia molto complicato intuire se un ragazzo di vent’anni possa o meno maturare mentalmente, cosa che ancora oggi stiamo aspettando. Sempre nel 2010 nello stesso draft i Kings hanno a disposizione anche la pick numero trentatre, e tenendo fede allo stile adottato in questi anni, ecco arrivare un altro centro, Hassan Whiteside, andando così ad ammassare la bellezza di quattro pivot: Cousins, Whiteside, Dalembert e Thompson.

Nel 2011 Geoff Petrie sembra rimanere fedele al suo credo, il ”centrismo”, ed ecco che con la scelta numero sette firma Byombo, per poi però cederlo ed arrivare a Freddette che era stato preso alla dieci dai Bucks. In quella lottery erano in attesa di essere chiamati giocatori come Klay Thompson, Leonard, Walker, Harris e Butler…

Ed eccoci arrivati all’anno dei Maya, il 2012: con la fine del mondo che incombe i Kings e il loro GM Petrie hanno però un’ultima possibilità per rendere competitiva la rosa, avendo la quinta scelta in lottey, disponibili ci sono Lillard, Drummond, Green e Middleton, ma il lungimirante Geoff firma Thomas Robinson (chi??), un giocatore d’area senza tiro. Riconosciuto come un’ala grande non è altro che un pivot in ‘’miniatura’’ (206 cm), restando fedeli e profanando al massimo la religione del centrismo.

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I Maya si sono sbagliati, e con il mondo ancora intatto Geoff Petrie ha un’altra occasione per redimersi. Nel marzo del 2013 la famiglia Maloof cede la proprietà dei Kings a Vivek Ranadive, attende la fine della stagione e prima del draft del medesimo anno ingaggia come nuovo General Manager Pete D’Alessandro, che si presenta al draft con la settima pick. Non assecondando però la folle propensione del suo predecessore, non arriva un centro questa volta ma bensì un tiratore da tre come Ben McLemore (dopo di lui erano disponibili McCollum, Antetokounmpo e Gobert) avendo capito la direzione che stava prendendo la lega e soprattutto per valorizzare le scelte passate. Una decisione che allora era sensata, avendo Cousins servivano compagni complementari a lui e non altri giocatori d’area con cui pestarsi i piedi.

Ovviamente adesso nessuno sano di mente preferirebbe McLemore ai tre sopracitati, ma almeno D’Alessandro sembra avere idee più moderne rispetto a Petrie.

Il draft dell’anno successivo è sulla stessa lunghezza d’onda di quello appena trascorso, un tiratore da tre arriva alla corte dei Kings che con la numero otto scelgono Stauskas (prima di Lavine, Saric, Nurkic e Capela). Immergendomi in quell’epoca e fingendo di non sapere come sono andate realmente le cose, ai tempi la decisione di D’Alessandro sembrava anche sensata, o per lo meno coerente col suo pensiero.

Il 2015 è un anno di cambiamenti, D’Alessandro accetta la proposta dei Nuggets di entrare a far parte del loro staff, e il proprietario indiano Ranadive ingaggia Vlade Divac, che al suo primo draft firma Cauley-Stein alla numero sei (sì un altro centro), scelto prima di Booker.

Sacramento alla lotteria del draft 2016 chiama Chriss con l’ottava pick per poi scambiarlo immediatamente con Papagiannis (centro) più Bogdanovic, tra i giocatori ancora disponibili erano presenti Siakam, Brogdon e Sabonis.

L’anno della svolta è il 2016/17 quando verso metà stagione avviene la trade che ha come protagonista il leader tecnico dei Kings nonché unica star: DeMarcus Cousins viene scambiato ai Pellicans per Galloway, il ritorno di Evans e il rookie Buddy Hield (il nuovo Steph Curry a detta di Ranadive), un cambio che sembrava folle due anni fa, adesso invece è visto con altri occhi.

Nell’anno venturo con la pick numero cinque arriva Fox (prima di Mitchell e Markkanen), mentre Cousins performa da MVP al fianco di Davis (prima dell’infortunio al tendine d’Achille), i Kings continuano la loro – apparentemente – inesorabile caduta verso il baratro.

In NBA cadere nel baratro può essere un’arma a doppio taglio, tankare significa avere scelte alte alla lottery e nel 2018 con la pick numero due arriva Bagley (dopo di lui Doncic, Young e Jackson Jr), scelta apparentemente azzardata essendo probabilmente il più grezzo dei quattro, il meno NBA ready sicuramente, con enormi limiti attualmente, ma altrettanti margini di miglioramento, sicuramente quello che ne ha di più (forse insieme a Jackson Jr) del draft scorso, vedremo se soddisferà le aspettative.

Analizzandole oggi è lapalissiano sostenere che tutte queste scelte in lottery, fino al 2016, siano state abbastanza disastrose, oltre una decade di stagioni perdenti (solo una volta sopra le 30 vittorie) e soprattutto un ammasso di giocatori con caratteristiche analoghe che si toglievano spazio a vicenda.

L’anno 2018/19 è quello della (forse) rinascita, sfiorate le 40 vittorie e in corsa per i playoffs fino alla fine praticamente, uno stile di gioco completamente cambiato e una rosa molto giovane hanno portato a Sacramento la migliore stagione da oltre un decennio, ovviamente merito dei giocatori ma anche dell’allenatore, coach Joerger che, al terzo anno sulla panchina dei Kings, ha saputo rivoluzionare il proprio stile di pallacanestro. Quando allenava Memphis ed otteneva ottimi risultati, anche oltre alle aspettative, il basket che esprimeva era ‘’vecchio stile’’, pace basso, fare faticare le difese avversarie e un gioco molto interno, così fu anche nella sua prima versione a Sacramento. I primi due anni i Kings hanno fatto registrare un pace identico di 94.9 (abbastanza singolare come dato), la differenza è che prima aveva Cousins in rosa, mentre l’anno successivo no, quindi sembrava dimostrare di non sapersi adattare ai giocatori a sua disposizione, mantenendo le sue idee. In questa stagione il pace dei Kings è stato di oltre 103 possessi a partita, così facendo Joerger si è dimostrato in grado di evolvere il proprio pensiero e cambiare la sua concezione di pallacanestro, perché in campo ci vanno i giocatori ed è giusto farli rendere al meglio in base alle loro caratteristiche.

Se un allenatore è in grado di sovvertire la propria concezione di pallacanestro (vero Pop?!), probabilmente, è una dimostrazione che siamo di fronte ad un grande coach.

I problemi con la gestione dei giovani (Bagley e Giles su tutti), oppure le troppe vittorie in una sola stagione, hanno portato all’esonero di Joerger pochi giorni fa.

Comunque il futuro per i Kings sembra roseo, attenzione però che da quelle parti in California nulla è mai come sembra, la luce in fondo al tunnel potrebbe rivelarsi solo un miraggio.

Alessandro Carpi

Alessandro Carpi

19 luglio 1994, appassionato visceralmente al mondo NBA da quando ne ho 16, non solo al basket giocato che ovviamente non ha eguali al mondo, ma anche a tutto ciò che ci gira intorno. Mio papà amava i Lakers del duo kobe-shaq, ho fatto i miei primi fantabasket con lui, mio fratello e mio cugino, ai tempi non esistevano le app ma facevamo tutto con penna a taccuino, le mie prime partite guardate per intero sono state le finals 2010 con mio padre non potendo mai aprire bocca, ai tempi non esisteva my Sky che potevi fermare le partite quando volevi. Sono cresciuto da allora sempre mantenendo vive le mie due più grandi fedi, Federico Buffa e "the king" LeBron James.

 

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