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Ricky Berry, 30 anni dopo

“Ricky Berry was Peja Stojakovic before Peja Stojakovic”
Henry Turner

“He was Reggie Miller with a handle”
Kenny Smith

Si è fatto un gran parlare negli ultimi tempi di giocatori NBA con problemi psicologici.
Mental Healt, che se non è esattamente in salute rischia di diventare tra le più subdole “dipendenze” nelle quali un uomo (non solo un atleta) può incappare.

L’infortunio fisico può essere devastante, addirittura rovinare o chiudere completamente una carriera, ma i problemi mentali non solo non sono da meno, ma proprio per la difficoltà nell’individuarli, nella reticenza con cui il soggetto in questione riesce a parlarne, esternando i propri problemi, rischiano di non venire mai in superficie se non a giochi ampiamente fatti.

E’ stato il caso di Ricky Berry.

Predestinato

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Spesso si usa questo termine, in particolare per un figlio d’arte. Papà Berry era un giocatore a livello collegiale (Michigan State) e successivamente allenatore anche dello stesso Ricky nella NCAA. Berry jr non poteva essere nato per altro, se non solo ed unicamente per portare la sua grande passione, impressa nel DNA, da gioco infantile a professione. E le premesse erano davvero esaltanti.

Un’ala piccola alta 6’8” – o probabilmente una futura e perfetta big guard per The League – con ball handling e soprattutto tiro da fuori. Lo dimostra il 40.6% da 3 dell’unica stagione giocata nella NBA.

Per arrivarci (nella NBA) Ricky ci aveva messo un anno in più di quello che normalmente avveniva a quei tempi: correvano spensierati – come ci piace sempre ricordarli – gli anni ‘80 ed era normale che anche le stelle, tranne pochi casi, terminassero gli studi universitari prima di passare professionisti. Berry invece al college spese 5 anni, causa trasferimento da Oregon State – dove aveva vissuto la stagione da freshman – a San Jose State, non casualmente guidata dalla panchina da coach Bill Berry.

Gli anni del college

Secondo il regolamento NCAA un giocatore che si trasferisce da un college ad un altro deve rispettare un “anno sabbatico” vestendo la virtuale Redshirt e non potendo giocare.

Ricky passò così la stagione 1984-85 ad allenarsi e prepararsi per il secondo esordio, quello con la divisa degli Spartans californiani. L’attesa fu spasmodica e caricò al massimo Berry che fece così il suo ritorno in campo (dopo un primo anno da 3.8 punti di media nelle 21 partite disputate) salendo clamorosamente di colpi: 17.7 punti, che diventarono poi 20.2 nella stagione da junior e addirittura 24.2 in quella conclusiva da senior.

Tutto era pronto per il grande salto e gli scout NBA avevano già da tempo annotato il suo nome, soprattutto le franchigie più vicine – geograficamente parlando – e che avevano avuto modo di visionarlo più e più volte.

Il draft 1988 però fu ricco di giocatori di talento scelti in posizioni molto alte dalle squadre californiane: Danny Manning prima chiamata assoluta dei Clippers, Mitch Richmond alla 5 scelto dai Warriors.

L’ex Live Oak High School “slittò” così alla 18.

Tutto un altro mondo

Oggi sappiamo bene come, negli ultimi anni, le franchigie NBA abbiano speso, e continuino a spendere, fior di stipendi per incrementare il proprio staff, che non è più solo formato da allenatori e trainers, ma anche se non soprattutto da figure professionali che una volta non erano affatto presenti all’interno delle squadre.

Psicologi ma non solo, ex-giocatori così come personale della lega stessa che prova ad insegnare ai giovani prospetti come si debba vivere una vita sana, da atleti, dentro e in particolar modo fuori dal campo, ponendo un ovvio accento sui pericoli dettati da tutta una serie di personaggi che circondano le arene NBA.

Si va dagli spacciatori fino agli amici degli amici, donne, e chiunque cerchi di approfittarsi di ragazzi, spesso poveri, che di colpo si ritrovano il conto in banca che scoppia e una notorietà che spaventa e spesso non è gestibile. Nel 1988 però non eravamo a questo livello, e i rookies – con il solo aiuto dei veterani, che però bisogna anche capire chi fossero e quanto potessero essere delle effettive guide fuori dai 28 metri – dovevano sapersi un po’ arrangiare.

I Sacramento Kings, nel frattempo, avevano fiutato la steal of the Draft, mandato Reggie Theus e una scelta al 3° giro (!!!) agli Atlanta Hawks in cambio di Randy Whittman e di quella 18^ pick al primo giro 1988. Forse i californiani non speravano in tanta “manna dal cielo” ma quando tocca a loro scegliere Berry è ancora disponibile. Nessun dubbio, il cappellino dei Kings andrà sulla sua testa prima di stringere la mano a David Stern.

Il futuro sembrava scritto: una big guard oltre i 2 metri, con un infallibile tiro dalla distanza scoccato da altezze impossibili da contrastare, un IQ cestistico tipico del figlio di un allenatore, e la possibilità di giocare vicino alla famiglia.

Ricky è però silenzioso, introverso. Quello che dovrebbe essere il sogno di ogni ragazzino che nasce con una palla a spicchi in mano invece di esplodere verso l’esterno, implode nei 6’8” dell’ex Spartans di San Jose State. Ma ancora nessuno può saperlo.

Sul campo in effetti non ci sono segnali di eventuali problemi, la prima stagione fila via liscia e con ottime premesse per la carriera NBA appena iniziata, e Berry la chiude a 11 punti, 3.1 rimbalzi e 1.3 assist, col 40% abbondante da tre punti, in un totale di 64 partite disputate.

Minutaggio (che però nell’ultimo mese di regular season si attesta sui 35 minuti e 18 punti a referto di media) e numero di possessi a disposizione non sono altissimi, come si conviene ad un rookie, e proprio per questo le proiezioni suonano ancor più altisonanti: per 36 minuti i punti diventano 18.1, per 100 possessi recitano 24.

Un’estate di lavoro per migliorarsi ancora è l’unico orizzonte previsto per Ricky Berry, che però evidentemente con i suoi occhi non vedeva le stesse cose di tutti gli altri.

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Like a shot in the dark

Ricky pur non ancora 25enne si era già sposato. La bella Valerie era riuscita a conquistarlo, e così i primi soldi guadagnati da professionista furono spesi per una lussuosa villa a Fair Oaks, California.

La notte tra il 13 e il 14 agosto 1989, proprio in quella casa, scoppia un litigio e Valerie sbattendo la porta se ne va. Berry resta solo, con i propri pensieri e fantasmi. Quali questi fossero – se è vero come per anni racconteranno familiari, amici e la stessa moglie che particolari problemi non esistevano, o almeno loro non li conoscevano e nemmeno potevano immaginarli – resterà per sempre un mistero.

Ricky prende carta e penna e scrive. Scrive che il problema è il rapporto con la moglie, che forse si sta approfittando di lui, della sua fama, dei suoi soldi. Che il suo amore per lei non è corrisposto (anche se qualcuno dirà che era lui a tradirla…). E tanto basta, passata l’alba, dopo la telefonata ad Henry Turner per chiedergli se volesse andare ad allenarsi (Turner però si trovava a Los Angeles in quel momento), per premere il grilletto puntando verso la propria testa una pistola…

Oltre che – ovviamente – per chi lo conosceva, per la famiglia e le persone con un rapporto più stretto, quello fu un autentico fulmine a ciel sereno per tutti nella NBA. Anche per i Kings, se volessimo sforzarsi di vederla dal lato…cestistico, che cominciavano a pregustare il colpaccio, a dargli più minuti, più responsabilità. Chi può dire se proprio questa pressione cominciasse a far vacillare le certezze del giovane numero 34? Nessuno!

Furono effettivamente i problemi di coppia? O le aspettative dei genitori, del padre-allenatore che da giocatore non era riuscito – per mezzi nettamente inferiori a quelli del figlio – a giocarsi un posto nella NBA? Anche qui: non c’è risposta che Ricky non abbia portato con sé.

E anche a noi appassionati resta davvero poco, pochissimo dato l’epoca ancora priva di YouTube & c. per poterne ricordare la grandezza e rammaricarci per quello che avrebbe potuto essere, e invece, come in altri casi di quegli anni a cavallo tra fine 80’s e l’ultima decade del millennio (Len Bias, Reggie Lewis, Hank Gathers, Drazen…), per motivi diversi il fato ci ha privato di loro.

Sacramento Kings

Andrea Pontremoli

Andrea Pontremoli

Ex-giocatore e poi allenatore di settore giovanile, collaboratore dal 2005 e in seguito capo-redattore NBA per All-Around.net. Partecipa con un suo racconto al libro "All-Around: 12 storie 1 passione" (Orizzonti Editore) ed è autore del testo "Il triangolo sì...io lo rifarei" sullo studio e l'utilizzo della Triple-post Offense di Coach Tex Winter.

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