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REDENZIONE?

“Atleta di interesse nazionale.

L’atleta che senza giustificato motivo non si presenti tempestivamente
nel luogo stabilito per il raduno, ovvero se ne allontani senza motivo,
è inibito da ogni attività federale per un periodo non inferiore a tre mesi e non superiore a un anno.


L’atleta che durante l’attività della rappresentativa nazionale in cui è stato convocato,
assuma un comportamento tale da essere allontanato dal raduno,
è inibito da ogni attività federale per un periodo
non inferiore a tre mesi e non superiore a cinque mesi”
(Art. 58 Reg. Giustizia FIP)

“Ci ricorderemo!”.

Così ha tuonato Jerry Colangelo, al termine della disastrosa spedizione cinese di Team USA.
Settimo posto finale, il peggior piazzamento di sempre di una rappresentativa statunitense ad una competizione internazionale. Anche nei peggiori casi, i ragazzoni a stelle e strisce al podio ci erano sempre arrivati.

“Ci ricorderemo di chi ci ha detto sì e di chi ha rifiutato”, questa la promessa/minaccia di Colangelo.

Ora, qualcuno già potrebbe argomentare col più classico dei “stic…”, o con un più elegante “Colangelo chi…?”, ma l’invito è a non sottovalutare la portata dell’espressione.

Contestualizzazione: intanto, Jerry Colangelo, classe 1939, curriculum più lungo di una stagione NBA, sport executive in più che svariate situazioni, discipline ed ambiti, dal 2004 circa (moralmente, è il 2004 l’anno da cui far partire il suo incarico, come vedremo) è il Direttore di USA Basketball, la federazione nazionale statunitense.

Pausa. Panico. Federazione?

Eh già… negli Stati Uniti esiste una Federazione Nazionale di basket, la USA Basketball. Non decide tutto l’NBA quindi?

Beh ragazzi piano. La Federazione in realtà non è un organo pubblico, come (in parte) le Federazioni sportive in Italia, tanto per intenderci, ma un organismo no-profit, partecipato da NBA, WNBA, D-League, NCAA e altre Associazioni di basket dei College minori (NAIA e NJCAA), e dall’associazionismo sportivo cestistico di tutti i livelli, da quello amatoriale alle associazioni di atleti, arbitri, coach…

La Federazione Nazionale si occupa della promozione della pallacanestro in tutto il Paese, insomma, ma soprattutto della gestione delle selezioni nazionali e del rapporto con la FIBA, per le competizioni internazionali. E non parrebbe davvero avere nessun tipo di potere disciplinare nei confronti dei giocatori che dichiarino di non presentarsi con la Nazionale…

Anche qui, precisazione: formalmente le Federazioni, come quella italiana, hanno poteri disciplinari nei confronti degli atleti che non rispondono alle convocazioni, ma esse si limitano all’esclusione dal campionato federale… ossia quello italiano. Chi gioca in NBA, ovviamente, non ne è minimamente coinvolto. Inoltre, come è ovvio e giusto, in ogni caso si cerca sempre un accordo ed un consenso dei giocatori, con uno sguardo alle società; difficilmente si arriva al muro contro muro.

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Certo è però che, come che sia, il Mondiale cinese ha dimostrato, una volta di più, che i giocatori NBA possono tranquillamente declinare la convocazione (anche già diramata) alla maglia della Nazionale, e senza bisogno di addurre alcun “giusto motivo” quali infortunio o simili. Addirittura, un CJ McCollum può tranquillamente dichiarare in pubblico che non si va volentieri in nazionale, per non correre il  rischio di dover giocare troppo e di far brutta figura.

Qui, appunto, interviene Jerry Colangelo, il protagonista del Redeem Team. Jerry fu chiamato alla guida della Federazione USA a seguito del disastro all’Olimpiade 2004. Facendo leva solo sulla moral suasion, costruì il team della redenzione, quello che riposizionò gli Stati Uniti al vertice del basket (anche) FIBA.

L’operazione fu colossale. Coinvolse la Nike, che aveva evidenti interessi nel mercato cinese. Fu anche una operazione “simpatia”, con il contributo decisivo (Kobe dixit) di Yao Ming, che lavorò più di un anno per rendere l’approdo dei moschettieri a stelle e strisce presso gli appassionati cinesi poco meno che messianico. Ma al centro di tutto ci fu la parte tecnica, e dietro questa Jerry Colangelo.

Il quale ripartì da capo, sul mantra “basta presunzione”, guarda caso parafrasato da Kobe a commento del fallimento del Mondiale 2019.

E così, il coinvolgimento di coach K, in un’ottica di costruzione di un gruppo giovane ad orizzonte pluriennale, in un progetto che fosse anche di studio e di apprendimento. Per arrivare al top nella manifestazione olimpica.

Jerry puntò forte su tre “ragazzini” di belle speranze. Si chiamavano Dwayne, LeBron e Melo, insieme a un “giovane di nazionale”, Kobe, nel senso che, per vari problemi, a Team USA Bryant aveva sempre rinunciato. Le storie che si rintracciano in rete attribuiscono, a seconda delle preferenze personali e delle tifoserie, maggior merito all’uno o all’altro dei quattro. Non è forse corretta l’operazione, perché ognuno di questi si pose come trascinatore, accettando di ragionare a “lungo termine”, mettendo in conto pure possibili ricadute, come il “brutto” bronzo ai Mondiali 2006.

Kobe Bryant, LeBron James

In realtà, le testimonianze “inside” parlano di un team dove gli ego erano al minimo, dove LeBron poteva tranquillamente accettare di sedersi in panchina dopo pochi minuti di utilizzo, dove il senso di squadra di Tayshaun Prince era preferito senza rimpianti all’eccezionale talento di Stoudemire; dove Kidd poteva diventare l’eroe di una serata, come nella semifinale-rivincita contro l’Argentina e dove veniva indicato a modello Ginobili, quando commentò l’oro olimpico 2004 come “una vittoria migliore e superiore anche del titolo con gli Spurs”.

Colangelo fece girare in spogliatoio la frase “Always a winner never a champion”, per ricordare ai componenti di Team USA che non basta vincere tante partite. Il vero campione è quello che scrive le pagine di storia, come quella olimpica. Che non si turba, in un contesto che non lo riconosce immediatamente come tale on court, anche a livello di tutela arbitrale (ciò che aveva letteralmente fatto impazzire Tim Duncan ad Atene). Che gioca bene i possessi decisivi, in un contesto di enorme tensione come la pallacanestro FIBA, un vero e proprio frutto avvelenato, con otto minuti in meno e tanto ragionamento in più, per chi è abituato ai tempi e al mood NBA.

Tutte cose quasi “rivoluzionarie” per l’idea che l’NBA si era fatta di se stessa, tali da porsi alla totale antitesi di quanto il basket USA aveva mostrato al mondo negli ultimi dieci anni, compendiati nella famosa “schiacciata della morte” di Carter su Weis, a Sidney 2000.

Lì, anche secondo quanto Jordan confidò a Colangelo, vi erano i frutti malati del peggio NBA, di un campionato che anche His Airness non riconosceva più: la ricerca del solo showbiz, della giocata, della spettacolarità fine a sé stessa, quasi dell’originalità fuori dal campo più che dell’affermazione sul campo. Marbury, Iverson… Jordan (o l’uso che ne fece Stern) avevano contribuito forse a crearla, quella NBA degli anni Duemila; ma lo spettacolo Jordan era solo la punta dell’iceberg di una preparazione completa, fatta di sagacia tattica, e tecnica (anche difensiva) sublime. Era rimasta la punta… e basta?

Colangelo riuscì a costruire un’altra cosa, indubbiamente; LeBron, Kobe, tantissimo Melo, lo seguirono. Disse Dan Peterson che Jerry restituì ai giocatori l’orgoglio di giocare per il proprio Paese.

Capite perché il buon Jerry non è da sottovalutare? Certo, anche le migliori intuizioni col tempo sfumano. Team USA è di nuovo di fronte ad un bivio e probabilmente ci si ritroverà periodicamente. La Nazionale è solo un peso (almeno fino alle Olimpiadi), l’orgoglio cestistico per il proprio paese è passato dietro anche alle riprese di Space Jam II.

Saprà rinascere dalle proprie ceneri? Come gestirà l’Olimpiade? Davvero Jerry dirà di no ai campionissimi che si sono negati quest’anno ma si stanno già offrendo per il prossimo? E davvero questi non si negheranno?

Ai posteri, o ai poster, andrà l’ardua sentenza…?

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Matteo Fortelli

Matteo Fortelli

Nasce nel 1977 - prima stagione della Pallacanestro Reggiana in biancorosso - con sei mesi esatti di vantaggio su Emanuel Ginobili. Nel prosieguo, si accontenta di pareggiarlo nel numero dei figli. Catechista, avvocato, fanatico acritico di tutto quanto venga da Reggio Emilia, trova bellissima la definizione del basket come "l'unico sport che guarda verso il cielo". Romantico sostenitore delle bandiere come Manu, il turbinoso mercato NBA, dove cambiano squadra anche le città, è il peggiore fra i suoi incubi.

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