Time to rebuild

Rebuilding: 4 modi diversi per tornare (?!) al top della Lega

In questo giochino che a noi piace tanto, lo scopo di ogni franchigia è quello di poter schierare 15 bipedi che siano complessivamente più forti nell’infilare la palla nel canestro dei 15 schierabili dagli altri.

Questo tende ad esporre le franchigie ad un forte rischio di obsolescenza del proprio personale: o i loro giocatori diventano troppo vecchi e quindi non più competitivi, o diventano in troppi, troppo forti contemporaneamente e la franchigia non riesce più a pagarli tutti, oppure si arriva alla consapevolezza che il gruppo presente non sarà mai abbastanza forte da togliere la squadra dalla mediocrità attuale.

In tutti questi i casi, parte quel triste e doloso processo chiamato…REBUILDING.

Esistono ovviamente diversi modi di attraversare questo processo, nessuno è chiaramente il migliore, tutti hanno pregi e difetti, che dipendono anche da dimensione del mercato cittadino della franchigia, dalla “pazienza” dei tifosi, dalla disponibilità di soldi della proprietà, dall’attrattività della città per i free agents, etc.

Di seguito una guida rigorosamente non ragionata in cui vediamo 4 approcci diversi di 4 franchigie.

Per una volta non passiamo dai Celtics, il cui rebuilding sembrava il migliore possibile fino a questa estate, ma le infinite tensioni di questa stagione li stanno portando alla prossima estate in cui, a seconda dell’andamento del mercato e delle firme dei free agents, potremo dire se il processo va chiamato capolavoro o fallimento epocale.

San Antonio Spurs: rebuilding fai da te

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Gli Spurs sono in rebuilding da almeno 5 anni. Non lo direste, visto che non hanno mai mancato i PO, hanno sempre avuto record di regular seasons più che decorosi e sono sempre stati considerati almeno una contender di seconda fascia.

Eppure negli ultimi 5 anni hanno perso: Tim Duncan (niente di che, solo l’ala grande più forte della storia del gioco), gli altri 2 componenti dei Big 3 degli ultimi 4 titoli (Parker, anche MVP delle finali a tempo perso e Ginobili – perenne sesto uomo dell’anno ad honorem) e infine il loro nuovo giocatore franchigia (MVP dell’ultimo titolo vinto) in Kawhi Leonard. Per sopramercato, il loro “forse giocatore franchigia in divenire” per il futuro, Dejounte Murray, si è rotto quest’estate e li ha lasciati senza un play di ruolo per tutta quest’ultima difficile stagione.

Sommateci che la città è una delle più brutte degli States, che il mercato commerciale è molto piccolo e quindi soldi non ce n’è (il free agent di maggior rilievo mai firmato dai Texani è LaMarcus Aldridge, non esattamente la Monna Lisa), e infine che andando sempre piuttosto bene in RS, al Draft si sceglie sempre molto tardi.

A favore di Alamo City c’è però la miglior coppia allenatore-GM dell’intera lega e una cultura “aziendale” vincente, in cui le gerarchie sono molto chiare – Pop si colloca a metà tra “dio” e “la Patria”, ma attendiamo il sorpasso a breve; poi arriva la squadra; il singolo? “Non pervenuto”.

Il parere più diffuso è che al draft sia meglio scegliere secondo il criterio del BPA (Best Player Available), mentre a SA tendono a scegliere secondo quello del best fit per la squadra. Non si tratta però dell’accezione comune, cioè del giocatore con le migliori caratteristiche tecniche per riempire un buco a roster. Loro scelgono il giocatore che abbia il miglior telaio (inteso come struttura ossea, larghezza delle spalle, “apertura alare”, atletismo) e il miglior matching con l’approccio Spurs (niente teste matte, disponibilità ad allenarsi e migliorarsi, altruismo, etc). Uno scouting soprattutto internazionale di livello eccelso completa il gioco.

Questo perchè a San Antonio sono convinti che se il giocatore ha le caratteristiche giuste, loro sono in grado in 2-3 anni di costruirlo per quello che gli serve, fornendogli tutti gli skills tecnici necessari.

L’apoteosi di questo processo è stata Kawhi Leonard (15° scelta), ma anche Murray (29°), Anderson (30°), Joseph (29°), Hill (26°) e ultimamente White (29°) sono più in piccolo in questo solco.

Certo, avendo Duncan in squadra è più facile far uscire ciambelle col buco, e il caso di Leonard e del simpatico zio dimostra come l’NBA stia cambiando e questo approccio sia sempre più difficile da perseguire. E soprattutto puoi farlo solo se sei una franchigia con questa cultura e questo potere di imporla. Ad oggi, seppur in tono minore, sembrerebbero in grado di farlo Warriors, Celtics, forse i Nets. Insomma, metodo promettente per arrivare ad un buon livello, non necessariamente per fare il proverbiale “ultimo passo”, ma soprattutto senz’altro non per tutte le franchigie. Intanto bravi loro.

Los Angeles Lakers: Blind rebuilding

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Lo so cosa pensate, il solito tifoso Celtics che parla male dei rivali storici. In realtà dei Lakers apprezzo il modo artistico, quasi geniale con cui riescono a fallire nei loro numerosi tentativi di rebuilding.

Se l’elemento fondante ed abilitante del “metodo Spurs” è basato sul fatto che siano la franchigia meglio organizzata della lega, i fallimenti dei gialloviola dipendono soprattutto dal fatto che siano la franchigia peggio gestita.

Va beh, la peggiore a sud di GM Zii Serbi con proprietari indiani estrosi, quanto meno.

Alla morte di Buss Padre, lo storico proprietario che li gestiva male, ma senza sconfinare nel comico, dopo l’intermezzo (quello sì comico) del Trota, l’indimenticato Jimmy Buss, quello che voleva che si puntasse tutto su Andrew Bynum, e la faida – anche legale – fra gli eredi, siamo arrivati a Jeannie Buss, donna sinceramente a modo e adorabile che sul curriculum vanta di essere stata una Playmate (letteralmente, come fa intuire anche la geniale foto berlusconianamente datata che usa per il suo profilo sui social) e di aver avuto una curiosa relazione sentimentale con Coach Triangolo.

Ai Lakers allena, gestisce, decide SOLO chi ha fatto parte dei Lakers come giocatore in passato, o ha legami con altri Lakers del passato.

Lo scouting pro draft è ai minimi storici. Fuori dagli USA siamo a “hic sunt leones”.

Non si analizzano le statistiche avanzate, che sono un indispensabile aiuto (quando non addirittura la base) di ogni franchigia moderna e di successo.

Per motivi inspiegabili si ritiene che Magic Johnson (giocatore clamoroso che ovviamente non si discute) capisca qualcosa del basket di oggi, nonostante le agghiaccianti dichiarazioni rese negli ultimi 10 anni.

Si concede a Kobe Bryant (che ha meritato di tutto, ma non il diritto di affondare una franchigia) un ultimo contratto faraonico azzoppa-Cap e un funerale vichingo di 5 anni.

Per sintetizzare diciamo che la strategia dei Lakers in fatto di ricostruzioni ha a che fare soprattutto con organi riproduttivi maschili e quadrupedi amici dell’uomo.

Al draft si va sempre sul nome di effetto, sul presunto grande potenziale anche se con evidenti red flags (caratteriali, fisici, tecnici). Arrivano Lonzo, Ingram, Russell, Randle, ma poi non gli si dà il tempo di crescere e li si scambia, o non gli si danno i mezzi e le indicazioni tecniche per svilupparsi a dovere (si veda Ingram ad esempio). Il caso di D-Lo grida vendetta. Nessuno può criticare quello scambio, visto che ha permesso di liberare lo spazio salariare che ha poi consentito l’arrivo di LeBron, ma il fatto di aver cacciato come un lebbroso un giocatore che altrove è diventato un credibile giocatore franchigia la dice lunga sulla capacità dei Lakers di sviluppare i propri giocatori (diciamo che in Texas fanno un filo meglio …).

E se per caso qualche giocatore, nonostante tutti gli sforzi della proprietà, dovesse riuscire comunque a dare segnali incoraggianti, niente paura: si fa subito sapere a tutti i media del mondo che si è pronti a infilarli tutti in un pacco regalo e spedirli a New Orleans in cambio di Anthony Davis. Così, giusto per lavorare anche sulla loro sicurezza e senso di appartenenza.

Già, perchè la meticolosa strategia di rebuilding purple&gold non si basa solo sul draft, ma anche sul mercato: nell’estate è arrivato il miglior giocatore dell’ultimo ventennio, ma è arrivato da solo, non grazie alla sagace opera di reclutamento dei nostri. E per altro non è arrivato nemmeno per il dubbio privilegio di giocare in quella squadra lì, ma per meglio gestire i propri affari personali.

Ed ecco che subito la proprietà ha capito che il modo migliore per sfruttare un giocatore che vuole sempre la palla in mano e che attira raddoppi come nessuno mai era circondarlo di un circo di giocatori sul viale del tramonto e testa matta (Rondo, Stephenson, McGee) che vogliono tanto la palla in mano e non segnano da tre neanche per raccomandazione divina. In compenso hanno pensato di lasciare andare Brook Lopez, ovvero il miglior stretch 5 della lega, che guarda caso sta facendo le fortune della seconda miglior calamita per raddoppi della lega, Antetokounmpo.

Ma niente paura, tanto l’obiettivo di tutti i top free agents è giocare nei Lakers: guarda Paul George (ve lo ricordate: “I am Kobe Bryant” nello spot della Nike?), o prossimamente Anthony Davis

76ers e Nets: ripartire dal fondo

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L’idea di questo pezzo mi è venuta guardando la serie di primo turno fra Phila e Brooklyn: tutte e due sono partite dal fondo (Phila per scelta calcolata, BKL per manifesta incapacità del management precedente, che ha barattato il futuro della sua franchigia con i poveri resti di Garnett e Pierce), tutte e 2 hanno avuto successo nel loro percorso di risalita, tutte e 2 avevano un piano dettagliato che hanno seguito con convinzione e costanza. Se devo dare la mia opinione però la strada scelta dai Nets è preferibile, perchè tutto è stato fatto (per citare Larry Brown) in the right way.

Sam Hinkie, geniale ex GM dei Sixers, ha studiato a fondo le regole e i meccanismi della Lega e ha costruito una sua strategia pluriennale basata sul tanking estremo per riuscire a costruire una squadra campione partendo dal draft. Non ha tecnicamente violato nessuna regola, ma a mio parere ha gravemente “peccato” contro il Gioco, contro i tifosi, contro gli spettatori. Fortunatamente il suo esempio, pur avendo fatto scuola, non è stato applicato da nessuno in modo altrettanto talebano (anche perchè nessuno ha mai avuto la stessa carta bianca a lungo termine da parte della proprietà), altrimenti avremmo assistito ad uno dei periodi più bui dell’NBA, con 10-15 squadre che giocavano a perdere per 82 partite. Il calvario dei 76ers è durato 5 anni ed ha fruttato (insieme a scambi di contrattoni non voluti per prime scelte) 2 scelte numero 1, 2 scelte numero 3 e complessivamente un mostruoso accumulo di 24 scelte (tra prime e seconde) invece delle 10 a cui avrebbero normalmente avuto diritto in quel periodo di tempo.

Da tutto questo sono arrivati Embiid e Simmons che non si discutono (oddio, forse 2 parole su Simmons in assoluto, o almeno in convivenza con Embiid si potrebbero anche fare …), Saric non è più a roster ma è stato un pezzo utile per arrivare a Butler, su tutto il resto però qualche dubbio è lecito:

Okafor, Fultz, Noel, Carter-Williams non è che proprio abbiano segnato nell’oro il loro passaggio in NBA

E poi il cambio di timoniere e di strategia, la fretta di monetizzare (forse troppo) velocemente i sacrifici fatti, gli arrivi di Butler (con i suoi problemi caratteriali e di chimica con gli altri) e di Harris (al momento ancora un corpo estraneo alla squadra), il problema di questa estate di rifirmare entrambi, il sacrificio della panchina a vantaggio di un quintetto teoricamente imbattibile ma forse solo troppo carico di talento, l’eccessiva pressione che (forse) s’è mangiata Fultz e che rischia di rovinare le carriere di Simmons e Embiid.

Non sapremo mai come sarebbe finita se avessero dato tempo a Hinkie per finire il suo “Process”. E magari quest’anno Phila vince il titolo facendomi fare come al solito la figura dello stupido. Ma a me piace pensare che se non fai le cose rispettando lo spirito del Gioco, alla fine il karma ti punisce.

Dall’altra parte dello spettro ci sono invece i Nets. Certo, per loro il tanking non era una opzione (non avendo più le loro prime scelte), e issarsi dalla feccia alla metà della classifica è più facile che salire da metà classifica all’essere una contender, quindi il rebuilding dei Nets (che è partito qualche anno più tardi e di conseguenza è più indietro) potrebbe finire molto peggio di quello dei 76ers.

Però non si può non fermarsi un attimo ad ammirare il capolavoro compiuto da Sean Marks in questi anni, partendo dalle peggiori condizioni possibili.

Già, perchè non c’era solo un pessimo roster e nessuna scelta al draft. C’era anche una delle culture sportive più perdenti della Lega, un’autentica barzelletta.

La prima cosa da fare era quindi far capire che l’aria era cambiata e che a BKN si facevano le cose per bene. Dal 2016 sul pino delle Retìne siede coach Atkinson, passato da giocatore e poi assistant coach in NBA. Sin dal suo primo anno i Nets hanno cominciato a giocare bene, eseguire correttamente i giochi, avere un impegno costante e diffuso tra tutti i giocatori. Certo, il fatto che il roster fosse fatto dal portiere del mio condominio, 2 camerieri, 1 parcheggiatore e 3 pensionati non aiutava il risultato finale. Ma in questi anni anche se quasi tutti uscivano dal campo dei Nets con la parte buona del referto, nessuno può dire di non esserselo dovuto sudare.

Nel frattempo si è scelto bene anche se in basso, con l’arrivo di Jarrett Allen, Hollis Jefferson, Rodions Kurucs, mentre dal mercato si sono raccolti giocatori che avevano deluso perchè non sbocciati come previsto (Dinwiddie, Harris, Crabbe, Davis, Napier) o considerati a fine carriera (Carroll, Dudley), o a rischio di non riprendersi da infortuni (LeVert).

Ma il capolavoro di Marks è stato lo scambio con i Lakers per D’Angelo Russell, il cui prezzo è stato in pratica l’accollarsi l’oneroso e ingiustificato contratto di Mozgov.

In 2 anni D’Calimero si è trasformato in un cigno. Non è ovviamente esente da pecche, la continuità è migliorabile, la difesa non è 5 stelle lusso, le scelte di tiro sempre rivedibili. Però D-Lo è diventato il punto di riferimento di questa squadra, protagonista di prestazioni clamorose, come l’esplosione offensiva contro Sacramento in RS (27 punti nel quarto quarto), o l’aver guidato i suoi alla vittoria nella sorprendente gara 1 contro Phila nei PO. E’ arrivata anche la prima convocazione per l’ASG.

Ma se devo dirvi il momento che mi ha colpito di più, è stato quando nella rissa tra Dudley e Butler in gara 4 si è lanciato fra i litiganti per allontanare i compagni dalla rissa, per mantenere l’ordine e evitare squalifiche che potevano essere per loro letali.

Giusto per chiudere il cerchio: quando era ai Lakers la sua interazione con i compagni era nota soprattutto per l’episodio del video di Nick Young. Ora è la mente pensante che si prende carico che gli altri non facciano mattane.

Non vinceranno mai un anello, comunque non con questa squadra. Però a me fa piacere vedere che, facendo le cose nel modo giusto, il successo può arrivare.

Dai, ammettetelo che anche voi avete tifato un po’ per i Davide – Nets contro i Golia- 76ers!

Vae Victis

Carlo Torriani

Carlo Torriani

Colpito a tradimento dal virus della palla arancione nel lontano ’92, quando sono rimasto folgorato vedendo giocare il ragioniere di Spokane (John Stockton, per chi colpevolmente non lo sapesse), da allora non sono più riuscito a disintossicarmi, e sono diventato un NBA addicted. Mi diletto maniacalmente anche nella pallacanestro giocata, con risultati che di rado superano la soglia del dilettantismo spinto. Ah, ho anche un lavoro vero (per quanto lo possa essere un’occupazione nell’informatica), ma quello è meno interessante... Sposato e con 2 figli, il primo già sapientemente instradato sulla via della palla cesto.

 

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