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5 Questions 2: Raffaele Imbrogno

downloadÈ già tempo del quarto episodio e l’ospite di questo mese è il Dottor Raffaele Imbrogno. Docente in scienze motorie e sportive, consulente federale e docente dei corsi FIP, allenatore e scrittore di “quaderni per l’allenatore”, con alle spalle esperienze di spicco con il mondo NBA, il Dottor Imbrogno è la persona ideale con cui fare una piacevole chiacchierata e affrontare temi interessanti e fondamentali per l’analisi e lo sviluppo del gioco a tutte le latitudini. Insomma, senza indugi, diamo il via alle 5 Questions.

1) Partiamo dalle origini. Come entra il Basket nella vita di Raffaele Imbrogno. Quali ricordi, suggestioni o impressioni l’hanno legata al mondo che scalda il cuore di milioni di sportivi?

Come molti della mia generazione, la pallacanestro entra nella mia vita frequentando l’oratorio del mio quartiere. Poi la possibilità di assistere al Palazzo dello Sport di Roma ai due spareggi tra Ignis e Simmenthal ha accelerato di molto questo amore. Infine la fortuna: giocavo in una piccola squadra dell’oratorio, alcune persone della Stella Azzurra di Roma vennero a vedere le partite della nostra squadra per visionare un giocatore oltre i due metri. Ci chiamarono in molti a fare un provino presso la palestra di Piazza di Spagna. Ne presero pochissimi. Con mio grande stupore mi diedero una loro maglia e mi dissero che mi aspettavano ai loro allenamenti. Quella sera dormii con la maglia stellata sul comodino e per lunghi e bellissimi anni ho avuto la fortuna di essere allenato da personaggi come Altero Felici e Santi Puglisi a cui devo moltissimo.

2) Da docente, sia a livello universitario che in ambito federale, e da fine conoscitore del gioco, vorrei sfruttare la sua disponibilità per spiegare ai nostri lettori le differenze sostanziali dal punto di vista della organizzazione, formazione e preparazione fra basket europeo e basket statunitense, non solo a livello professionistico ma soprattutto in ambito giovanile.

Due mondi simili e distanti, per storia, cultura e valore sociale. Quello statunitense è di emanazione anglo sassone, svolto principalmente a livello giovanile all’interno del mondo scolastico. Noi viviamo del grande volontariato sociale che orbita intorno al nostro basket. L’essere dentro le scuole fino alle università, dà una grande valenza educativa a tutte le figure coinvolte nella pallacanestro negli States. Quando sono stato da Pitino nel 1997, nel prendere un taxi per raggiungere la sede della società nel centro della Capitale del Massachusetts, il tassista mi chiese per curiosità cosa andassi a fare dai Celtics. Nell’ascoltare che ero un allenatore in visita a Pitino il suo atteggiamento nei mie riguardi divenne molto rispettoso, in quanto proiettava su di me la loro immagine del coach di pallacanestro prima come insegnante, formatore di persone e poi istruttore di un gioco. Noi diamo allo sport valenze di livello inferiore. Strano perché siamo stati noi europei con i greci e poi con i romani a creare le scuole sportive inserite nei primi licei. Socrate, Aristotele erano allenatori di discipline fisiche oltre che filosofi. Il primo libro sull’allenamento è stato scritto dal greco Filostrato nel 200 D.C. In particolare noi italiani collochiamo lo sport in una area ludica vista di livello basso quando Huizinga, famoso antropologo, dichiarava che la stessa filosofia è figlia dello sport. Questa visione di figli di un Dio inferiore porta a fare pochi investimenti significativi nello sport, a cominciare dalle strutture sportive. Senza case adeguate è difficile fare qualsiasi cosa, sport compreso. L’organizzazione statunitense è impressionate rispetto alla nostra, ma non tutto è oro quello che luccica. Attenzione alle loro ombre: film come “A tutti i costi” e “Amateur”, fanno luce sulla grande ipocrisia presente oggi nel mondo della pallacanestro statunitense, dove i college guadagno milioni di dollari, ma i giovani giocatori non possono prendere neanche un dollaro. Dove conta più un locale promoter di marchi famosi di abbigliamento sportivo che un grande allenatore. Anche sul livello tecnico molte cose sono da approfondire. Nelle high school, dove non c’è selezione e giocano i ragazzi del quartiere, si vedono molti giochi stereotipati (Flex), e poca proprietà dei fondamentali. Il recente sviluppo per esempio della Pack Line Defense, sulla quale sto scrivendo un nuovo libro che parlerà anche della vecchia Point Zone di Dean Smith, si applica molto oggi nei campi statunitensi poiché questi ragazzi sanno creare molto dal palleggio ma poco da passaggio, sanno giocare poco senza palla e la Pack Line limita i grandi attaccanti del ferro.

3) Ha scritto tre libri che sono particolarmente legati al mondo del basket americano, analizzando sistemi di gioco diventati pietre miliari della tecnica del gioco. Ha analizzato la Swing Offense di Bo Ryan, la Princeton Offense di Pete Carrill, partecipato al training Camp dei Celtics di Rick Pitino e redatto la prefazione del libro del nostro Andrea Pontremoli sulla Triple Post Offense di Coach Tex Winter. C’è un sistema di gioco a cui è particolarmente legato e, soprattutto, crede che ci siano delle linee guida o dei principi di base che, tra le diverse filosofie, diventano imprescindibili per il successo di un sistema di gioco?

Oggi sono sempre più convinto che sono le capacità di decision making quelle decisive ad ogni livello per fare la reale differenza. Allenare la tecnica dentro situazioni tattiche via via sempre più complesse è la chiave dell’insegnamento attuale. La continua capacità di creare dei small side game dove progressivamente vengano scoperti e risolti problemi che il gioco crea. Capire con temperamento come, dove, quando e perché utilizzare alcuni fondamentali del gioco offensivo e difensivo è la nuova cornice del teaching. Ci lamentiamo che oggi i ragazzi giocano poco rispetto alla mia generazione. Bene parliamo di meno negli allenamenti, meno clinic, più intensità, più gioco giocato, più spazio alla loro capacità di risolvere problemi anche in un modo poco ortodosso. Libertà di pensiero, più scuole di pensiero e allenamento. Non credo in nessun campo al pensiero unico.

4) Come le suggerirà il nome della nostra rivista on line i nostri lettori sono legati in modo ossessivo a tutto ciò che richiama la NBA. Le andrebbe di raccontarci la sua esperienza al seguito dei Celtics di coach Pitino durante il training camp del 1997?

1997, Newport, Rhode Island. Un impatto devastante per me. Una organizzazione esasperata ma funzionale, i canestri della palestra portati dal Boston Garden, gli allenamenti scanditi al secondo. Uso spinto della Match Analysis, riprese di allenamenti e partite, preparazione continua di sedute tecniche. Voli su aerei privati con ognuno dei giocatori che aveva a disposizione lettori DVD per vedere e rivedere aspetti del gioco. Sono passati anni, loro oggi si allenano anche con la realtà virtuale, noi ancora vediamo la Match Analysis come preparazione dei video per i giocatori. Tranne poche isole felici (Mario Fioretti all’Armani una di queste) noi ancora spesso montiamo filmati per matrimoni senza un legame con i big data del gioco. Poco uso degli Analitici che invece dominano oltre le nostre frontiere. 

5) Per concludere vorrei porre l’accento su un argomento che ormai è diventato di fondamentale importanza per il gioco: la match analysis. Qual è la situazione attuale nel basket italiano e, sempre con un occhio di riguardo oltreoceano, quali termini di paragone possiamo trovare con il basket made in USA?

Come accennato nella precedente risposta abbiamo da recuperare molta strada. Abbiamo allenatori di grande valore anche su questo tema. Non si può fare Match Analysis se non si è ottimi allenatori, non si può essere grandi allenatori se non si padroneggiano molto bene gli strumenti della Match Analysis. Fioretti, Magro…  ma ancora non abbiamo figure specializzate al 100% sugli analitici nel basket, non abbiamo staff con dentro lo scienziato dei dati. Quest’anno grazie alla sensibilità di Giovanni Piccin, presidente del Comitato Nazionale Allenatori della FIP, stiamo organizzando il secondo corso sulla Performance Analisi nella pallacanestro dove partiamo dallo studio dei dati con la collaborazioni di due importanti professoresse dell’Università di Brescia; abbiamo relatori come Dalla Vedova esperto di Biomeccanica di fama mondiale. Stiamo cercando di recuperare il tempo perso. Si deve andare verso momenti integrati di insegnamento e studio tra il basket tradizionale e quello del futuro, tra “Moneyball” e “Di nuovo in gioco” per parlare di due film sul baseball che hanno messo a confronto un impianto nuovo ed uno classico del modo del Baseball. Gli allenatori devono evolvere in continuazione, eretici nel rispetto della ortodossia.

Finisce qui il quarto episodio  di 5Q2 targato 2019 ed è con estremo piacere che porgo i miei ringraziamenti a Raffaele Imbrogno per l’interesse e la passione con cui si approcciato al nostro incontro fornendo spunti di notevole interesse per i lettori di NbaLife.it. Augurandovi una piacevole nonché illuminante lettura, vi do appuntamento al prossimo episodio di 5 Questions 2.

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Francesco Rivano

Francesco Rivano

Nato il 12/11/1980 a Iglesias, nel profondo Sud della Sardegna e cresciuto a Carloforte, mi sono laureato in Economia e Commercio nel 2007 trovando successivamente un impiego nell'ambito della gestione contabile. Calciatore e calciofilo fin da tenera età ho militato nella squadra del mio paese per 15 anni. Nel 2000 sono stato folgorato come Paolo sulla via di Damasco e mi sono convertito al basket. Il mio personalissimo Messia ha un nome e un cognome: Allen Iverson. Attualmente mi occupo di intermediazione immobiliare ma la più grande passione rimane la palla a spicchi color arancio e narrare le vicende della NBA e dei suoi protagonisti è la mia massima espressione di libertà e divertimento.

 

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