Derek Fisher Phil Jackson

Programmazione o cabala?

Quando raggiungi un traguardo basta questo a qualificarti come vincente, che il risultato finale sia ritenuto meritato – aggettivo che se usato ancora nelle cronache sportive, così come il suo contrario, dovrebbe garantire al colpevole almeno 100 frustate in pubblica piazza – o meno, c’è una coppa, un trofeo, o nel nostro caso un anello lì a testimoniare che sì, sei tu che ce l’hai fatta. E se non si vengono a creare situazioni legate all’imponderabile o alla natura (età, ecc.) il progetto è giusto che continui, in cerca di nuovi banners da far issare al soffitto di casa.

Poi esiste l’altro rovescio della medaglia, quello più amaro: i perdenti. Non perdenti in senso generico, ma nello specifico di quel campionato, playoffs, finale che sia. In NBA ci sono ogni anno 29 perdenti, se vogliamo. Così funziona dove non basta la qualificazione al preliminare della meno importante delle coppe europee per ritenere “salva” una stagione non coronata dal taglio dell’ultima retìna.

Entrando ancora più nel dettaglio, la squadra finalista che si vede sconfitta, magari in modo netto come quest’anno i Miami Heat contro gli Spurs, è la “migliore” delle 29 perdenti e lì il dilemma diventa amletico: che facciamo per l’anno prossimo?

Oddio, anno prossimo. Con le regole salariali e in generale la mentalità dello sport professionistico americano, ben spiegata qui dal nostro Matteo Fortelli, una programmazione non può quasi mai essere solo ed esclusivamente basata sulla stagione successiva, ma su almeno 3-4 se non 5 a venire. E’ così per le scelte al draft, lo è a maggior ragione quando devi mettere sotto contratto un giocatore con il pluriennale che – se tutto va male – ti renderà perdente, oltre che fesso, anche negli anni a venire.

La squadra della Florida, nella persona di Pat Riley è a un bivio, anche se sembra palese la decisione presa: poter continuare a vincere con questo gruppo, rinforzandolo. Per farlo innanzitutto vanno rifirmati i Big Three, come sappiamo da giorni, usciti dai rispettivi contratti. Sappiamo anche che il più decisivo – e per questo importante da rifirmare – è chiaramente LeBron James. Sul suo destino se ne sono già dette e scritte a bizzeffe, dal ritorno nella versione aggiornata del figliol prodigo in quel di Cleveland, sostanzialmente la sua città, alla permanenza a South Beach, accettando un contratto al ribasso, quando valore e esperienza nella lega “chiamerebbero” ben altre cifre.

Già nel pomeriggio avremo aggiornamenti in merito grazie al podcast di Simone Mazzola, seguito domani dalla rubrica Weekly che ripercorrerà i principali avvenimenti della settimana. Però intanto che ci sono mi solletica poter accennare ad un’eventualità legata ad un insistente rumor delle ultimissime ore.

Come sappiamo bene il maestro Zen, al secolo Phil Jackson, da quando si è insidiato alla scrivania dei New York Knicks, sta cercando di fare piazza pulita di un roster – e annessi contratti – assemblato in modo talmente disastroso e senza senso, né tecnico né economico, dai suoi predecessori, gente degna della punizione che in apertura mi auguravo per gli “scribacchini del meritato/immeritato”. Il tentativo è lodevole da parte di PJ nonché logico, anche perchè senza la dovuta carta bianca in materia il nostro sarebbe rimasto a pescare trote nel Montana o a sorseggiare un capuccino a Marina del Rey.

Pieni poteri dunque a Jackson che ha già fatto le prime mosse e, nelle sue più ambiziose intenzioni, sarebbe pronto a farne un’altra. Diciamo quella che dopo pochissimo tempo dall’insediamento lo innalzerebbe con tempistiche imprevedibili a GM non dell’anno prossimo, ma dell’anno prossimo e dei successivi. Parliamo della possibilità di portare King James sul palcoscenico più importante d’America se non del mondo: il Madison Square Garden! Fantamercato? Probabile, ma se hai trovato altra gente della stessa risma dei tuoi predecessori, pronti ad accollarsi i contratti di Stoudemire&C., e scendi praticamente a 40 milioni sotto al cap… Certo poi almeno altri 4 li devi mettere in campo al fianco di James, ma come si suol dire: una cosa alla volta.

Nel frattempo Riley trema. Gli ha scelto il suo giocatore preferito al draft, sta cercando di trattenere Bosh (che per altro toltosi la soddisfazione di ben due anelli andrebbe a guadagnarsi la pensione a Houston) oltre a rifirmare Wade, che per la “vecchia” mentalità di Riley – da me condivisa, per altro – DEVE finire in maglia Heat, così come ha iniziato i suoi giorni “in the League”. Dal mercato sono già arrivati un paio di rinforzi, certamente da valutare col tempo, come quello di Danny Granger, ma di probabile appeal per The Chosen One che al Capo avrà di certo indicato preferenze e idee.

La strada è dunque tracciata, e solo l’eventualità in cui sia James che Bosh non dovessero rifirmare darebbe a “Pat the Rat” (simpatico soprannome affibbiato all’ex-coach dopo la dipartita via fax da NYC) l’ok definitivo per smantellare e ripartire – quasi – da zero.

Facciamoci al momento questo trip: James allenato da uno che rispetta, all’esordio su una panchina da coach e in particolare su quella più scottante della lega, forse al pari solo di quella dei Lakers, ma pur sempre con “5 rings in the pocket”. Viene inserito nella Triple Post-Offense dove può occupare qualsiasi delle 5 posizioni. Estendendo il concetto di “sistema democratico” brevettato da Jordan fa felici anche gli uscieri appostati con le mani pronte a ricevere e i piedi ben dietro l’arco. Jackson in un paio di stagioni lo contorna di gente giusta e adatta al sistema, non per forza superstars ma capaci di integrarsi nel gioco che fu di Bulls e Lakers. LeBron si mette al dito il terzo anello, New York idem (ma dopo più di 40 anni…) mentre Phil sorride sornione, accendendosi il sigaro della vittoria e cercando di non perdere il conto dei suoi di anelli. In fondo, anche se con un ruolo minore – e non facendo parte attiva del roster nel 1970 causa infortunio – anche nei precedenti due trionfi dei Knicks Jackson c’era.

Programmazione, dicevamo, o cabala?

Andrea Pontremoli

Andrea Pontremoli

Ex-giocatore e poi allenatore di settore giovanile, collaboratore dal 2005 e in seguito capo-redattore NBA per All-Around.net. Partecipa con un suo racconto al libro "All-Around: 12 storie 1 passione" (Orizzonti Editore) ed è autore del testo "Il triangolo sì...io lo rifarei" sullo studio e l'utilizzo della Triple-post Offense di Coach Tex Winter.

2 commenti
  • KD35 scrive:

    Suggestione affascinante ma se Anthony rifirma mi sa che LeBron dovrà portare i suoi talenti altrove

  • Andrea Pontremoli Andrea Pontremoli scrive:

    Evidentemente sì, se oggi arriva l’ufficialità del rinnovo di Melo. Ma anche altrove (fosse il ritorno a casa in Ohio o l’approdo a L.A. sponda Lakers) le suggestioni non mancherebbero! Forse solo una riconferma a Miami lascerebbe gli appassionati a bocca asciutta.

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