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Portland, elogio del paradosso

Da dove nasce il “miracolo-Blazers”?

Sicuramente i fattori sono molteplici, e si mischiano nel tecnico, tattico, strategico, finanziario, psicologico, emotivo. Lillard, la coesione derivante dalla perdita di Paul Allen a inizio stagione, l’affetto di uno dei più affezionati pubblici della Lega, il valore del coaching staff, l’esplosione di alcuni giocatori, tutto sicuramente in maggiore o minore proporzione, ha contribuito all’eccezionale ed inaspettato approdo alla finale di Conference.

Si tratta di elementi di sicura positività, che, variamente combinati, in ogni team possono portare a buoni risultati. Quello che si vorrebbe però descrivere ora è la presenza di alcuni elementi negativi, a volte profondamente negativi, che, quale effetto paradossale e inverso, hanno forse contribuito in modo decisivo ai risultati del team dell’Oregon.

Proviamo ad accennarli, nella profonda convinzione che l’eterogenesi dei fini sia davvero l’unica vera legge funzionante, in questo pazzo pazzo sport che è la pallacanestro.

1) Errori di salary

Sì, primo paradosso: la famosa e sciagurata estate 2016, dove con 300 milioni a disposizione, la dirigenza Blazers decise di confermare il gruppo giovane che, contro ogni aspettativa (anche allora) e guidato da un Lillard monstre, aveva raggiunto la semifinale di Conference. Ma che, probabilmente, aveva espresso il massimo possibile potenziale… E così contratti pazzeschi e totalmente fuori scala (Crabbe, Meyers, lo stesso Turner, tanto per fare qualche esempio) provocarono ed hanno provocato il blocco totale della possibilità di operazioni radicali. Passavano le estati, si liberavano i free agent, ma i Blazers rimanevano fissi nel loro – esaurito – cap salariale. Qualcuno sostiene, peraltro, che la “colpa” dell’intera operazione sia da ascrivere più allo stesso Dame in modalità lebroniana, che non al g.m. Olshey.

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Tutto questo ha comportato l’esclusione di operazioni pazze, da all-in, ed invece la costante coltivazione del medesimo gruppo “di fondo”, puntellato da minuti interventi, senza perdere l’identità fondamentale. Sarebbe arrivato l’allora desolato Jusuf Nurkic, dal fondo della panchina di Denver, se Portland avesse avuto più spazio? O una certa impazienza di corrispondere alle richieste del suo leader Damiano, avrebbe al contrario portato lo staff dirigenziale a buttarsi su pazze avventure, dal nome magari, chessò, di Melo e LaMarcus, accettando magari di destrutturare il team (leggi McCollum)? Sarebbe rimasto Zach Collins, esito di una intelligente operazione al draft, o sarebbe stato sacrificato sull’altare di qualche presunto e bollito all-star?

Nurkic, Hood, Curry, Kanter, gli stessi Stauskas, Ed Davis e Napier, comunque utili finché presenti (e ora attendiamo Labissiere), rappresentano l’esito di una politica dei piccoli passi, necessitata dagli eventi, ma alla fine apportatrice di minimi e costanti upgrade del team, ferma l’identità e la configurazione di fondo.

2) Scarso appeal della franchigia

È noto: in Oregon, nessuno viene volentieri. Cosa abbia in meno di New York, Los Angeles o Miami ancora non abbiamo capito (modalità ironic: ON), ma è un dato di fatto che, anche a fronte di stalking insistito da parte del duo Lillard-McCollum, i top player, in ultima analisi, abbiano sempre scelto altro. Portland è costantemente data presente in ogni trade, ma non ne è uscita mai vincitrice.

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L’effetto, anche qui paradossalmente positivo, è stato che i Blazers sono divenuti un punto di riferimento per i giocatori promettenti ma poi un po’ persi; una sorta di “seconda possibilità”. La prospettiva di potersi rilanciare in una realtà periferica, senza quindi le pressioni di una piazza importante, ma con una buona base tecnica (di nuovo, leggasi Lillard e McCollum) e con l’enorme affetto dei tifosi (il pubblico di Portland detiene tuttora il record dei sold out consecutivi… e ha resistito all’ingloriosa epoca dei Jail Blazers…) ha reso l’Oregon interessante ed appetibile meta per tale tipologia di giocatore. Nurkic, Seth Curry, Kanter… ma soprattutto è la storia di Rodney Hood a risultare esemplificativa sul punto: da delusione completa alla corte di King James, a giocatore più volte decisivo in questi playoffs 2019.

È chiaro che le motivazioni, l’impegno, la disponibilità di un giocatore che si vede davanti prospettive di rilancio non possono che essere elevatissime, e rappresentare, non di rado, quel quid in più che sposta l’ago della bilancia.

3) Underrating

Tutto quanto gravita attorno all’Oregon è sistematicamente sottovalutato. Lillard e McCollum, per esempio, considerati eroi da periferia dell’impero. Il primo, soprattutto, non ha fatto mistero della cosa ed anzi pare trarre da essa sempre più energie, volte al miglioramento.

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Ma anche Harkless ed Aminu, ad esempio, nello starting five da inizio playoffs e non di rado assolutamente decisivi (chiedere a Paul George per conferma): alzi la mano chi, fino a ieri, non avrebbe scommesso un dollaro sulla loro adeguatezza alla post-season. Più in generale, i Blazers, sono da anni nelle proiezioni di inizio stagione considerati fuori dai playoffs: ma tutti gli anni ci tornano, ed in posizione sempre migliore.

La scarsa considerazione che il mondo NBA rivolge all’estremo Nord Ovest ha portato, in Lillard e pian piano in tutti gli altri, con una crescente coesione, la voglia di riscatto, di stupire, di far ricredere tutti su Portland e sulla sua qualità. Inutile sottolineare la potenza che tali atteggiamenti hanno rispetto all’amalgama e alla “solidarietà” dentro la squadra. Lillard, poi, sul punto è eccezionale, pare quasi aver creato una sorta di canale privilegiato, di confidence coi compagni, quasi che lui, primo sottovalutato, possa dire: “Vi capisco, lo fanno sempre, solo noi sappiamo quanto valiamo”.

In questo contesto, in tali tre paradossi, ve n’è un altro, che in qualche modo tutti li sintetizza, ossia l’1-12 nei playoffs con cui i Blazers arrivavano a questa post-season, con il particolarmente traumatico sweep contro i Pelicans dello scorso anno. La conferma, e non lo smantellamento, di un gruppo con quel vissuto (di nuovo, costretta dal salary), la voglia di riscatto, l’ulteriore underrating delle previsioni di tutti i network ad inizio della stagione 2018-19, sono state forse la ciliegina su una torta preparata da anni, che ha condotto al condiviso e collaborante approdo alle finali di Conference, vent’anni dopo Pippen, Sheed e Sabonis.

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Matteo Fortelli

Matteo Fortelli

Nasce nel 1977 - prima stagione della Pallacanestro Reggiana in biancorosso - con sei mesi esatti di vantaggio su Emanuel Ginobili. Nel prosieguo, si accontenta di pareggiarlo nel numero dei figli. Catechista, avvocato, fanatico acritico di tutto quanto venga da Reggio Emilia, trova bellissima la definizione del basket come "l'unico sport che guarda verso il cielo". Romantico sostenitore delle bandiere come Manu, il turbinoso mercato NBA, dove cambiano squadra anche le città, è il peggiore fra i suoi incubi.

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