James Naismith

I pionieri del gioco

Ancor prima che si alzi la palla a due inaugurale della stagione 2016/2017 molti appassionati saranno rimasti straniti dagli addii di Bryant, Duncan e Garnett, vere e proprie miliari dell’ultimo ventennio NBA. Si tratta di giocatori che han fatto non solo la storia NBA, ma la nostra stessa storia personale, accompagnando molti di noi dalla giovinezza all’età adulta. Noi di NbaLife.it abbiamo dunque pensato di aprire un nuovo format dedicato alla storia NBA, in onore di quanti, come loro, l’han scritta e di quanti continueranno a farlo.

Eccovi dunque uno speciale sulla prima stagione della Lega, primo capitolo della nostra personalissima rivisitazione della storia NBA. Perché, come recita il profeta Flavio, “se non vi piace questo sport avete una capacità di perdere i piaceri della vita davvero singolare”, e che modo migliore c’è di approcciarsi all’imminente stagione NBA se non vedendo come il basket è nato, si è sviluppato ed è diventato quel giochino che tanto ci piace?

Come sappiamo, il gioco vede la luce nel 1891 a Springfield, Massachusetts, ad opera di James Naismith, e altro non era che un passatempo per gli studenti che non potevano giocare a football durante il rigido inverno del nordest. Da Springfield il gioco si diffonde a macchia d’olio negli Stati Uniti, e conosce via via miglioramenti e codificazioni sempre più strette delle originali 13 regole. Queste sono ancora abbastanza rudimentali: ad esempio, come nel football, vi era una distinzione marcata fra fase difensiva e fase offensiva. Inoltre, non era previsto un numero fisso di giocatori per squadra, e questi potevano variare dai 3 ai 40 per formazione. Addirittura, all’Università di Cornell si giocherà una spettacolosa 50 contro 50, una specie di tonnara con un canestro sopra. Sarà ancora Naismith, nel 1900, a risolvere il bandolo della matassa e ad optare per la formula attuale di 5 giocatori a squadra.

Si formano dunque i primi team e le prime leghe, di carattere però ancora marcatamente dilettantistico. La squadra che domina questa fase embrionale del gioco sono i Buffalo Germans, autori di una clamorosa striscia vincente di 111 partite fra il 1908 e il 1910 e vincitori del torneo olimpico di Saint Louis 1904. Per la cronaca, l’olimpiade coincide di fatto con l’esposizione universale. Per tale motivo, gli americani pensano bene di affiancare alle gare vere e proprie i cosiddetti Anthropology Days, riservati a neri, indiani d’America, filippini, pigmei, inuit e varie minoranze europee. Non solo. Addirittura Geronimo, capo di quegli Apache ormai sconfitti e spinti verso le riserve, è mostrato al mondo in uno stand a parte.
Lo sguardo del guerriero
Dopo questa irrinunciabile digressione, torniamo al basket.

La prima associazione di squadre fu la National Basketball League, istituita nel 1898, ma è solo con l’American Basketball League (ABL), nata nel 1925, che si registra un notevole balzo in avanti per il movimento. Nella prima stagione si diedero battaglia nove fra le migliori squadre dell’epoca, provenienti tutte dalla zona est sia per semplificare gli spostamenti (andare da New York a Los Angeles, ai tempi, non era esattamente una passeggiata) sia perché la diffusione del gioco si era concentrata principalmente in questa parte del paese. Con la ABL il basket diventa a tutti gli effetti professionistico, con giocatori e squadre legati da contratti duraturi. Uno dei problemi principali, infatti, era che i giocatori non avevano contratti fissi e si spostavano da una squadra all’altra: con l’avvento di una nuova lega divenne invece obbligatorio firmare per una sola squadra, sul modello di quanto già facevano gli Original Celtics, squadra di irlandesi di New York gestita da James Furey e dal fratello Thomas, rispettivamente cassiere in un grande magazzino e proprietario di night club.

I Celtics, pur non partecipando alla prima stagione della neonata lega, sono certamente la squadra che più ne caratterizza la storia e l’evoluzione: entrano nel giro cinque partite dopo l’inizio della seconda stagione al posto dei Brooklyn Arcadians, dominano le prime due stagioni sinché, al grido di “Break up the Celtics!”, la squadra viene sciolta e i giocatori costretti a firmare per altre società. Anche la lega avrà vita breve, e il baraccone chiuderà i battenti nel 1931, affossato dalle sempre più profonde conseguenze della crisi del ’29. Rimesso in piedi nel ’33, prosegue la sua avventura sino al ’55, ma come lega locale e non più nazionale.
La Basketball Association of America (BAA), antenata dell’attuale NBA, vede la luce nel ’46, nel periodo di grande fermento sportivo successivo alla fine del secondo conflitto bellico. Ciò che distingue (e porta al successo) la BAA dalla miriade di altre leghe e realtà locali non è l’aspetto sportivo, dato che il livello era simile a quello delle altre associazioni, ma quello prettamente economico. Il basket era ancora uno sport minore: difatti, seppur godesse di sempre più popolarità si trovava sempre in una posizione defilata rispetto a football, baseball e hockey. Saranno proprio i proprietari delle maggiori arene di hockey dell’est degli Stati Uniti e del Canada a formare la BAA, interessati a capitalizzare l’interesse crescente verso il basket e a far giocare le partite nei propri campi.

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Settant’anni fa, come oggi, l’attesa era tanta per la prima palla a due della stagione. Non iniziava semplicemente una nuova stagione, ma una nuova avventura, quella della BAA. La prima partita si gioca il primo novembre del ’46 al Maple Leaf Gardens di Toronto, e vede opposti Toronto Huskies e New York Knickerbockers. Oltre a queste, altre 9 squadre si contendono il titolo, vinto infine dai Philadelphia Warriors sui Chicago Stags per 4-1.

Lo strapotere economico della BAA è evidente, e le permette di avere la meglio sulle altre associazioni. Saranno proprio le maggiori opportunità di business a spingere i proprietari dell’altra grande lega, la NBL (National Basketball League, fondata nel 1937), ad entrare nella BAA. Già nel 1949 la NBL non esiste più. Dall’unione fra BAA e NBL nasce una nuova associazione, la NBA, la cui storia arriva sino ai giorni nostri.
Nell’arco di un cinquantennio possono succedere tante cose. In questo breve resoconto abbiamo assistito agli albori del movimento, dall’anno zero della pallacanestro sino alla nascita della BAA e al successivo avvento della NBA. Ma la storia, si sa, è in perenne movimento e merita certamente di essere raccontata.

Ah, quasi dimenticavo. La natura stessa del mappazzone che vi ho appena costretto ad ingurgitare non permetteva uno studio accurato di vari momenti e personaggi importanti, da me brutalmente tralasciati o trattati soltanto di sfuggita, ma niente paura. A tempo debito ne riparleremo, ve lo assicuro. A tal proposito, appuntamento ai prossimi episodi di Roots.

Stefano Goddi

Stefano Goddi

27 anni, ho sempre amato (quasi) tutti gli sport nonostante la più totale incapacità nel praticarli. Il mio avvicinamento al basket è piuttosto tardivo, e si concretizza soltanto nel 2006, quando, durante un pressoché inutile pomeriggio passato su SportItalia, vengo folgorato come neanche Paolo sulla via di Damasco dallo strapotere tecnico e fisico di LeBron. Da questo momento l’interesse cresce vertiginosamente, sapientemente alimentato da due istituzioni come Buffa e Tranquillo, sino ad arrivare alla necessità quasi fisica di scriverne. Rimpiango ancora di non aver chiesto all’Avvocato un parere sulla vita notturna di JR Smith a Cleveland.

 

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