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“Pimp your Cavs” & “Torna a casa Kevin”: come si prepara l’NBA al rush finale

Andato l’ASG, passata la trade deadline, oggi mancano solo una ventina di partite ai Playoffs. Diamo un veloce (va beh, nei limiti di quello che mi è possibile…) sguardo a come si stanno preparando le principali contenders o presunte tali per la post season.

Nella tana del Re

E partiamo ovviamente dai campioni in carica. Numeri 2 (e con distacco) del mio personalissimo ranking di inizio stagione, l’infortunio di Durant li proietta di prepotenza nella posizione di favoriti per la vittoria finale.

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LeBron si è lamentato in maniera abbastanza fragorosa delle carenze del SUO roster, e dopo un po’ di titubanza Gilbert ha rimesso mano al già provato portafoglio e ha comprato tutto ciò che il figliolo richiedeva. Derrick Williams, ex seconda scelta al draft e pluri-ex delusione da lì in poi, si candida al ruolo di prossimo miracolato della corte di LBJ. Dopo JR Smith e Iman Shumpert, oggi perfino Williams sembra giocatore NBA interessante, con grande atletismo, tiro da 3, perfino della difesa. Poi Bogut, il rim protector che potrà dare minuti di riposo a Thompson senza che cali il livello di intimidazione nel pitturato, e per non farci mancare niente anche Deron Williams, il play di riserva la cui mancanza tanto turbava i sonni del Re. La forma fisica l’abbiamo lasciata anni fa, insieme all’esplosività, ma per dare 10-15 minuti di riposo a Irving, garantendo un po’ di playmaking e di punti da pick&roll è decisamente un lusso. E poi non dimentichiamoci Korver, ovvero quanto di meglio puoi mettere a ricevere uno scarico sulla linea da 3.

Favoritissimi? Boh. In realtà dipende molto da se, quando e come tornerà Durant. Nell’ipotesi migliore (KD35 in campo per fine regular season senza particolari ripercussioni) credo che l’upgrade di Cleveland sia comunque insufficiente, negli altri scenari potrebbe invece risultare utile.

Rimane il fatto che, se tornano tutti gli infortunati (non dimentichiamo Love e Smith), il roster è forse fin troppo carico, e tutte queste ricche maestranze rischiano di fare solo colore intorno alla panchina. Anche perchè LeBron si lamenta di dover giocare troppo perchè mancano i panchinari, ma poi non c’è comunque modo di tenerlo sul pino. Nessuno dei nuovi acquisti (nemmeno Korver) sarà in campo quando conta, perchè Korver e i 2 Williams non sono schierabili continuativamente perchè sono comunque un downgrade difensivo, mentre Bogut non può giocare con Thompson, e quindi sarà in panca quando c’è da vincere, perchè Tristano è irrinunciabile. Alla fine quindi probabilmente il massimo effetto positivo della ricca campagna acquisti dei Cavs sarà quello di permettere ai titolari di affrontare con meno sforzo fisico i Playoffs dell’est che quest’anno (FINALMENTE!) si annunciano almeno un po’ più combattuti.

Warriors: grosso guaio a China Town

Kevin è fuori. Il povero Pachulia frana sul ginocchio di Durant provocando l’irreparabile. Barnes (purtroppo non Harrison, ma Matt) viene firmato di corsa al suo posto, ma quelle del 35 sono scarpe complicate da riempire. 27 punti a gara con solo 17 tiri non è qualcosa che si trovi tutti i giorni. Ma ovviamente il problema non è solo di tirare con alte percentuali sugli scarichi, ma è di rappresentare quella minaccia costante che costringe le difese a fare delle scelte, creando spazi per gli altri, che poi spesso si traducono nuovamente in spazi per sé, grazie ai famosi extra pass.

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Si tratta anche di poter avere in campo un quintetto che sia sempre pericoloso (visto che almeno 2 fra Thompson, Curry, Durant e Green possono essere sempre presenti, non ostante i minutaggi omeopatici), e si tratta di avere in campo qualcuno che a giochi rotti possa comunque mettersi in proprio e andare a referto.

Ma per quanto possa sembrare curioso, la perdita più clamorosa derivante dall’infortunio di KD è nella propria metà campo. Durant si è trasformato in un rimbalzista clamoroso (8,2 rimbalzi a sera), un più che competente difensore di uno contro uno, ma soprattutto un freak assoluto in aiuto, come difensore di squadra. Quelle braccia da pterodattilo messe al servizio di un progetto difensivo di primo livello come quello di Kerr generano intercetti, raddoppi, angoli di passaggio negati, tanto che il dato mostruoso delle 1,6 stoppate a sera (undicesimo nella Lega) è solo la punta dell’iceberg.

Questo significa che per i Warriors non è possibile trovare qualcuno che lo sostituisca (magari anche in tono minore), o qualcuno che si prenda i suoi tiri, ma devono completamente ripensarsi sia in attacco che in difesa, con nella testa l’idea che comunque fra un mese (si spera) dovranno tornare all’assetto attuale. Situazione tutt’altro che idilliaca, che va tra l’altro a sommarsi ad un inopportuno periodo di slump al tiro di entrambi gli Splash Brothers.

Se vogliamo fingere che siamo in un mondo di unicorni che corrono sugli arcobaleni, diciamo che i Warriors hanno un’eccezionale occasione per riscoprire le loro origini, per ritrovare Curry, Thompson e Green, che si erano un po’ appannati o diluiti con l’avvento di Durant. Ora tornano in prima fila e devono sentire di nuovo tutta la responsabilità sulle spalle: o funzionano loro, o si ferma tutto. Aspettando Kevin intanto resta aperto il problema dello spot di centro, ad oggi ancora occupato da Pachulia che, al di là di aver rischiato di rovinare la stagione cadendo su Durant, continua a non convincere. Ci mette mestiere, buona volontà, però come atletismo è ridicolo, non riesce a finire sotto canestro nemmeno quando è solo e infarcisce la sua partita di errori puerili, come passaggi non presi o letture raccapriccianti. D’altro canto Javalone non è cresciuto come si poteva sperare, e continua a dover essere relegato a comparsate di 10 minuti.

Intelligenza artificiale

La scienza dice chiaramente che Kawhi Leonard non può esistere. Non puoi passare da fabbro di periferia a go to guy da 27 punti a sera in 5 anni. Non puoi mettere su quelle cifre (e soprattutto quelle percentuali) se VISIBILMENTE non hai nessun talento offensivo. Io continuo a non vedere come reale contender questi Spurs, ma indubbiamente il ragazzo androide resta inspiegabile.

San Antonio Spurs v Cleveland Cavaliers

Peccato che il resto non sia dello stesso livello. L’organizzazione militare texana fa risaltare meno i grossi problemi del proprio roster, che però non possono che uscire allo scoperto durante i Playoffs.

Parker è vecchio, atleticamente bruciato, e può dare un reale contributo ai suoi forse una gara ogni 3-4. Nelle altre è senz’altro più utile Patty Mills, che infatti spesso Popovich preferisce al francese nei quarti finali. L’australiano però è poco più che un buon realizzatore, di certo non è un All Star che ti porti in finale. E Parker guarda le partite dalla panca senza lamentarsi, in puro stile Spurs.

Aldridge resta un corpo estraneo nel sistema. E questo non ostante un’evidente, quasi commuovente, buona volontà da entrambe le parti per fare funzionare l’esperimento. Non può giocare da 5 (non è abbastanza fisico), ma fatica a giocare da 4, perchè con i 2 lunghi la difesa è troppo statica. In attacco il suo magistrale gioco dai 3-4 metri viene utilizzato sempre meno, e di certo non è quello da cui si va quando la partita è in bilico. Probabilmente se ci fosse l’offerta giusta LaMarcus sarebbe sul mercato, ma siccome non sembra in vista, si continua a provare a far funzionare le cose.

Gasol è un altro esperimento tentato, fallito, e ora siamo al tentativo 2.0: non praticabile schierarlo con Aldridge perchè non possono difendere su nessuno, si è optato per inserirlo nella second unit, dove può produrre punti anche grazie ad un neo-introdotto tiro da 3 più che rispettabile. Sembra vada meglio, ma anche per lui si tratta di ingoiare rospi in continuazione.

Insomma, sembra di stare seduti su una polveriera, che non esplode e produce dei risultati eccezionali grazie alla cultura e all’ambiente di San Antonio, ma mi sembra difficile possa affrontare altrettanto serenamente i colpi che sono tipici della post season.

Tralascio (o lascio ad altri) di approfondire le altre contenders a Ovest, fermo restando che fra Rockets, Jazz, Clippers e Grizzlies nessuna penso possa davvero avere ambizioni di finale, e mi concentro sulle 3 nuove realtà dell’Est, che finalmente potranno almeno fare finta che siano dei Playoffs anche a Est, e non è semplicemente che la squadra in cui gioca James dopo un po’ di warm up accede alla finale.

Washington: si fa sul serio

Terzi a est, squadra tosta, talentuosa, coesa, vince spesso e anche in volata. In realtà questa non dovrebbe essere una notizia, un qualcosa da spiegare: sarebbe da spiegare perchè non è stato così negli ultimi 3 anni, visto il notevole livello dei giocatori a roster e l’avvilente scarsezza del resto dell’Est.

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Comunque sia, sembra che finalmente tutto sia finalmente al posto giusto. Wall ha raggiunto la completa maturità (dopo 7 stagioni), Beal dopo aver fatto preoccupare tutti con il precario stato di salute (lo scorso anno era stato addirittura imposto un tetto massimo di minuti a partita) ora sembra in splendida forma, mentre Otto Porter, arrivato con grande hype e poi declassato a parziale delusione, quest’anno è definitivamente esploso, diventando un notevole 3&D moderno, che guida la lega in % dall’arco. A completare un quintetto molto ben bilanciato ed efficace ci sono un gemello Morris (non farà mai l’ASG, ma come quinto titolare di una squadra competitiva il suo lo fa) e Gortat, solido, affidabile e con un’intesa ormai notevole con Wall sui pick & roll. Il limite noto è quello della panchina (situazione parzialmente migliorata con la trade per Bogdanovic), ma onestamente a Est si è visto (e si vede) di moooolto peggio.

Complimenti anche a Brooks, regista del Rinascimento della squadra: è onestamente difficile capire dove inizi il suo contributo e dove invece sia la naturale evoluzione temporale del roster. In ogni caso ora tutto funziona, perfino la relazione tra Wall e Beal: dopo aver dichiarato, anche pubblicamente, di starsi sulle scatole, neanche fossero due leader qualunque del PD, ora sembrano finalmente aver trovato il modo di coesistere profittevolmente. E probabilmente un ruolo importante nel far capire a questi 2 che il collaborare gli conveniva l’ha giocato proprio Brooks, di solito maestro nel creare unità di intenti nello spogliatoio. In fondo ha fatto collaborare per anni Durant e Westbrook, che forse a posteriori così amiconi non erano…

The Raptor of Wall Street

Campioni assoluti del mercato invernale sono decisamente i Raptors. Se escludiamo la categoria “circonduzione di incapace” (a voi capire a quale trade si applichi), Toronto si porta a casa il pezzo più pregiato del mercato, Serge Ibaka, che tra l’altro è esattamente il giocatore che gli serviva per completare la squadra.

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Per sovrammercato arriva anche l’usato sicuro PJ Tucker, il tutto in cambio di Ross (buono, ma non indispensabile) e la loro scelta, che difficilmente sarà alta. Ibaka sembra già a suo agio in maglia rossa (e del resto se aveste passato 5 mesi nel Gulag di Orlando, sareste a vostro agio anche in guepierre), e arriva nel momento giusto per provare a compensare il mese di assenza di Lowry. Il polso slogato terrà infatti fuori il play canadese per alcune settimane, cosa non bella vista l’importanza dell’ordine d’arrivo; se il primo posto è abbastanza andato (ai Cavs), e arrivare secondi o terzi non cambia poi molto, il fatto di arrivare al quarto posto comporta il dubbio privilegio di doversi misurare con il Re già al secondo turno.

In un’ottica Playoffs i Raptors mi sembrano inferiori a Washington e Boston, anche dopo l’upgrade. Però l’inserimento dello spagnolo li mette veramente vicini, così che ora Toronto se la può giocare anche quest’anno almeno fino alla finale di conference.

Il Re minore

E chiudiamo questa breve carrellata con i Celtics. La corte a George e Butler non ha prodotto risultati, almeno per adesso (ci si aspetta una ripresa delle ostilità a luglio), e i Celtics provano l’assalto al premio finale con il loro piccolo Re (del quarto quarto). Sembra che con i Bulls non si sia trovato l’accordo su quale dovesse essere la contropartita per Butler. Onestamente la cosa da tifoso mi è spiaciuta il giusto: Butler è fisicamente più logoro dell’età che ha (diverse stagioni a essere spremuto da Thibodeau lasciano il segno), ma soprattutto è poco adatto a giocare nel sistema di Stevens: poco tiro da fuori e necessità di avere a lungo la palla in mano per essere efficace. E’ chiaro che avere lui al posto di Crowder, o Bradley, o Smart o la prima scelta dei Nets, o una qualche combinazione di queste, migliorerebbe complessivamente i Celtics, con un giocatore ordinato, obbediente, disponibile a sacrificarsi per la squadra, che dà sempre il 110% e che non crea problemi.

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Però non la migliorerebbe così tanto da potersela giocare in maniera credibile con Cavs e Warriors. Quindi, considerato l’ingessamento salariale o la riduzione di opzioni negoziali o futuribili che questo scambio comporterebbe, non credo ne valga la pena. Diverso sarebbe con Paul George, che per caratteristiche tecniche si amalgamerebbe molto meglio col progetto biancoverde. Certo, la tenuta fisica è MOLTO dubbia, e qualche pecca caratteriale l’ha mostrata. Quindi se si scambiasse per George il rischio sarebbe molto più alto, ma il best case potrebbe essere quello di una quasi contender. Peccato che il simpatico Paul abbia precisato che per lui esistono solo i Pacers (improbabile, anche perchè è difficile che quando sarà free agent nel 2018 possa avere il franchise player contract) o i Lakers, quindi è poco utile insistere. Del resto da uno che dorme con il pigiamino di Kobe Bryant cosa ti vuoi aspettare?

All’orizzonte ci sarà quest’estate anche Hayward, che avrebbe il vantaggio di poter arrivare via free agency (ovvero potenzialmente senza doversi privare di assets importanti o che si vorrebbe tenere), ma avrebbe lo svantaggio di essere decisamente peggiore rispetto ai 2 sopra citati come difensore. Utah farà di tutto per trattenerlo, ma l’intercessione di Stevens (che allenò Hayward al college) potrebbe essere determinante.

Boston Celtics v Phoenix Suns

Quest’anno Boston funziona come un orologio; non mancano le pecche (difesa, rimbalzi, per dirne 2 facili facili), ma nel complesso si ha la sensazione che a ognuno sia stato dato un ruolo nel quale rende al meglio, e che i diversi ruoli siano stati disegnati intelligentemente per funzionare bene insieme. Sicuramente la squadra è più forte di quella che lo scorso anno si è schiantata contro gli Hawks al primo turno, per quanto detto prima e per l’aggiunta di Horford e il miglioramento (termine che non rende giustizia alla realtà) di Isaiah Thomas. Il numero 4 da Seattle è però contemporaneamente punto di forza e di debolezza per i C’s: l’attacco non è credibile senza di lui, ma un giocatore con limiti fisici difensivi così evidenti diventa anche un grosso bersaglio nei Playoffs. L’abbiamo visto lo scorso anno con Cleveland, quando Curry è stato pesantemente limitato dai Cavs, che l’hanno attaccato su ogni possesso per 7 partite, e l’hanno picchiato dietro ad ogni blocco per farlo ricevere stanco. E Curry è infinitamente più forte, miglior ball handler, può tirare da più lontano, è un miglior passatore ed è più alto. Difficile quindi che gli avversari non ripropongano questo metodo di successo con il piccolo Isaiah.

Non so per chi si potrebbe scambiarlo, ma credo sia un pensiero che Ainge (anche a costo di far insorgere tutto il Massachussettes come ai tempi delle sommosse del Thè) dovrebbe considerare seriamente. Anche perchè se non scambiano la loro prima scelta, a giugno potrebbero ritrovarsi con un Markelle o un Ball in più in quel ruolo.

In ogni caso credo che per questa stagione una dura battaglia con Washington o Toronto al secondo turno e un’eventuale finale di conference con i Cavs potrebbero essere già considerati un risultato soddisfacente.

Esperienza per tutti e tanta curiosità di vedere cosa può fare Stevens quando il gioco si fa duro.

Disclaimer: se nel prossimo mese doveste assistere a partite vergognose in cui vi sembrerà che entrambe le squadre giochino a perdere… è semplicemente così, perchè si avvicina il “tanking time”!

Uomo avvisato…

Vae victis

Carlo Torriani

Carlo Torriani

Colpito a tradimento dal virus della palla arancione nel lontano ’92, quando sono rimasto folgorato vedendo giocare il ragioniere di Spokane (John Stockton, per chi colpevolmente non lo sapesse), da allora non sono più riuscito a disintossicarmi, e sono diventato un NBA addicted. Mi diletto maniacalmente anche nella pallacanestro giocata, con risultati che di rado superano la soglia del dilettantismo spinto. Ah, ho anche un lavoro vero (per quanto lo possa essere un’occupazione nell’informatica), ma quello è meno interessante... Sposato e con 2 figli, il primo già sapientemente instradato sulla via della palla cesto.

 

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