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Paul George – Torno o non torno?

Chi scrive, dopo un lungo periodo di osservazione alla finestra, per la verità piuttosto diffidente, si era di fatto persuaso che Paul George, l’asso dei Pacers degli ultimi 2-3 anni, nonché uno degli astri più luminosi dell’attuale galassia NBA, facesse sul serio, affermando il folle proposito di rientrare a tutti i costi già durante la stagione in corso. Le immagini di tibia e perone del giocatore che si spezzano istantaneamente incontrando la base del supporto del canestro, in seguito al tentativo di recupero e stoppata su James Harden nella partitella di preparazione al mondiale di Team Usa, hanno fatto il giro del mondo. Il movimento del Barba che gli si avvicina per rialzarlo e subito, come disgustato, ritrae la testa verso l’altra metà campo, quello nervoso di Drummond che saltella in panchina e in generale le facce terrorizzate di tutti i colleghi in campo, sono divenuti storia conosciuta anch’essi. Pensare che l’ala potesse rientrare in campo in tempi così brevi forse può essere considerato a tutti gli effetti un vizio (almeno parziale) di mente, non fosse altro per lo shock che un infortunio così brutale porta inevitabilmente con sé. PG però l’aveva detto. Nei puntuali contributi mediatici, usciti in questi mesi a testimoniare il suo lento ma inesorabile recupero, George non ha mai nascosto l’eventualità di sconvolgere l’intero mondo del basket, stretto intorno a lui da quella maledetta notte del primo agosto 2014, con un improbabile quanto dolcissimo ritorno in campo. Erano state proprio le parole del giocatore, pronunciate nel bel mezzo della campagna promozionale per la nuova linea di cappelli New Era durante l’All-Star Weekend a fissare, prima in metà marzo e dopo in una meglio precisata partita del sabato 14 marzo contro i Celtics, la data del glorioso debutto stagionale. Impossibile non sentire i brividi correre lungo la schiena, per tutto quello che umanamente comporta una vicenda del genere (che il giocatore incontri o meno il vostro gradimento è del tutto superfluo), nel vedere brillare nei suoi occhi nuovamente la fiammella della speranza. Parlando coi giornalisti, il numero 13 già prefigurava infatti il momento in cui, tornato sul parquet, si sarebbe esibito in una giocata esplosiva, di quelle che spediscono il pubblico in orbita, alla sua maniera, per poi girarsi verso le prime file e fare cenno di sì, che avevano capito bene: Paul George da Palmdale, California, era veramente tornato.

L’improvviso dietrofront

Poi, nella media session di venerdì, il giorno prima della gara del 14 marzo contro Boston, la doccia fredda. A domanda diretta sul suo effettivo ritorno in campo, PG abbassa lo sguardo, prende un respiro profondo e dice:

«Sono combattuto, una parte di me pensa che (i Pacers – ndr) stiano giocando davvero bene, abbiano raggiunto un’intesa tale, che forse rimescolare la chimica ed aggiungere un altro pezzo, un altro giocatore… Non voglio essere l’elemento che distrugge ciò che di buono questi ragazzi stanno facendo.»

In particolare individua nella tenuta difensiva, ancora nemmeno lontanamente parente di quella a cui ci ha abituati in passato, la parte più deficitaria del suo recupero atletico, soprattutto se paragonata ai recenti progressi della squadra. Dice che sarebbe più opportuno riportare i facili entusiasmi iniziali a più miti consigli e che, ragionando seriamente, si accontenterebbe di essere pronto per l’inizio della prossima stagione, momento in cui generalmente l’identità di squadra è ancora tutta da costruire e non, come adesso, già avviata e consolidata. In realtà era stato proprio George, con alcune uscite oltremodo fiduciose, a innescare la pesante ruota dei rumors mediatici intorno al suo possibile ritorno. Dall’interno dell’ambiente Pacers, Vogel in testa, avevano sempre cercato di gettare acqua sul fuoco. D’altra parte, oltre al coach, anche un compagno in maglia Pacers si è espresso recentemente in modo negativo sullo stato attuale della forma fisica di Paul che, stando a questa versione, non sarebbe poi così vicina al 100%, per usare un eufemismo. Basta osservarlo negli ultimi 3 minuti dell’allenamento del venerdì per capire che, come titola un pungente articolo di Candace Buckner di IndyStar Sports (espertissima del mondo Pacers), apparso nella serata di sabato 14 marzo, “il Paul George che ricordate non è in procinto di rientrare in questa stagione”. Il verdetto del campo è impietoso: PG si dimostra prima incapace di passare in tempo su un blocco del rookie Shayne Whittington e, in un gioco successivo, ancora in netto ritardo nella chiusura sul tiro dal mid-range sempre di Whittington. In questi mesi al seguito della squadra, in cui nei limiti del possibile ha cercato di prepararsi, sia dal punto di vista mentale che soprattutto delle sedute di tiro spot-up, quasi come non fosse in lista infortunati, è apparso appesantito, a tratti quasi imbullonato per terra.

Paul George

Nelle serie di tiro dalla lunga distanza tendeva costantemente ad assecondare il movimento in avanti della gamba destra, come per tutelarne l’appoggio dopo il salto. Già il suo jump-shot, seppure efficacissimo, era tutto fuorché una conclusione in equilibrio (ricorderete senza difficoltà alcuni tiri da fuori decisamente sbilenchi dell’impressionante secondo tempo da 31 punti di gara 5 contro Miami delle ultime finali di conference ad Est), adesso le sbavature nell’esecuzione del movimento sono ancora più accentuate. Ma è normale che sia così. È probabile che neppure il più convinto fra gli ottimisti pensasse di ritrovarlo da subito sui suoi livelli. Per l’occasione, viene bene il paragone, ovviamente tenendo ben presenti i dovuti distinguo, con Aaron Ramsey, il centrocampista dell’Arsenal a cui nel febbraio del 2010 successe la stessa cosa, anche se sul manto erboso del Britannia Stadium di Stoke invece che su un parquet. Ebbene il ragazzo, dopo 9 mesi di riabilitazione fece la sua comparsa nella squadra delle riserve e solo alla fine della stagione 2010-11 fu riaggregato alla prima squadra, ma per gran parte del campionato successivo sembrò il fantasma del giocatore che era. Oppure uno che aveva paura dei fantasmi, dal momento che evitava i contrasti come la peste. Solo nel 2013-14 riuscì finalmente a tornare ad esprimere il suo calcio. Segnò 10 goal in Premier League, 2 in Champion’s League e 1 in F.A. Cup. A questi aggiunse anche 9 assist e soprattutto 99 tackles (secondo in tutta la rosa). Dichiarò:

«La parte mentale costituisce il fattore più importante. Possono bastare una manciata di partite per recuperare la forma fisica, ma mentalmente è un po’ più difficile superare quello che ti è successo. In definitiva ci ho messo 2 anni: per entrare di nuovo in tackle a cuor leggero.»

Chi, come il sottoscritto, conservava in fondo al cuore un barlume di aspettativa di vederlo trottare sul campo, a caccia di canestri, nella sfida di sabato contro i rivali per un posto nei playoffs ad Est dei Celtics con la dignità che si conviene a uno del suo rango, non era completamente uscito di senno. Faceva affidamento sulle capacità di recupero, superiori alla media, dello smilzo ragazzo californiano. Così come chiunque mastichi basket su base quotidiana sa benissimo che la motivazione addotta da George di fronte ai media per giustificare l’improvviso dietrofront secondo la quale i suoi Pacers avrebbero finalmente trovato la quadratura del cerchio e andrebbero troppo bene per correre il rischio di rovinare tutto col suo rientro non è sufficiente a spiegare la situazione. Se è vero che Indiana è oggi, insieme a Utah e forse Cleveland, la squadra più calda del momento (13-3 dal primo di febbraio, 9-2 con un NetRating di +10,7 e soli 92,7 punti per 100 possessi concessi agli avversari dopo la pausa per l’All-Star Game), come dice coach Vogel, l’idea che l’inserimento di un Paul George, anche solo a mezzo servizio, possa in qualche modo intralciare la prepotente corsa ai playoffs dei Pacers post-ASG, non è neppure da prendere in considerazione. Caro Frank, se fossi in lei la mano sul fuoco non ce la metterei: ha presente l’andamento schizofrenico della sua squadra degli ultimi 2 anni? Quell’altalena indecifrabile di risultati per cui nella prima parte della scorsa stagione Indiana era da titolo, nella seconda semplicemente da playoffs, quindi da lotteria al principiare dell’attuale e infine, una volta archiviato il weekend newyorkese 2015, è divenuta la mina vagante della costa orientale? Nella scorsa stagione gli inserimenti in corsa non furono indolori. Tuttavia pensare ad un George che evoluisce dalla panchina, a partita ampiamente iniziata, prendendosi la responsabilità di guidare una bench unit che già adesso è prima in NBA per punti segnati con 41,8 a partita, non credo sia annoverabile fra i peccati di questo mondo. Una cosa è certa, da Paul George la folla di appassionati si aspetta di più. È pur vero che in questo momento è forse più opportuno fare buon viso a cattivo gioco, per cui ben venga un cameo finale, per quanto oltraggioso nei confronti dei suoi nobili trascorsi, ma il più possibile propedeutico alla riconquista della fiducia necessaria al giocatore per tornare a dominare a partire dalla prossima stagione. Perché con ogni probabilità la vera ragione dell’improvvisa frenata nella tabella di marcia del numero 13 verso il recupero sta proprio nella perdita di confidenza nei propri mezzi e nel generale sentimento di insicurezza su un campo di basket che naturalmente conseguono da un infortunio tanto grave. Se poi, per vederlo di nuovo piroettare sopra il ferro dovessimo impiegare altri mesi, se non addirittura altre stagioni, pazienza, l’importante è che, prima o poi, torni ad urlare al cielo la sua arroganza tecnica dopo un windmill 360°.

La capacità di rialzarsi

Tornando al cuore della questione, ciò che ha portato noi sprovveduti e creduloni della prima ora a dare credito alle voci di un suo possibile rientro-lampo per le idi di marzo non è stata la troppa ingenuità o superficialità di fronte a storie commoventi e mozzafiato. Non è la compulsiva ricerca del lieto fine che allo stesso tempo muove i nostri passi e oscura i nostri occhi, quando ci ostiniamo a voler trovare il nome di Paul dentro i box score di ogni nuova partita di Indiana. Quella che ha finito per viziare la valutazione delle reali condizioni del giocatore è una caratteristica psicologica che alcuni (PG fra questi) possiedono in quantitativi maggiori rispetto agli altri. Si chiama resilienza ed è una caratteristica per la quale si ha la capacità di far fronte in maniera positiva agli aventi traumatici e siamo in grado di riorganizzare sempre positivamente la propria vita dinnanzi alle difficoltà. Paul, già alla tenera età di 10 anni, dovette fare i conti con un episodio drammatico occorso alla sua famiglia, alla quale peraltro era (e lo è ancora oggi) fortemente legato. Mentre si trovava in strada, presumibilmente a giocare sempre col fidato pallone da basket fra le mani, sentì arrivare l’ambulanza a sirene spiegate e vide con enorme preoccupazione il padre che sulla porta d’ingresso della casa trasportava a braccia la madre Paulette, apparentemente priva di sensi. Era stata colpita da un ictus ischemico e i medici in un primo momento avevano fatto diagnosi di morte cerebrale. La situazione era grave. Le possibilità che si salvasse esigue. Il piccolo Paul, stando ai suoi ricordi, quella sera prese una copertina e si mise a dormire a lato del suo letto d’ospedale. La madre della futura stella NBA però non era il tipo di persona che si fa abbattere facilmente e raggruppando tutte le forze di cui disponeva riuscì a sopravvivere a un evento così tragico. Ci mise 2 anni per tornare a camminare, parlare e persino vedere. Fu un periodo in cui PG poté apprezzare da molto vicino il carattere della madre e la sua indefessa voglia di vivere e di riappropriarsi di un’esistenza dignitosa. Tutto questo ebbe un impatto notevole sulla maturazione del ragazzo che, parallelamente all’enorme carico di sofferenza provata, era stato costretto a prendersi sulle spalle responsabilità e impegni non comuni per uno della sua età. Crebbe in fretta, tant’è che in casa cominciarono ben presto a rivolgersi a lui col nomignolo di “Man”. Paulette oggi ha il lato sinistro del corpo parzialmente paralizzato ma rappresenta per il figlio un modello costante d’ispirazione. Lo è stato anche nel momento delicato dell’infortunio a tibia e perone. Quando si è trattato di rimboccarsi le maniche e rialzarsi, in seguito alla tremenda battuta d’arresto, l’esempio della madre Paulette era lì da vedere. Per questo appare più facile credere nell’enorme forza di volontà del ragazzo.

L’incredibile etica lavorativa

Paul George non è sempre stato la stella del basket che conosciamo. Non condivide con alcuni colleghi il privilegio di essersi ritrovato sotto le luci dei riflettori fin dal primo momento. La storia di George è più interessante da raccontare, proprio perché narra di un perfetto signor nessuno, mai apprezzato abbastanza fintanto che l’enorme potenziale non era divenuto palese a tutti, che piano piano, mettendo un tassello dietro all’altro, riesce a costruirsi la propria via verso il successo. Una tale impresa non riesce facilmente, se non si può contare su solide basi in fatto di attitudine al sacrificio, etica lavorativa e desiderio di migliorarsi continuamente. PG fin dai tempi della Pete Knight High School, come racconta il suo coach di allora Tom Hegre, ha fatto dell’allenamento estivo il fondamento della sua crescita come giocatore.

Nato a Palmdale, città a nord di Los Angeles, nel mezzo del deserto del Mojave, doveva fare molto rumore per attrarre l’attenzione di qualche scout del mondo universitario e professionistico. Prima del boom aerospaziale con l’arrivo in città di Lockheed Martin nel 1953 e di industrie come Northrop Grumman e Boeing, era conosciuta praticamente soltanto per la citazione nella canzone Village of the Sun di Frank Zappa. Non rappresentava esattamente il posto dove vai a guardare se sei in cerca di talento da mettere su un parquet. Paul era secco come un chiodo e il suo gioco era grezzo e disorganizzato. Non era nemmeno il migliore della sua squadra di AAU del circuito di Los Angeles, riconoscimento che spettava al compagno Jrue Holiday, che non per niente fu reclutato da UCLA. Il nome di George a quei tempi non compariva nel ranking dei migliori 100-150 prospetti d’America. Non molti si erano accorti di lui, nonostante il durissimo lavoro compiuto in estate, prima dell’anno da senior, che ne aveva affinato le doti di combo-forward, capace di far male sia dentro che fuori dall’area e di portare i suoi alla finale statale. Quella del miglioramento in estate sarà una costante per tutta la sua carriera. Anche a Fresno State, unico fra i College di zona ad offrirgli una borsa di studio, si fece apprezzare per la dedizione sul campo di allenamento. Convinceva coach Cleveland ad aprire la palestra anche nel fine-settimana e organizzava dei veri e propri workout per tutta la squadra. Legò molto col compagno Greg Smith (poi visto in NBA con Rockets e adesso Mavs), il quale ha successivamente raccontato alla stampa l’argomento standard delle loro telefonate: «Greg ti va di andare in palestra? Potremmo lavorare sul pick & roll e sul jump shot.» Anche qui fu il lavoro intenso portato avanti durante la pausa fra la stagione da freshman e quella da sophomore che pose le basi per i progressi ammirati nel suo ultimo anno da Bulldog, i quali lo collocarono definitivamente nei radar delle squadre NBA. PG non ha mai smesso di allenarsi e, quel che più conta, di pretendere di migliorarsi. Non ha smesso una volta sentito il proprio nome chiamato alla n.10 dagli Indiana Pacers al draft del 2010 e non lo ha fatto quando dopo un paio di mesi nella lega aveva collezionato una lunga serie di minuti in panchina a guardare gli altri. Non si è sentito appagato appena ha conquistato il ruolo di starter e la possibilità di incrociare le armi con l’MVP della stagione Derrick Rose nel primo turno playoff della sua giovane vita, né lo ha fatto quando in contumacia Granger gli sono state affidate le chiavi della squadra. Ha affinato una dopo l’altra, tutte le abilità di cui sentiva di aver bisogno sul parquet: tiro da 3, mid-range, ball-handling, post basso, tutti spuntati come in un’ideale checklist. Ovviamente alcuni difetti sono rimasti (passaggio, palle perse, scelte) e sono immediatamente visibili nei continui alti e bassi stagionali. Tuttavia dietro a ogni conquista del Paul George giocatore c’è il sudore versato nell’allenamento personale. Per fare qualche esempio, una volta dopo una sconfitta in casa dei Golden State Warriors, in cui l’ex-numero 24 aveva chiuso senza segnare e con 0-7 al tiro, aspettò che il volo di ritorno fosse atterrato a Indianapolis, alle 7 di mattina, per dirigersi in palestra dove avrebbe effettuato 500 tiri.

Paul George

Partita seguente a Chicago: 34 punti con 14-25. Come dire, il ragazzo non perde tempo. Quando Brian Shaw era vice-allenatore ai Pacers, George sfruttava la sua conoscenza con Bryant per reperire informazioni circa le abitudini del Mamba in fatto di preparazione alle partite e regime di allenamenti. A Kobe invidiava, manco a dirlo, la volontà, la motivazione, la passione che metteva in campo nonché l’atteggiamento col quale giocava. “Se lo fa lui, che è il migliore al mondo, perché non mi devo sacrificare io” diceva a B-Shaw.

Così facendo sono arrivati anche i riconoscimenti e gli attestati di stima che ben conosciamo: dal premio di Most Improved Player (il suo per antonomasia) alle due consecutive convocazioni all’ASG, passando per i quintetti All-NBA. Nella stagione scorsa è stato a lungo inserito come serio candidato nelle discussioni per l’MVP. Nel primo turno playoffs contro Atlanta ha chiesto di marcare il migliore degli avversari (Jeff Teague) senza smettere di segnare canestri decisivi per evitare ai suoi uno dei più grossi upset della storia. Nel turno successivo ha riportato in vita a suon di triple i Pacers dal -17 dell’intervallo di gara 4 contro Washington ed infine, nelle finali di conference ha duellato alla pari con LeBron James e creato grattacapi ai 2 volte campioni NBA dei Miai Heat.

Per questo facciamo tutti il tifo per lui, indipendentemente dalla simpatia che nutriamo per questa o per quell’altra franchigia, e siamo altresì fiduciosi che possa tornare presto a giocare come ha dimostrato di poter fare negli anni addietro. George dal canto suo è consapevole di aver mosso ogni singolo passo in vita sua nel solco di un’ideale curva di apprendimento. Non rimpiange niente del suo passato e rimanda con orgoglio al mittente ogni polemica stupida sulla futilità, se comparata alla pericolosità per la salute, delle competizioni internazionali o, peggio ancora, sulla non idoneità delle strutture di sostegno dei canestri. Lui guarda oltre. Al prossimo traguardo. Come recita una specie di detto che sembra avere un certo impatto: “Hoopers hoop, regardless of time and even conditions”. I giocatori NBA (e non solo) giocano di continuo, anche se il campionato è fermo. Se non lo fanno con Team USA, vanno d’estate al Rucker Park a New York, o si affrontano nella Goodman League in Washington D.C., o ancora organizzano 5 contro 5 pomeridiani a UCLA o esibizioni di beneficenza in North Carolina.

Come ha scritto Lee Jenkins in un bellissimo articolo su Sports Illustrated:

«La stagione di Paul George è stata rovinata dal basket estivo. La sua intera carriera tuttavia è basata su di esso.»

Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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