Mitch Richmond

Once were rookies: Mitch Richmond

mitch-richmond-kansas Nome: Mitchell James “Mitch” Richmond

Città d’origine: Fort Lauderdale (Contea di Broward, Florida)

Età: 23, nato il 30/5/1965 (oggi 49 ed Hall of Famer dal 2014, formalmente dall’8 agosto)

High School: Boyd Anderson (Lauderdale Lakes, Florida)

College: Moberley Area Community College (1984-1986), Kansas State (1986-1988)

Altezza: 196cm

Peso: 98 kg (oggi indubbiamente oltre i 100, ma è rimasto in discreta forma fisica)

Ruolo: guardia

Draft: 1988, scelta numero 5 dei Golden State Warriors.

Bio

Nato e cresciuto a Fort Lauderdale, la “Venezia d’America” per le sue 170 miglia di canali interni e lo sviluppato turismo balneare, Mitchell James Richmond, ben presto semplicemente Mitch, coltiva il suo innato talento per la pallacanestro in questo ambiente apparentemente idilliaco (clima tropicale, innumerevoli possibilità di svago – non sempre innocenti – e un tasso di criminalità nella media).

Mitch Richmond è un ragazzo dal carattere mite, molto riservato, tanto che i compagni di scuola e gli amici lo chiamano “Smooth“, ma è sorretto da una enorme forza di volontà, caratteristica che lo farà volare lontano.

Sui libri non si dimostra particolarmente brillante, pur dietro le pressioni della madre Ernell, la quale desidera che il figlio riesca a tutti i costi bene negli studi. Alla Boyd Andersen High School fallisce nel diplomarsi, ma grazie alla proverbiale tenacia, partecipa ad una Summer School e, per la felicità di mamma Ernell, riesce a conquistarsi l’ambito titolo qualche mese più tardi.

Nel frattempo era riuscito a dar mostra di sé come cestista, riscuotendo ampi consensi, anche se il talento meraviglioso di cui lo ha dotato madre natura era ancora allo stato latente, in attesa di venire innescato. Al liceo gioca come ala piccola, abbinando velocità e coordinazione ad una mano delicata, ma soffrendo i ragazzi più fisici di lui, a causa di una struttura mingherlina, troppo esposta ai contrasti gioco. La tappa successiva naturalmente si chiama college basketball e Mitch Richmond accetta la proposta del Moberly Area CC, una università relativamente piccola del Missouri, ben lontano dall’amata Florida.

Richmond è un ragazzo sensibile e fin dall’inizio soffre per la nostalgia di casa, però per un biennio resiste e offre un rendimento di livello medio-alto grazie a 13,1 punti a partita in 78 gare (record eccezionale di 69 vittorie e 9 sconfitte). Per merito del giovane coach Dana Altman, (di cui Mitch Richmond diviene amico), il quale consiglia a Richmond di massacrarsi di lavoro sia in palestra, al fine di potenziare un fisico sempre troppo esile ed essere più incisivo a rimbalzo, sia a casa con la testa china sui libri per ottenere i voti necessari a trasferirsi in un college più prestigioso e migliorarsi ulteriormente. I risultati danno ragione ai due e Mitch Richmond nel 1986 può passare ai colori ben più blasonati dei Wildcats di Kansas State University.

Esempio di come una lunga carriera al college possa essere una benedizione tecnica e fisica per un giocatore che ambisce ad una carriera da protagonista in NBA, Richmond vive due annate straordinarie in canotta Wildcats, elevando ad un livello superiore il proprio gioco e divenendo la guardia tiratrice più completa disponibile al Draft del 1988.

Ciò che più colpisce è la deflagrazione totale del potenziale offensivo Mitch Richmondillimitato di Mitch Richmond: dai 13,1 punti di Moberly giunge ai 20,7 punti nei due anni a Kansas State, grazie soprattutto al cambio di ruolo, da ala piccola sottodimensionata e dal tiro ondivago si trasforma in una guardia dal buon atletismo e dalla mano letteralmente mortifera – da qualunque posizione.

Inoltre Richmond si rende protagonista delle migliori prestazioni della sua carriera universitaria proprio nel palcoscenico più luminoso: il torneo NCAA, nel quale in due anni (nel secondo conduce i Wildcats fino alle Final Eight) registra una incredibile media di 26,7 punti e 9,2 rimbalzi (memore dei consigli di Altman). Al termine del fatidico quarto anno Mitch Richmond decide rendersi eleggibile al Draft del 1988 e, oltre alla soddisfazione personale di essere selezionata con la quinta chiamata assoluta dai Warriors, riempie di orgoglio mamma Ernell laureandosi in Scienze Sociali.

Scheda tecnica

Richmond potrebbe tranquillamente essere preso come prototipo della guardia tiratrice che ogni allenatore NBA vorrebbe come titolare della propria squadra: altezza e chili adeguati al ruolo, impressionante etica lavorativa, talento sconfinato di scorer unito ad un insospettabile altruismo, trattamento di palla degno di un playmaker, eccellenti abilità balistiche dalla media e dalla lunga distanza.

I quattro anni al college, come detto, sono stati un tesoro di inestimabile valore per Mitch Richmond, infatti gli hanno permesso di maturare atleticamente (un aspetto in cui era stato sempre considerato carente) e di affinare la tecnica – già buona – e la selezione dei tiri, facendolo diventare una minaccia costante da qualunque distanza dal canestro.

Offensivamente da professionista avrà ben poco da imparare, se non il gestire un ritmo di gioco diverso rispetto a quello a cui era abituato, dal momento che il repertorio di realizzatore è tutto da ammirare (moltissime guardie NBA si sognano la varietà di soluzioni di Richmond): movimenti in avvicinamento ed in allontanamento, valido gioco in post benché non sia un corazziere, coraggio e tempismo nel penetrare a difesa schierata, tiro stilisticamente perfetto (il rilascio è rapidissimo e composto allo stesso tempo) e tremendamente efficace, ottime percentuali ai liberi. Una autentica summa dell’attaccante di razza. Viceversa nella metà campo difensiva siamo di fronte ad un giocatore tutt’altro che eccezionale, leggermente pigro nella marcatura degli avversari, spesso in ritardo negli aiuti e tendente a risparmiarsi per avere maggiore energia nella fase di attacco in cui eccelle. Tuttavia, soprattutto nelle stagioni ai Wildcats, ha dato prova di poter essere potenzialmente un ottimo difensore nelle sfide 1 vs 1 contro gli avversari più forti e quotati, nei confronti dei quali esibisce un’abnegazione ed una ferocia di cui non vi è stata traccia nella partite “ordinarie”.

Dopo aver parlato delle grandiose offensive di Richmond e pure delle sue dubbie attitudini difensive, è giunto il momento di verificare le presunte debolezze della futura guardia dei Warriors, gli aspetti del gioco su cui dovrà lavorare alla corte di Don Nelson.

Innanzitutto dal punto di vista atletico, pur irrobustitosi negli anni al college, non ci troviamo di fronte ad un prodigio, nulla a che fare con quel freak of nature di Micheal Jordan con cui presumibilmente avrà presto a che fare. Richmond regge discretamente i contatti, ma, non essendo un velocissimo, nelle sue penetrazioni a canestro si basa più sulle abilità di palleggio e su un notevole repertorio di finte, rispetto alla potenza fisica ed alla rapidità di movimenti. Un’altra pecca nel gioco di Richmond sono le palle parse: la consapevolezza delle sue doti tecniche talvolta lo porta a strafare, a tentare passaggi troppo audaci o a infilarsi in situazioni complicate quando viene raddoppiato, costringendolo al turnover così odiato dai coaches.

Punti di forza

  • Attaccante e realizzatore naturale di rara efficacia e completezza.
  • Innate doti di tiro da qualsiasi distanza e posizione, ulteriormente migliorate nei due anni a Kansas State.
  • Bagaglio tecnico d’altri tempi: trattamento di palla elegante e sicuro, movenze felpate ed una varietà impressionante di finte e movimenti palla in mano.
  • Ragazzo serio, riservato e con un’etica lavorativa lodevole.
  • Maturità psico-fisica ottimale, derivante dalla lunga esperienza nei campi del college basket.

Punti di debolezza

  • Leggermente al di sotto degli standard atletici NBA, potrebbe patire i contatti durante la stagione da rookie.
  • L’efficacia delle movenze eleganti e felpate ne maschera in parte una lentezza di fondo che potrebbe penalizzarlo tra i pro.
  • Attualmente difetta di applicazione e di efficienza nella fase difensiva.
  • La personalità schiva e poco incline alle pubbliche relazioni mal si accorda con il luccicante mondo della NBA, sempre più diretto verso lo star system.
  • È un giocatore già formato, tecnicamente ineccepibile ed ha “già” 23 anni, perciò il suo upside non pare ampio come quello di altri compagni di draft.

Best case scenario: lo stile di gioco elegante e la tecnica raffinata potrebbero renderlo, nei nostri sogni, un George Gervin con qualche centimetro in meno.

Worst case scenario: dato il talento cristallino di Mitch Richmond, almeno dovrebbe raggiungere i livelli di un realizzatore di alto rango come Dale Ellis.

Future case scenario:Eric Gordon, se la sfortuna lo abbandonasse, potrebbe essere il Richmond del 2014, meno tecnico, ma più atletico; oppure Klay Thompson se raffinasse il suo gioco offensivo, andando al di là delle ben note e straordinarie doti balistiche da dietro l’arco.

Tuttavia il giocatore che ha il maggior potenziale per arrivare ai livelli – altissimi – di Richmond, a mio modo di vedere, è Bradley Beal.

Marco

 

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