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Northwest Division Preview

La Northwest si presenta come una vera e propria tonnara per ambizioni e rapporti di forza fra le sue pretendenti. Già la scorsa stagione abbiamo rischiato il clamoroso en plein, con i giovani Nuggets estromessi dalla postseason soltanto all’ultimo tuffo, per via della sconfitta nello spareggio fratricida coi T’Wolves, per giunta arrivata in OT (l’unica Division a mandare tutte le squadre ai playoffs, dalla riforma del 2004-05, è stata la Southwest nel 2014-15.)

L’estate ha spostato poco o nulla. Il cambiamento più rilevante è rappresentato da una partenza, quella del discusso Carmelo Anthony, che ha abbandonato il progetto Thunder senza sollevare polveroni né rimpianti. I Jazz hanno messo nel motore la consapevolezza che solo una postseason disputata ad alti livelli, come la scorsa, può dare. Minnesota e Denver intendono continuare nel proprio percorso di crescita, mentre Portland ha fatto della continuità (di roster e risultati, almeno in RS) e della stabilità i propri cavalli di battaglia.

I division leader: Utah Jazz

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2017-18: 48-34, eliminati nelle Western Conference semifinals dagli Houston Rockets.

Nuovo arrivo: Grayson Allen (Duke)

Partenze: Jonas Jerebko, David Stockton

Probabile quintetto: Rubio, Mitchell, Ingles, Favors, Gobert.

Non possiamo non cominciare dai Jazz, una delle sorprese più liete dell’ultimo campionato. Parlare di sorpresa è forse improprio per la squadra di coach Snyder, viste le basi solide e ben riconoscibili su cui si fonda il progetto dei mormoni, e non da oggi. Potremmo allora definire entusiasmante la cavalcata che li ha portati, una manciata di mesi fa, a sfidare le corazzate più attrezzate della lega per un posto sulla vetta dell’ovest. Un giustiziere travestito da rookie, un australiano sfrontato, formatosi nella giungla dell’Eurolega e una difesa commovente hanno contribuito a costruire, pezzo dopo pezzo, una delle storie più coinvolgenti della scorsa stagione. Chi avrebbe mai pensato dopo l’addio dell’uomo-franchigia, Gordon Hayward, di poterli nuovamente commentare a questi livelli? Ebbene, a ben vedere, i Jazz non sono arrivati lassù per caso. Dal 24 gennaio, ovvero qualche giorno dopo il rientro di Gobert dall’infortunio al ginocchio sinistro e un paio di settimane prima di spedire altrove Iso Joe e Rodney Hood per abbracciare il factotum Crowder, Utah ha avuto un record di 29-6. Proiettando questo dato sulle 82 partite di regular season, fanno quasi 68 vittorie. Un bel numero da cui ripartire. In estate i Jazz hanno operato cambi solo marginali. È arrivato da Duke con la numero 21 all’ultimo draft, Grayson Allen, the villain of the college basketball. Dotato di un buon tiro (viene utile in angolo sugli scarichi), si è distinto finora soprattutto per attributi, approccio e capacità di capire il gioco. Rappresenta il tassello perfetto per il Sistema Jazz. Se ci aggiungiamo il temperamento, diciamo non da ragazzo del coro, non fatichiamo a comprendere perché, appena ventitreenne, sia già odiato da mezza America. Dovesse fare comunella con Ingles, la comitiva Jazz potrebbe mietere successi, come ritrovarsi a fare a botte una sera ogni due. Per il resto, è la solita storia. Avere il fresco vincitore del premio di difensore dell’anno dovrebbe aiutare. Raccontarvi che gli avversari di Utah faranno fatica a mettere punti sul tabellone offenderebbe la vostra intelligenza. Mi limito pertanto a parlare del sistema offensivo, per nulla banale. I mormoni, grazie alla possibilità di ruotare gli uomini sul campo, possiedono una doppia dimensione: palla sotto a Favors o Gobert, confidando nella loro prestanza, oppure libertà agli esterni che a suon di penetrazioni (erano 52,9 a partita lo scorso anno) attaccheranno il ferro senza tregua, propiziando corner threes (41.7% su 693 tentativi nel 2017-18.) L’abbiamo visto negli scorsi playoff, Snyder può abbassare il quintetto e allargare il campo, inserendo Crowder al posto di Favors (fresco di estensione in estate), a seconda dell’accoppiamento con gli avversari di turno. Sulle capacità realizzative di Mitchell si erano già cullati nello Utah prima che mettesse la casacca giallo-blu navy, quello che ha stupito però è stata la maturità e la naturalezza con cui ogni sera si è preso sulle spalle l’attacco dei Jazz. Che abbia ulteriormente alzato il proprio livello nella postseason rappresenta soltanto una conferma dell’assoluta qualità del ragazzo. Opposto a un grappolo di All-Star nel primo turno contro i Thunder, è risultato semplicemente il migliore sul parquet. Di fianco all’ex-Louisville, Rubio, le cui scorribande di fine aprile sono state bloccate soltanto dal malconcio bicipite femorale, è pronto ad alternare soluzioni personali a compiti di regia. Se i Jazz, infortuni permettendo, riusciranno a dare seguito alla brillante seconda parte dell’ultima stagione, supereranno le 50 vittorie col pilota automatico e potranno dare del filo da torcere alle avversarie “umane” (quelle per intendersi senza il Golden Gate Bridge effigiato sulla maglia) nella corsa al trono della Western Conference.

Gli sfidanti: Oklahoma City Thunder

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2017-18: 48-34, eliminati al primo turno dagli Utah Jazz

Nuovi arrivi: Dennis Schröder, Nerlens Noel, Hamidou Diallo (Kentucky), Timothé Luwawu-Cabarrot, Abdel Nader

Partenze: Carmelo Anthony, Nick Collison

Probabile quintetto: Westbrook, Roberson, George, J.Grant, Adams.

L’approdo durante la scorsa estate di Anthony ai Thunder a completare il BigThree con George e Westbrook aveva destato notevole curiosità. Nonostante una carriera vissuta al centro delle operazioni d’attacco delle proprie squadre, non era così assurdo pensare a un suo possibile adattamento ad un ruolo diverso nella squadra dell’MVP in carica: l’efficacia già dimostrata in situazioni di tiro spot-up autorizzava a credere in una possibile integrazione all’interno delle maglie della nuova realtà. Tuttavia la stagione ha sancito l’opposto, con Melo ridotto sempre più ad agente estraneo al contesto di gioco di OKC. La frattura è divenuta evidente e insanabile nel corso della serie contro i Jazz quando, sotto tecnicamente fin da gara 2, coach Donovan ha capito tardivamente di poter trarre maggiori benefici dall’assetto con Jerami Grant, più difensore, più mobile, meno accentratore, al posto del suo numero 7. I Thunder sono stati eliminati, sono piovute secchiate di critiche ma Melo, imperterrito, ha esercitato la player option da 27,9 milioni di dollari che gli spettava. Vedendo lievitare, causa la concomitante firma di Paul George, il monte ingaggi e la conseguente tassa di lusso oltre i limiti della decenza (per il livello tecnico della squadra), Presti si è inventato la scorciatoia della trade con Atlanta, tirando un enorme sospiro di sollievo. Potrebbe trattarsi di un clamoroso caso di addiction by subtraction, come amano dire negli States. È pur vero che in questo caso l’aggiunta non è data soltanto dall’aver fatto a meno dei servigi dell’ex-Syracuse: in cambio dagli Hawks è arrivato anche Dennis Schröder, un’altra dinamo di energia per affiancare e fare da back-up a Westbrook. L’altra novità di rilievo è costituita dalla firma del free agent Nerlens Noel, potenziale da sesta scelta assoluta (come fu nel 2013) rimasto però astrattamente disegnato sulla carta. Reduce da una stagione a Dallas spezzata dall’operazione al pollice di dicembre, è atteso all’ennesima prova del 9 della sua pur ancor giovane carriera. La verticalità, che porta in dote e grazie alla quale stoppa e va a rimbalzo con tempismo, minaccia di essere terribilmente funzionale al progetto Thunder. Donovan non disdegnerebbe di vedere i suoi andare da una metà campo all’altra più celermente del solito. Per “i suoi” si intende tutti e 5 i suoi, o quasi, non il solo Westbrook. Sicuramente Noel e Schröder portano alla causa un incremento di atletismo ed energia, utile per correre lungo il campo e concludere al ferro. Può essere considerata un’aggiunta anche il rientro di Roberson dall’infermeria, nonostante sia di questi giorni la notizia di una complicazione nel suo recupero. Sarà rivalutato nei prossimi due mesi. Il buon Andre non sarà la panacea di tutti i mali, ma con lui in campo prima dell’infortunio Donovan pareva aver trovato una parvenza di quadra. Ovviamente le fortune di OKC restano saldamente in mano alla coppia Westbrook-George, con Adams a far loro da scorta. Il fatto di aver trattenuto PG13 rappresenta sicuramente una vittoria per il management di Oklahoma City. Perché non resti però soltanto una bellissima Vittoria di Pirro, mister tripla-doppia e il nativo di Palmdale devono iniziare a girare anche sul parquet, oltre che nei festini. Come detto in altre occasioni, se mai esiste un naturale complemento di uno come Russell, è probabile che non si discosti molto dalle caratteristiche di Playoff P, fra gli All-Star NBA forse quello che necessita di aver la palla in mano meno possibile per essere realmente produttivo. Il quantitativo di talento a disposizione di Billy Donovan è certamente da elite della lega. La panchina è più profonda di 12 mesi fa. Anche la chimica di squadra appare migliorata. Partendo dal presupposto che nel 2017-18, nonostante un percorso a dir poco tortuoso e altalenante, sono arrivate 48 vittorie, OKC non faticherà in questa stagione a migliorare il record. A livello di proiezioni siamo più o meno sullo stesso livello dei Jazz, se non più in alto. Trattandosi però di Thunder e di Russell Westbrook, qualora aveste 5 centesimi da scommettere, meglio rivolgersi verso il Grande Lago Salato.

La costante: Portland Trail Blazers

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2017-18: 49-33, eliminati al primo turno dai New Orleans Pelicans

Nuovi arrivi: Seth Curry, Nik Stauskas, Anfernee Simons (IMG Academy), Gary Trent Jr. (Duke)

Partenze: Ed Davis, Shabazz Napier, Pat Connaughton

Probabile quintetto: Lillard, McCollum, Harkless, Aminu, Nurkic

Se finora abbiamo giocato d’azzardo con i Thunder, adesso andiamo sul sicuro con i Blazers. Possiamo star tranquilli che Portland disputerà l’ennesima stagione di ottimo livello, che per la sesta di fila giocherà per i playoff (anche se la concorrenza è ulteriormente aumentata), ma che altrettanto certamente, a meno di grossi e imprevisti (il salary cap è impegnato per 135,6 milioni di dollari) scossoni a livello di mercato durante la stagione, non potrà avere grosse velleità nel Far West della postseason. Naturalmente nell’Oregon tutto nasce da (e forse muore con) quello che può essere considerato il backcourt più produttivo della lega, sempre tenendo presente che nella Baia giocano a un altro sport e che la produzione di punti del duo Harden-Paul è nettamente sbilanciata in favore del primo: la coppia Lillard-McCollum. Il primo viene dalla fresca elezione nel Primo Quintetto NBA, giusto riconoscimento per un atleta troppo spesso dimenticato, reso purtroppo come minimo meno appagante dalle difficoltà incontrate nella postseason. McCollum ha preso confidenza con i microfoni ma non ha perso quella con le retine. Dalla vena realizzativa dei due esterni, apparsi migliorati anche in difesa nell’ultima stagione, dipendono gli umori delle serate degli abitanti della “Città delle Rose.” In estate il presidente delle Basketball Operations Neil Olshey ha rinnovato Nurkic per 4 anni a 48 milioni: tutto sommato un buon affare. The Bosnian Beast nella scorsa stagione non ha reso esattamente come nelle 20 partite di regular season del 2017, anno in cui arrivò. O meglio, conosciute le sue possibilità, il suo rendimento non è stato così sorprendente. Rimane comunque un elemento imprescindibile dello scacchiere di Stotts, a maggior ragione adesso che il terzo miglior rimbalzista, Ed Davis (7,4 a sera, ma su un numero significativamente inferiore di minuti giocati rispetto ad Aminu), si è accasato a Brooklyn. Dover fare a meno dei servigi dell’ex-Tar Heel rappresenta proprio uno dei (pochi) punti di domanda della stagione. Dal momento che non è stato tecnicamente rimpiazzato, i suoi minuti verranno distribuiti fra Zach Collins, atteso ad una crescita sostanziale, e Jack Layman. Nell’ultima RS sotto i tabelloni di Portland c’era ben poco da scherzare: le oltre 90 chance di rimbalzo a partita (secondi solo a Phila), oltre a testimoniare probabilmente un elevato numero di conclusioni verso il canestro prodotto dai soliti (due) noti, stanno ad indicare la notevole densità delle maglie rosso-nere nei pressi del rimbalzo. I Blazers hanno fatto bene anche nella difesa sul tiro da fuori: sesti nel 2017-18 con 9,6 triple concesse. Proprio per aumentare la pericolosità da oltre l’arco sono arrivati sulle sponde del Willamette River Nik Stauskas e soprattutto Seth Curry (43.2% in carriera) che, a causa della tremenda frattura da stress alla tibia che ha arrestato la sua crescita a Dallas, freme per ritornare a giocare. Il rookie ragazzino Anfernee Simons seppure sembri più maturo di quanto stia scritto sulla carta d’identità (1999) dovrebbe essere ancora “verde” per iniziare a contribuire da subito. Abbiamo pronosticato sopra un’altra stagione di ottimo livello. Il problema è che nel selvaggio ovest di quest’anno potrebbe non bastare per fare i playoff, soprattutto alla luce del fatto che Nuggets e Lakers appaiono rispettivamente maturati e rinforzati.

Gli emergenti: Denver Nuggets

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2017-18: 46-36

Nuovi arrivi: Isaiah Thomas, Michael Porter Jr. (Missouri)

Partenze: Wilson Chandler, Kenneth Faried, Darrell Arthur, Devin Harris

Probabile quintetto: J.Murray, G.Harris, Barton, Millsap, Jokic

Come si evince dalla riga sulle partenze, in Colorado si è fatta un po’ di pulizia nel roster. Chandler, Faried e Arthur sono finiti altrove: segno che la vecchia guardia, quella per intendersi di cui fino a qualche tempo fa faceva parte anche Gallinari, andava sgombrata. Devin Harris non fa testo, avendo disputato in maglia Nuggets soltanto 27 partite. Dei grandi “vecchi” è rimasto solo quello più coriaceo, Millsap, che però tanto coriaceo non dev’esser stato, essendo rientrato a fine febbraio dopo l’infortunio di novembre al polso sinistro. Diciamo allora che l’ex-Jazz, arrivato alla stagione numero 13, se da una parte ha perso colpi da un punto di vista della salute fisica, dall’altra resta uno dei più duri della NBA. E quest’anno è chiamato a fare da chioccia a un gruppo di terribili ragazzini nati negli anni ’90. Il più terribile di tutti è anche il miglior centro passatore della lega. Si chiama Nikola Jokic e come il Westbrook di cui sopra guida la sua squadra per punti, rimbalzi e assist. Non potrebbe però avere una mentalità più diversa da Russ, lo dice il suo coach, Mike Malone: «per Nikola essere aggressivo non significa segnare, significa avere playmaking, andare in lunetta, strappare rimbalzi.» Tutte cose che fa Westbrook, è vero, ma saremmo curiosi di sapere in quale ordine le metta il suo allenatore Donovan. Quando il totem serbo è andato in doppia-doppia nella scorsa stagione, Denver era 27-11. Adesso va di moda chiamare “unicorni” tutti quei giocatori che in qualche modo fanno sul campo ciò che non ci dovremmo aspettare da loro. Jokic non è solo un unicorno, è un facilitatore, in grado di elevare il rendimento dei compagni. Avere uno così nello spot di 5 può sorprendere i piani delle difese avversarie. Se poi decide anche di segnare, riesce a farlo senza grossi problemi. Il cosiddetto basketball IQ di cui dispone ha pochi eguali nel ruolo. Al termine della loro stagione da rookie, e ancora dopo quella da sophomore, di fronte a un’ipotetica scelta fra Jokic e Towns, nessuno avrebbe avuto dubbi. Adesso come stanno le cose? Parlando di previsioni, non possiamo omettere un’indicazione emersa dalla classica 2019 GM Survey, la serie di sondaggi pubblicati prima dell’inizio di stagione con cui vengono diffusi i pareri autorevoli di coloro che in ogni squadra costruiscono i rispettivi roster. Alla domandona “Quale giocatore avrà una breakout season?” Jamal Murray con il 20% delle preferenze si è attestato al primo posto, distanziando nettamente i secondi a pari merito, Brandon Ingram e Jayson Tatum, non Ciccio e Gonzo della partitina del mercoledì. Considerato uno che lavora duro, Murray è emerso nell’ultima stagione anche come punto di riferimento a cui affidare le conclusioni nei momenti decisivi delle gare: con Barton e Jokic uno dei tre in grado di determinare più cose negli ultimi minuti, fra i tre quello con la migliore true shooting percentage, ovvero 62,4. Nella lega solo Paul è stato al suo livello per freddezza dalla linea della carità nelle situazioni cosiddette clutch, ovvero negli ultimi minuti con il punteggio in bilico: 26/27 ai liberi. Se aggiungiamo che, libero dal dolore dopo la doppia operazione di ernia dell’estate 2017, ha notevolmente aumentato il livello di esplosività e, di conseguenza, il volume dei punti nel pitturato (5,8 nella stagione 2017-18), abbiamo il quadro di un giocatore completo: il raggio di tiro non è mai stato un problema. Murray è diventato decisamente più efficace dal palleggio (60.2% nelle conclusioni non assistite), mantenendosi pericoloso sugli scarichi (1278 punti in situazioni di catch & shoot.) Il guaio è che ha soltanto 21 anni. Ma il maggiore pericolo dal perimetro arriva da Gary Harris (39.6%, come Jokic), altro infante prodigio della nidiata delle Pepite. In estate, oltre al ricco prolungamento di Jokic, è stato rifirmato anche Will Barton, nono fra i marcatori dalla panchina durante la scorsa stagione. Porter Jr. e Thomas non sarebbero dovuti essere qui. Due anni fa Porter Jr. era considerato tra i migliori high schooler del paese mentre IT arrivava quinto nelle votazioni per l’MVP. Una lunga storia di infortuni, alla schiena per il primo, all’anca per il secondo, ha inflitto un duro colpo alle rispettive quotazioni e dunque carriere. Il rookie da Missouri, che ancora fino a pochi mesi fa veniva incluso nelle primissime posizioni al draft di giugno 2018, è un naturale candidato ad occupare, salute permettendo, uno degli spot fra la coppia Murray-Harris e Jokic all’interno del quintetto di partenza, diciamo nell’arco di un paio di stagioni. Molto più difficile invece immaginare un ruolo di rilievo per il piccolo grande Thomas, che nelle gerarchie di Malone parte dietro (nettamente) al backcourt di cui sopra. Tornerà comunque utile come produttore di punti dalla panchina in pochi minuti, dato che l’apporto di Barton è stato trasferito in quintetto. Mason Plumlee e Trey Lyles completano la rotazione dei lunghi. I Nuggets sono senza dubbio una delle realtà emergenti del campionato. Se ad aprile scorso sono stati estromessi dall’accesso ai playoff all’ultima gara, dopo un tempo supplementare, siamo pronti a scommettere che tale, triste destino sia destinato (scusate la ripetizione) a non ripetersi. Anzi, vogliamo sbilanciarci: Denver farà i playoff, flirtando con le 50 vittorie e darà del filo da torcere agli avversari di primo turno, chiunque essi siano.

Gli indecifrabili: Minnesota Timberwolves

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2017-18: 47-35, eliminati al primo round dagli Houston Rockets

Nuovi arrivi: Loul Deng, Anthony Tolliver, Josh Okogie (Georgia Institute of Technology), Keita Bates-Diop (Ohio State)

Partenze: Nemanja Bjelica, Cole Aldrich, Jamal Crawford, Aaron Brooks

Probabile quintetto: Teague, Butler, Wiggins, Gibson, Towns

Inutile girarci attorno. Cosa farà Butler? Probabilmente nelle ore in cui esce l’articolo avrà già trovato una nuova sistemazione per il prosieguo della sua carriera NBA. Al momento è possibile affermare, con buona probabilità di non essere smentiti, che se ne andrà ma non è dato sapere dove. Nelle scorse settimane ci ha provato intensamente Miami. Il management tuttavia fa finta di non sentire da quell’orecchio. Le notizie che ci arrivano dal campo di allenamento dei T’Wolves non sono incoraggianti. Lo show dell’ex-Bulls nelle due partitelle andate in scena al suo rientro in campo qualche giorno fa è già passato agli annali. «Hai bisogno di me. Senza di me non puoi vincere.» Avrebbe detto a Scott Layden, il GM della squadra, in un momento di autentica trance agonistica data dalla sfida che aveva imbastito con le altre due stelle (o presunte tali) della squadra. In effetti, ci sentiamo di dare ragione al buon Jimmy. Senza di lui, Minnesota ha poche, se non nulle, possibilità di competere nella durissima Northwest Division. KAT è apparso in calo negli ultimi 12 mesi, complice forse la presenza ingombrante proprio di uno come Butler, che si è preso la leadership dal primo giorno in cui ha messo piede alla practice facility dei T’Wolves e non l’ha più mollata, esercitandola alla sua maniera. Non conosciamo Towns di persona, ma i modi bruti del compagno potrebbero averlo messo in soggezione. Di sicuro da un punto di vista tecnico la sua centralità nell’attacco di Minnesota è venuta un po’ meno, costretto com’era a fare i conti con la nuova opzione numero uno della squadra, chiaramente Butler. Non dover più condividere il parquet con il 23 potrebbe imprimere una nuova impennata alle cifre del bigman. Peccato, perché la convivenza nello spogliatoio invece, accanto ad uno a cui certamente non fa difetto quel fuoco interiore che ti spinge a sacrificare tutto te stesso per raggiungere gli obiettivi, avrebbe contribuito quanto meno a temprare il carattere dell’ex-Wildcat. Perché, sempre a detta dello stesso Butler, ciò che manca ai T’Wolves, segnatamente a Towns e Wiggins, non è certo il talento. Andrew doveva essere il nuovo faro della lega. È ormai chiaro che non lo potrà mai diventare. Il canadese è probabilmente quello che ha sofferto di più l’arrivo di Butler. Reduce da un’annata in cui aveva fatto registrare i massimi in carriera per minutaggio, punti segnati e percentuali di tiro da 3, progressi che potevano far presagire una definitiva esplosione del ragazzo, è clamorosamente tornato indietro, di almeno dieci passi. Osservandolo in campo, dava l’impressione di essere come smarrito, insicuro, quasi avesse perso gran parte delle proprie sicurezze. Nei 36 minuti e spiccioli in cui stava in campo ogni sera alternava momenti di buona ispirazione da un punto di vista realizzativo a momenti in cui persino ti potevi dimenticare della sua presenza, tanto era impalpabile. Per il resto, la rimpatriata dei vecchi Tori, a più o meno un lustro di distanza, non scalda molto il pubblico degli appassionati. Se l’annuale a 2,4 milioni dato a Deng lascia il tempo che trova, è forse coach Thibs a convincere ormai meno di tutti. Il trapianto urgente dei suoi concetti difensivi nel Minnesota non è ancora riuscito: i 110,1 punti concessi ogni 100 possessi hanno catapultato la squadra nei bassifondi della lega. È vero, ha avuto il grande merito di riportare i T’Wolves ai playoff, che mancavano dal lontano 2004. Però il suo basket non sembra efficace come un tempo. Per il momento si è opposto strenuamente alla cessione di Butler ed è rimasto probabilmente l’unico suo alleato in tutto lo stato del Minnesota. Posto che Butler in un imprecisato momento fra qui e la trade deadline faccia le valigie, è difficile pronosticare i Timberwolves nuovamente ai playoff. Probabilmente saranno loro i primi candidati a lasciare spazio all’ascesa di Lakers e Nuggets nella Western Conference. Sempre che Wiggins e Towns non mostrino di aver appreso la lezione di etica lavorativa dal professor Butler, che Teague non si dimostri un valido cocchiere, che Tyus Jones non faccia un ulteriore salto di qualità, che D-Rose… no, non aggiungiamo niente su Rose…

Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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