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Non dimenticatevi di DeMarcus Cousins

“It’s been the longest year of my life. I’m looking forward to the new year and the new blessings. New tests. New excitement. Fresh year. Fresh start…”

DeMarcus Cousins, in un’intervista rilasciata sul sito di “The Undefeated” il 31 Dicembre 2018. In vista dell’anno nuovo e del prossimo ritorno in campo, decide di dare sfogo a tutta la frustrazione accumulata in quello che ha definito “the longest year of my life”, cominciando col raccontare al mondo la sua esperienza infernale. Allo stesso tempo, magari, celando l’intento di rimettersi sulla mappa, una sorta di annuncio ai lunghi della Lega che da lì a breve avrebbero avuto un problema in più ad attenderli nel pitturato. Il 2019 sarebbe stato l’anno che, nella sua visione, avrebbe ricomposto i pezzi di una carriera segnata da una cicatrice piuttosto ardua da ricucire, la rottura del tendine d’Achille che lo ha costretto lontano dai parquet NBA per 358 giorni. Per una delle tante congiunzioni astrali a sfavore dell’ex Golden State, l’infortunio è dovuto capitare proprio nella stagione che gli avrebbe finalmente regalato il tanto agognato, e meritato, max contract. Quel max contract, è doveroso precisare, non si trattava solo di guadagnare una quantità rivoltante di verdoni, era molto di più per un giocatore con il suo trascorso. E badate, Cousins è secondo a pochissimi nel rapporto talento per cattiva sorte (aggiungiamo anche che non si tratta esattamente dell’epitome del politically correct dentro e fuori dal campo).

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Partiamo dall’inizio, che accomuna la stragrande maggioranza delle future superstars di questo sport, il draft NBA. Lo show, le luci, l’hype, la notte in cui è più semplice, e anche più affascinante, convincersi che la propria squadra del cuore abbia draftato il prossimo pluri-MVP con la scelta in lottery che in media riserva un solido role player. Poi ci sono i giocatori, eccitati, sicuramente, solo all’idea di essere lì, in procinto di conoscere la loro prossima destinazione, in cui pianificano di depositare la propria legacy, e nel momento in cui si trovano davanti al sogno della tua vita, una vale l’altra, conta solamente che a breve potranno indossare l’ambita canotta col proprio nome cucitovi e sopra di esso, il marchio bianco/rosso/blu, raffigurante uno stilizzato Jerry West che palleggia nell’intento di andare a canestro.

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Nello sport, ma sarebbe più appropriato dire nella storia, esistono persone capaci di trovarsi puntualmente nel posto giusto al momento giusto. Tentiamo, in ogni caso, di rimanere nel nostro microcosmo di 28×15, prendiamo a esempio un giocatore che sfido chiunque a considerare più di un giocatore da quintetto o sesto uomo, Robert Horry. Big Shot Rob non ha bisogno di presentazioni: sette anelli distribuiti in tre squadre diverse, ha avuto il privilegio di calcare arene al fianco di alcuni dei giocatori più dominanti di questo sport, può fregiarsi di un numero singolare di canestri decisivi, soprattutto in partite cruciali. Ecco, se avete mai sentito almeno pronunciare il nome di DeMarcus Cousins, arduamente l’avrete avvicinato all’espressione “nel posto giusto al momento giusto”. Anzi, si può dire sia il giocatore più dotato di capacità di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, essendo al contempo un notevole ambasciatore della legge di Murphy nella NBA. Ho sempre avuto questa immagine di lui, prima ancora che effettuasse il suo primo trasferimento e che accorressero i veri problemi nella carriera, e vita, del ragazzone da Mobile, Alabama.

E, se ciò che poteva andare male nel viaggio di Cousins è andato male, tale assioma trova conferma dal draft NBA, precisamente l’edizione del 2010, in cui fu costretto a prestare i propri servizi per una franchigia che stava attraversando -e continuerà sulla stessa strada per altre 8 stagioni- gli anni tra i più perdenti e mal gestiti che una squadra NBA possa ricordare. Quante le scelte sbagliate, in lottery e non, da uno dei front office più disastrosi del decennio. Certo, ai giorni nostri, nel 2019, potremmo dire che le dinamiche siano finalmente a loro favore, che siamo alla “luce in fondo al tunnel” decantata dal nostro Alessandro Carpi, ma fin quando DeMarcus ha avuto casa nella capitale Californiana, sono noti i disastrosi esiti.

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Rimane in ostaggio a Sacramento in 6 dimenticabili stagioni, passati tra cicliche implosioni dirigenziali -a detrimento del coaching staff e roster- e 25 minuti di Jason Thompson quotidiani. Sacramento è la peggior destinazione, cestistica e non, in cui potesse capitare. Certo, al tempo nemmeno Washington o Philadelphia avrebbero riservato il contesto più competitivo possibile, ma almeno una città oltre la soglia del decoroso e un mercato perlomeno appetibile. Unica nota in qualche modo interpretabile “positiva” di una permanenza nella squadra incubo della decade, è che in questi anni di nulla competitività, il proveniente da Kentucky University ha avuto massimo spazio espressivo, essendo stato praticamente l’unica valida opzione offensiva di un roster che al suo picco si è potuto fregiare della presenza in quintetto di nientemeno che Rudy Gay e Darren Collison. Così abbiamo avuto modo di assistere a uno dei centri più completi, in termini di versatilità, che il gioco del basket ci abbia mai regalato. Caratterizzato da uno skillset totalmente privo di precedenti, è minaccioso offensivamente in pressoché ogni situazione, che sia una tripla con spazio o che la difesa lo costringa a metterla a terra e giocarsi il possesso dal palleggio, che è senza dubbio il più raffinato che possiate trovare nel reparto lunghi della Association. Nel mio punto di vista il soggetto discusso è pressapoco di una guardia di 2.10, un po’ fiacco nel movimento, certo, ma comunque dotato di un’eleganza nel portare quella boccia che a volte ci si chiede se non possa giocare veramente da point guard. Impeccabili anche le sue letture, che raramente cadono nel banale, sorprendendo di tanto in tanto gli stessi compagni di squadra, che si potrebbero trovare nelle mani un pallone inaspettato. Appurato che gli siano stati donati una quantità di talenti insensata, ricordiamo che uno di questi non è il controllo dei propri istinti in campo e fuori, ingaggiando relazioni complesse prima con i soli arbitri e poi con le leggi federali, ma su queste ultime ci torneremo più avanti. E’ stato semplice per avversari e media usare questo suo controverso aspetto per diversi scopi, che possono comprendere ottenere un vantaggio in campo giocando con la turbata psiche di DMC, nel primo caso, mentre i secondi hanno marciato volentieri su questo suo aspetto mentale, che lo ha destinato a entrare nell’immaginario collettivo come un giocatore dal tecnico facile, più che per la superstar quale è. O meglio, quale era. Passiamo dunque alle note veramente dolenti del cammino di Cousins.

La sua reclusione forzata nel cuore della California termina a Gennaio 2017. Direzione? Rotta a Sud – Est, New Orleans è la terra promessa. Fortemente voluto da Davis, insieme formeranno una coppia di lunghi da consegnare alla storia come, oggettivamente, una delle più complete sui due lati del campo, con particolare riguardo per il pitturato e dintorni. I risultati di squadra non sono dei più brillanti, si prendono il loro tempo per far girare gli ingranaggi di una complessa macchina da pallacanestro. La notizia è che ci riuscirono, intorno alla seconda parte di stagione dell’annata 2017/2018, questi improbabili Pelicans sembravano andare, e per davvero. E anche se avessero fallito miseramente, il nostro massiccio protagonista sarebbe diventato free agent quell’estate, fresco di un’annata da 25/13/5.5 -per la cronaca, nella stagione MVP il Greco ha viaggiato con 27.7/12.5/6- che gli avrebbe permesso di decidere dove far fiorire la sua carriera facendo pagare a peso d’oro la sua decisione alla società eletta. Cosa poteva andare storto per il nostro Boogie? E’ la notte del 26 Gennaio 2018, secondi finali di una partita contro i Rockets; subito dopo aver tentato di rubare un rimbalzo offensivo a seguito di un tiro libero, si accascia sul terreno di gioco; dolori lancinanti tra la caviglia e il polpaccio, non è il solo tendine a spaccarsi, ma la sua carriera, rispettivamente in quello che c’era prima, e quello che è venuto dopo l’infortunio.

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Ci credete se vi dico che non è stato nemmeno il giorno più cupo del 2018 di Cousins? Quello fu, nelle sue parole, la morte di sua nonna, il 26 Dicembre. L’inizio e la fine dell’anno rispecchiano fedelmente ciò che ha passato Boogie in quei 12 mesi: travagli nella vita personale, difficoltà al limite dell’insormontabilità in quella professionale, concordando a creare un clima di costante frustrazione. E il 2019 non avrebbe riservato i “new blessings” che tanto avrebbe desiderato, e meritato. Fast-forward alla sua prima avventura sul campo. E’ chiaro che non è, e non può essere, il vecchio DMC, sebbene molti si concedono di credere ancora in un lento, ma efficace, recupero. Ah, e nel frattempo risiede anche sulle sponde di una certa baia, in un interessante rapporto di simbiosi con l’associazione degli Warriors, in cui da una parte il giocatore offre manforte in uno spot del roster storicamente vacante per i gialloblu edizione superteam, e dall’altra Golden State assicura -e c’erano tutte le premesse perchè ciò avvenisse senza intoppi- un anello da aggiungere alla modesta argenteria di casa Cousins. Tutti conoscete l’esito di questo rapporto, all’apparenza brillantemente studiato. Ricordate “se qualcosa può andare male, andrà male”? Ecco, e non è nemmeno finita qui, perchè in qualunque caso il nostro sventurato eroe avrebbe comunque la possibilità di riprendersi in offseason, per tornare, non dico un perenne primo o secondo quintetto All-NBA , ma almeno un All-Star affermato.

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Passa il tempo, passa il draft, passa l’apertura del mercato, passano i Free Agent principali, dopo una settimana che è sembrata un secolo passa anche Kawhi, passa l’infuocato Giugno di traslochi e trade di dubbio gusto. DeMarcus è ancora senza contratto, trattato alla stregua di un Trey Lyles qualunque (senza nulla togliere a Lyles che avrà modo di crescere agli Spurs). Fortunatamente, il 6 Luglio arriva, provvidenziale, la chiamata dalla “franchigia che clamorosamente non c’è in questi playoffs… si, bravi. Quella”, per citare un noto collega di redazione. Cousins è di nuovo lì, al nuovo, promettente inizio. C’è Los Angeles, c’è LeBron, ma soprattutto c’è Davis, che lo ha voluto fortemente per formare un’insospettabile reunion con benedizione di King James nella città degli angeli. Tutto troppo bello per essere Boogie, vero? Neanche il tempo di provare come gli sta il giallo/viola, che è di nuovo per terra, stavolta in una partitella estiva, il dolore è allo stesso modo lancinante, sempre alla stessa gamba, la sinistra, stavolta più altolocato rispetto al tendine. Così, poco tempo fa -era il 15 Agosto- anche il legamento crociato anteriore subisce un danno irreparabile. Se non dovessero essere abbastanza i problemi relativi puramente alla palla a spicchi, Cousins ne trova -questa volta colpevolmente- anche fuori dalle palestre; come molti saprete è fresco di mandato di cattura per aver usato toni, per così dire, “sgarbati” nei confronti della sua ex-fidanzata, in un’accesa discussione a proposito della partecipazione di loro figlio al matrimonio del padre, chiaramente con un’altra donna.

Questo, tristemente, potrebbe essere stata l’ultima volta in cui abbiamo prestato tanta attenzione a un giocatore che, al netto di un tendine e un crociato malridotti, sembra aver già dato tutto a questo gioco. L’abbiamo sempre aspettato, sin dagli anni di Sacramento, aspettando che si trovasse in un contesto competitivo perché lo considerassimo per il fenomeno che era, senza mai apprezzarlo quanto si sarebbe meritato. E’ vero che a New Orleans ha ricevuto il giusto credito, ma solo per quelle poche settimane in cui la coesistenza con Davis aveva iniziato a dare i suoi frutti. Quelle settimane, e poi nulla. Così terminò l’amara epopea di DeMarcus Cousins, un paio di saltelli zoppicanti, e poi un pallido tonfo sul lucido pavimento dello Smoothie King Center. Non possiamo salvare la carriera di DMC, nessuno può farlo, l’unica cosa che ci rimane è ricordarlo, come una star atipica, non di certo come la faccia pulita che tanto garba agli uffici marketing della NBA. Ma sempre di stella si tratta, e per di più dal debordante talento, e non merita di sparire così, di punto in bianco, dalla mappa dei lunghi più rimarchevoli della nostra epoca. Non dimentichiamolo. Non dimenticatevi di DeMarcus Cousins.

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Riccardo Russo

Riccardo Russo

Nato a Senigallia, cresciuto in Ancona, fino a qualche anno fa la pallacanestro sapevo a malapena cosa fosse. Scopro questo meraviglioso sport tramite l'inarrivabile lega a stelle e strisce, che ha definito il mio rapporto col gioco di Naismith inizialmente come un vago interesse (sempre secondario, tra quelli sportivi, al calcio) poi passione, e ora si può dire oscilli tra la dipendenza e la malattia, che evito con piacere di curare.

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