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Nel nome di Giannis, la maglia di Rondo e no ai superteams

E’ iniziata la preseason!!!
Parte della nostra crisi da distacco verso la NBA è finita, perché sebbene giochino spesso loschi figuri o personaggi che mai e poi mai faranno qualsivoglia squadra in regular season, anche le partite d’avvicinamento alla stagione hanno il loro culto. Forse proprio per scovare e scoutizzare quei giocatori che nessuno conosce.
C’è anche chi non conosce i nomi dei giocatori…ma questo lo vedremo tra poco nel nostro solito viaggio dei takeaways settimanali.

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Giannis Antetokounmpo

Che the Greek freak sia una trovata americana per cavarsi d’impiccio è evidente. Per cultura e abitudini in America tendono a sentirsi esclusivi e a non volersi mischiare con il resto del mondo, soprattutto quando si parla di greci.
Coach K all’epoca parlava “del numero 4” per riferirsi a Theodoros Papaloukas che gli aveva appena fatto un fondoschiena a forma di cancello, quindi figuriamoci cosa possa venire fuori da un cognome ancora più difficile.
Per qualsiasi bipede dotato di lingua provare a pronunciare il cognome Antetokounmpo è perlomeno difficile, se poi pensiamo che spesso dobbiamo pure scriverlo, capiamo che la grafia è anche quasi più complicata della fonìa.
A venirci in soccorso c’è un super Stacy King, commentatore televisivo dei Bulls, che ha cercato in tutti i modi di storpiare il cognome di Giannis. Non ha voluto chiamarlo Greek freak sentendosi confidente nei propri mezzi, ma come potrete vedere dal video i risultati sono stati disastrosi.
Ci fosse ancora Mai dire gol con la Gialappa’s ci starebbe alla perfezione un ipse dixit all’Alberto Tomba.

 

Le maglie costano…l’home made vince sempre.

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Ormai con l’andirivieni di giocatori non si può più stare tranquilli. Non si fa in tempo ad affezionarsi e identificarsi in un gruppo o ancor più in un giocatore che in un attimo questo viene tradato, decide di andarsene o viene messo alla porta, disorientando il tifoso ma soprattutto facendo fare i salti di gioia ai venditori di magliette e abbigliamento delle squadre.
Ogni anno si cambia quel particolare (spesso inutile) della divisa che la fa mutare dalla versione 2015 a quella 2016 e un vero tifoso non può mai rimanere indietro sull’apparel della propria squadra. Escono così dal conto dollari/euro in quantità.
Ovviamente non tutti hanno budget e risorse sufficienti per potersi permettere cambi di maglia a ogni piè sospinto, quindi un po’ per ingegno e un po’ per apparire alternativi e diventare un tweet virale, alcuni s’inventano l’editing manuale dei nomi.
Come questo tifoso dei Chicago Bulls che aveva comprato la maglia di Derrick Rose, magari nell’anno da MVP sfoggiandola con grande orgoglio, salvo poi trovarsi qualche anno dopo senza Rose in squadra, ma con un giocatore simile per nome e per numero.
L’arte poi ha fatto il resto nel rendere l’1 e Rose, un 9 e Rondo. Però si vede che di arte gli americani non è che siano proprio bravissimi…

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Superteam? No grazie.

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Una bellissima meme uscita su Twitter ritrare in due metà dello schermo prima Kevin Durant e Lebron James, poi il viceversa. Nel 2010 Kevin Durant era il giocatore più amato di tutti, attaccato alla sua città e al suo gruppo, mentre LBJ un traditore che lascia casa sua per andare nella seconda versione di un superteam dopo i Celtics di Allen-Pierce-Garnett.
Nel 2016 la diapositiva si ribalta completamente: LeBron è tornato a casa, è il miglior giocatore della lega e il più amato per aver portato la squadra della sua città al titolo dopo 52 anni. Durant passa dalla parte sbagliata, mollando la sua squadra e una città ai suoi piedi per andare nel superteam degli Warriors a farsi sostanzialmente odiare dal mondo NBA al di fuori di San Francisco.
A corollario di ciò ha detto la sua anche un leader emergente della lega come Damian Lillard che ha commentato così la scelta:

“Io non andrei mai e poi mai a comporre un superteam. Sono troppo orgoglioso per andare a vincere un anello con chi me lo ha impedito solamente qualche mese prima. E’ una questione di orgoglio personale e di desiderio di sfida. Sono fatto così”.

Questo fa da eco alla frase che vi avevamo riportato settimana scorsa detta da Danilo Gallinari che aveva sostanzialmente sposato la linea del giocatore di Portland dicendo che pur rispettando la scelta del collega, non la condivideva.
Finchè sono i tifosi a sentirsi traditi, tutto può assumere un connotato superficiale, ma quando sono diversi colleghi a schierarsi apertamente contro una scelta del genere, l’obbligo a rifletterci su anche da parte di un super campione come KD c’è.

Simone Mazzola

Simone Mazzola

Sono Simone Mazzola ho 30 anni e seguo il basket da quando ne ho 13. Appassionato di NBA, Legabasket, Eurolega e tutto ciò che ha palla a spicchi, seguo in particolare le vicende dei Thunder e dei Sixers. I columnist NBA preferiti sono Zach Lowe e Marc Spears mentre il giocatore preferito è Kevin Durant. Ho scritto due libri. Uno a più mani dal titolo: "All-around: dodici storie, una passione" e uno da solo che si chiama "American Dream" e parla della mia esperienza da giornalista alle Finals NBA 2012.

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