NBA Commissioner Adam Silver Press Conference

NBA rules

“Ma l’America è lontana, dall’altra parte della luna”
(L. Dalla, “Anna e Marco”, 1979)

“E davvero, questa America dei letterati, calda di sangui di popoli diversi, fumosa di ciminiere ed irrigua di campi, ribelle alle ipocrisie chiesastiche, urlante di scioperi e di masse in lotta, diventava un simbolo complesso di tutti i fermenti e di tutte le realtà contemporanee, un misto di America, di Russia e d’Italia, con in più un sapore di terre primitive – una incomposta sintesi di tutto ciò che il fascismo pretendeva di negare, di escludere”.
(I. Calvino, Introduzione ai saggi di Pavese, 1953)

Dai, fate outing. Ce l’avete anche voi. Massì, l’amico NBerd, che vi perseguita da anni decantando la superiorità assoluta della massima associazione cestofila statunitense, in gioco, copertura televisiva, divulgazione, palazzi, organizzazione, approccio dirigenziale e manageriale.

L’amico NBerd ha fiuto. Ti si avvicina solitamente nei momenti più cupi e depressi dell’esistenza cestistica, la sera che esci dal PalaBigi pensando all’arbitro Biggi, o cerchi #piùbasketinrai trovando solo calcetto, pallamano e tamburello; mentre contempli le tensostrutture provvisoriamente definitive di un qualche PalaPianella “che adesso facciamo il nuovo” o soffochi di caldo nel tuo angolo-settore ospiti da 30% di visuale di un qualsiasi altro palazzetto italiano. Oppure, ancora, durante i timeout a metà campo della squadra in trasferta per “l’affetto” dei tifosi di casa, o quando conti, sulle dita di una mano, i pixel delle immagini che passa il convento di mamma RAI.

L’amico NBerd è spietato; donna Prassede dei cesti, non conosce venia né pietà. Le sue puntuali osservazioni sezionano, con imparzialità chirurgica, le fresche carni dell’ingenuo appassionato a visuale puramente locale; tolgono l’innocenza agli occhi fanciulleschi di chi ad una Verbena insistita anche in caso di sconfitta, o allo storico lenzuolone che copre un’intera curva con un “Ti amo” a tinte biancorosse, crede di aver toccato cestisticamente le vette del sublime. Ognuno ha un crudele siffatto amico, a cui il destino ha riservato il compito di ricordarti che Babbo Natale non esiste o, se esiste, si trova dall’altra parte dell’Oceano.

Ognuno è perseguitato da un NBerd: il mio, però, li batte tutti. Il mio mi si avvicinò di soppiatto quella triste sera di Gennaio 2007 in cui un’arrancante Reggiana, allora griffata Bipop, boccheggiante nei bassifondi di un’annata nata male e da finirsi assai peggio, veniva sconfitta in casa da un tiro di Zisis da 9 metri, a tempo scaduto, con infrazione di passi. E lì, nella desolazione di un campionato che pareva terminato nel girone d’andata, tra il pungente freddo padano, come se 40 minuti effettivi ed 80’ reali di Flores e Violette non fossero già in se stessi una sufficiente punizione, mi gridò all’improvviso:

“Ma ti rendi contoooo!? In NBA non ci sono retrocessioni!!! Si può programmaaaareee!”

La realtà è che noi, nei confronti degli States, abbiamo un complesso di inferiorità.
Sì li dileggiamo, questi ingenuoni, ci fanno magari arrabbiare quando vanno a sparacchiare di qua e di là nel mondo; non approviamo la semplificazione di una certa loro espressività né i pistolotti finali dei loro film, dove tutto dev’essere sempre esplicitato per la casalinga di Voghera. Però gli USA sono, in fondo, nel nostro immaginario, il paese della libertà, delle opportunità.

Prima dell’imperialismo, prima del Vietnam, prima dell’antagonismo elettorale e del piano Marshall, l’America è stata, per gli italiani, il respiro della libertà, il luogo, forse più utopico che reale, dove la tecnica rappresentava lo specchio di una vita reale che non abbisognava della pesantezza delle ideologie, dello statalismo, della retorica fascista. Erano Vittorini e Pavese che, in pieno fascismo, si aprivano – e traducevano – Caldwell, il feroce Steinbeck, Saroyan, il Nobel antiborghese Sinclair Lewis; era il Quartetto Cetra che, per eludere il divieto di Mussolini di importare Louis Armstrong, inseriva nascostamente passaggi jazz nei propri arrangiamenti.

Questo mito della terra

“felice e rissosa, dissoluta, feconda, greve di tutto il passato del mondo e insieme giovane e innocente”

come scriveva Pavese sull’Unità nel 1947, ha forgiato i passaggi successivi del percorso italiano, indipendentemente dai concreti approdi politici (bianchi come rossi, moderati come estremi) dei singoli.

L’assenza di retrocessioni dal massimo campionato, il sistema a franchigie, in fondo ad un europeo fa questo effetto. Un fondato pragmatismo, che garantisce certezza del rischio ai proprietari, e certezza del prodotto ai tifosi, anno dopo anno. Sconvolgente, sorprendente… specie per chi è succube del dogma certo meritocratico, ma sinceramente retorico, di promozione e retrocessione, di Serie A e Serie B.

Ci fa l’effetto del Ringo di “Ombre Rosse” e del Gary Cooper di “Per chi suona la campana”: tutte persone – ci ricorda Umberto Eco – “felici di vivere e spiacenti di morire”, e dunque “antistrofe retorica al superuomo fascista che celebrava Sorella Morte e andava incontro alla propria distruzione con due bombe e in bocca un fior”. Potremmo, con un paragone ardito, identificare noi tutti appassionati in quel superuomo, posti ogni stagione dinanzi al dramma della retrocessione, della sospirata qualificazione ai playoffs ed alle Coppe Europee, della vittoria a tutti i costi per quell’unica promozione. Sofferenza o isterica gioia, perdite economiche e di visibilità, panchine che saltano, piazze intere deluse, nervose, disperate, programmazione a lungo termine impossibile, o comunque succube dei mutevoli umori e delle fragili articolazioni di 20-30enni che gettano un pallone in un cesto…

In traluce, un altro complesso d’inferiorità, quello dello statalismo. In fondo, nell’organizzazione a campionati rigidamente gerarchici vediamo la vittoria del pubblico potere, spauracchio soffocante di ogni libera intrapresa, arbitro capriccioso e un po’ fascista delle fortune o delle sfortune private. La retrocessione, alla fine, è il tributo sacrificale pagato alle logiche anti-individuali del “sistema”, a cui per sopravvivenza, come ai draghi medievali, dev’essere periodicamente offerta una vittima.

Sì, l’America ci s’impone agli occhi – in oscillazione tra ammirazione o scandalo, personalmente anche più volte nella stessa giornata – come terra di opportunità, dove l’esigenza di libertà (anche economica) del singolo spinge al ripensamento, senza tabù, ed anche al rovesciamento del sistema, insieme ai suoi “imperativi morali”. Il meccanismo, tutto commerciale, dei requisiti di affidabilità sostitutivo dei meriti sportivi, che quasi si arrossisce a descrivere, che per senso di pudore un europeo, se mai avesse pensato, giammai avrebbe proposto, è abituale ed accettato; e pure l’Eurolega, da qualche anno, lo ha, almeno in parte, fatto proprio. Sui forum baskettari, inutile rimarcarlo, più spesso inviso che accolto, tra risuonanti “che vergogna, basta pagare!”.

Si può chiudere qui, sulla centralità dell’individuo, il nostro contributo alla visione dall’Europa del massimo campionato americano?
La realtà è sempre infinitamente più complessa di ogni schematismo; per fortuna o maledizione scelgano i lettori.

Il caso di Donald Sterling, il proprietario dei Los Angeles Clippers, “pescato” a scambiare con la girlfriend simpatiche frasi sulla inopportunità di portare persone di colore alle partite di basket (Donnie, TUTTA la tua squadra è di colore, ok?), sembra fatto apposta per scompigliare le carte del tavolo su cui abbiamo sinora giocato. La risposta dell’Associazione, in persona del nuovo Commissioner Adam Silver, è stata veemente, oltre che tempestiva: radiazione a vita, sanzione pecuniaria e, soprattutto, obbligo di alienare la franchigia.

Cosa? Obbligo di vendere?

Si è discusso, abbondantemente, sulla possibilità giuridica di tale ordine; più o meno di buon grado Sterling ha cavato dall’imbarazzo tutti, organizzando la vendita, peraltro a prezzi diciamo non popolari. Tuttavia, non si può esimere dal considerare che il provvedimento va a tangere una delle maggiori libertà del privato, il diritto di proprietà. Dagli USA, terra della libertà economica, un provvedimento davvero inaspettato.
Si potrà dire che la gravità del fatto giustificava l’incisività dell’intervento. Di certo, le frasi erano odiose; insensate in senso assoluto (ancora razzismo, nel 2014?), addirittura assurde nel contesto di uno sport black per eccellenza, e di una Lega che deve a giocatori neri la quasi totalità della sua risonanza mondiale. Giusta quindi la squalifica a vita, perfetta la multa da 2,5 milioni di dollari. Però l’imposizione a vendere… Richiama alla mente quanto fece David Stern nel 2012, ossia bloccare la trade di Chris Paul ai Los Angeles Lakers. Un affare già compiuto, nella piena libertà di trattative dei singoli club, destinato a portare in una franchigia ai tempi già vincente un ulteriore top-player. Troppo, a giudizio dell’allora Commissioner, con il rischio di falsare il campionato. Capite? Come se Platini avesse bloccato il passaggio di Ibrahimovic e Thiago Silva al Paris Saint Germain.
Che sia la breccia? Una falla, in odore di autoritarismo, nel perfetto “sistema-NBA”?

Il tempo di immaginarsi il balbettio dell’amico di inizio articolo, ed ecco le reazioni degli italiani-in-America alla vicenda, divenuta giustamente occasione per approfondire il meccanismo del governo NBA. Andrea Bargnani, su Twitter: “Servirebbe un Commissioner così anche in Italia”. Danilo Gallinari: “La Nba ha fatto la scelta giusta”. Abiola Wabara: “Negli Stati Uniti la risposta al razzismo è più credibile che in Italia, infatti Sterling è stato cacciato”. E Maurizio Ghirardini, manager italiano da anni nell’ambiente, in una breve ma significativa intervista a Basket Magazine n. 8, cerca di spiegare come funziona il sistema della Lega statunitense: “Nell’NBA non esistono settori lontani l’uno dall’altro, ma ti accorgi subito di essere parte di un sistema. Un sistema doppio e collegato: sei parte di una Società che a sua volta è parte di una Lega. E’ da lì che parte tutto”. E ancora: “Capisci di far parte di un sistema talmente complesso, che se non c’è un protocollo o se ognuno fa quello che gli pare, non può funzionare. Insomma, per far funzionare al meglio l’NBA, ovvero il prodotto che il mondo conosce, tutti seguono le stesse regole”.

Intanto, in Italia veniva arrestato il Presidente in pectore della LegaBasket, ed ancora oggi non abbiamo idea di come gli organi di governo del basket italiano abbiano deciso di uscirne…

No, non l’ho chiamato il maledetto nerd. No, il rischio che ne uscisse ancora una volta vincitore era troppo alto. Lo vedevo già, il sorrisetto a mezz’asta, e la pungente ironia, a rimarcare: qui non siamo neanche autoritari o statalisti, solo inefficienti. E là non sono autoritari o statalisti, hanno solo preso sul serio le parole che un vecchio saggio pronunziò, anni fa, al Louisiana Superdome di New Orleans:

“Nel piano di Dio noi siamo individui – è vero – ma siamo anche parte di una comunità. Come persone, abbiamo delle responsabilità e queste responsabilità sono parte della nostra libertà.
Comprendere noi stessi quali membri di una comunità, quali individui vincolati l’un l’altro … quali persone con responsabilità nei confronti degli altri è una grande intuizione, un’intuizione necessaria per adempiere in modo giusto alla nostra missione”
(Giovanni Paolo II, Incontro con i giovani americani, 12/09/1987)

I riferimenti letterari sono tratti dal volume Eco-Ceserani-Placido, La riscoperta dell’America, Laterza, 1984

Matteo Fortelli

Matteo Fortelli

Nasce nel 1977 - prima stagione della Pallacanestro Reggiana in biancorosso - con sei mesi esatti di vantaggio su Emanuel Ginobili. Nel prosieguo, si accontenta di pareggiarlo nel numero dei figli. Catechista, avvocato, fanatico acritico di tutto quanto venga da Reggio Emilia, trova bellissima la definizione del basket come "l'unico sport che guarda verso il cielo". Romantico sostenitore delle bandiere come Manu, il turbinoso mercato NBA, dove cambiano squadra anche le città, è il peggiore fra i suoi incubi.

6 commenti

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Editore ENBIEILAIF - Nacho Symbolic Associazione Culturale
P.IVA - COD. FISC. 03383520545
Direttore Responsabile testata on line: Luca Fiorucci
Server Provider: Aruba
Registro Stampa Tribunale di Perugia N°9 27/05/14
Email: info@nbalife.it

© 2020 Copyright NbaLife.it, tutti i diritti riservati