2157889318001_5031051085001_5031021955001-vs

L’NBA e l’epica

In un momento di drammatica astinenza da NBA e lontani ere geologiche da qualsiasi cosa assomigli all’attualità del campo da gioco, oggi mi permetto una digressione filosofica sul senso del gioco e sul come dovrebbero andare le cose. Immaginatemi pure come un fastidioso anziano davanti ad un cantiere che si lamenta di come i muratori stiano stendendo la malta. Solo con più acredine.

Quest’estate è successo un po’ di tutto, con Durant che cambia squadra per andare a formare la squadra più forte di sempre, Westbrook che aspetta solo di vedere quali sirene preferirà seguire, Wade (l’uomo franchigia e in generale l’uomo di sport più famoso della Florida) abbandona Miami, mentre tante altre stelle di medio valore e lunga militanza con le franchigie che li avevano scelti decidono (o sono costretti) di migrare altrove, da Horford a Teague, da Oladipo a Ibaka, mentre quel giramondo di Howard, ormai disperato dopo anni di continua involuzione, si gioca per disperazione anche la carta del ritorno a casa (nel senso di luogo di nascita), sperando che l’aria di Atlanta lo faccia magicamente ritornare un centro dominante.

E mentre succede tutto questo,  i Lakers e gli Spurs salutano definitivamente le loro bandiere (Bryant e Duncan) che, pur diametralmente opposte, sono forse gli ultimi rimasti di una specie in via d’estinzione: il franchise player.

Basket e etica

Ci sono alcune domande che dividono chi segue l’NBA. Dividono nel senso che il dubbio è se sia lecito o meno porle in questo contesto.

E’ giusto che un giocatore rimanga tutta la propria carriera nella stessa squadra?

E’ interesse dell’NBA creare le condizioni per facilitare questa cosa?

Un giocatore deve “qualcosa” alla città per cui ha giocato, o ha il diritto di scegliersi la sua squadra solamente attraverso ragionamenti “di business”?

E’ giusto ritenere un giocatore un modello di vita?

Ci sono scelte legate al cambio di squadra “giuste” o “sbagliate”?

La risposta a queste domande è piuttosto facile, usando un po’ di razionalità, ma anche solo di senso comune: tutto ciò che attiene alla sfera dell’etica e della morale non ha niente a che fare con il basket: i giocatori sono dei lavoratori dipendenti che, in cambio di soldi, fanno un certo lavoro fintanto che sono sotto contratto. L’unico aspetto etico è che devono garantire durante il contratto di svolgere il lavoro al meglio delle loro possibilità, ma al di là di questo nulla è dovuto.

La verità però è che non è così.

10 adulti che cercano di infilare una palla in un cesto a 3 metri di altezza non è qualcosa di così interessante DI PER SE’. Se fosse solo un prova di abilità, un esercizio di “giocoleria” e destrezza, allora sarebbe come i mix tapes dell’AND 1: una curiosità carina da guardare per alcuni minuti, non certo una passione da seguire per una vita per ore e ore.

Lo sport è l’epica dei nostri anni, si dice, ed è proprio così: il tifo, la fedeltà a una maglia, lo spirito di sacrificio, la capacità di vincere una sorte avversa, tutto il bagaglio di storie umane che girano intorno ad una partita NBA la rendono infinitamente più attraente del gesto sportivo in sé. La gara 2 di finale di Shaun Livingston è stata SOLO una buona partita dal punto di vista sportivo, ma è stato qualcosa di semplicemente epico se si considera la storia del giocatore, l’infortunio che ha rischiato di comprometterne non solo la carriera in NBA, ma la stessa possibilità di camminare, il lento e faticoso periodo di riabilitazione. Ma allarghiamo un po’ il concetto.

Due storie diverse

Prendiamo questa storia ad esempio:

un gruppo di soldati combattono corpo a corpo contro un altro gruppo di soldati, molto più numeroso di loro, e dopo qualche giorno vengono sconfitti.

Vi pare avvincente? Paghereste il biglietto del cinema per vedere questa storia? Mah.

Adesso invece sentite questa: nella Grecia ancora divisa in Poleis (città stato) ne esisteva una, Sparta, dove tutta la società aveva come scopo il crescere guerrieri eroici e valorosi. L’esercito persiano guidato da Ciro il Grande, dopo aver conquistato gran parte del Medio Oriente, cercava di sottomettere anche la Grecia, e con migliaia di soldati è partito per la conquista. I Greci, non essendo ancora un unico stato, avevano bisogno di molti giorni per mettere insieme un esercito che potesse contrastare i Persiani e se avessero dovuto combattere subito sarebbero stati sconfitti rovinosamente e conquistati. Allora il Re di Sparta, Leonida, insieme ad un manipolo di 300 coraggiosi decide di sacrificarsi, sbarrando l’avanzata dell’esercito persiano nello stretto passaggio obbligatorio che era la valle delle Termopili. Gli Spartani sanno di andare verso la morte, ed infatti muoiono tutti, ma riescono a rallentare l’avanzata di Ciro finché i Greci non sono pronti a combattere e a vincere.

Quello che succede “sullo schermo” è lo stesso, ma la seconda storia è un po’ più appassionante della prima, tanto che ci hanno fatto un ottimo fumetto, un decoroso film, ma soprattutto sono 2500 anni che sta nei libri di Storia.

Non c’è sesso senza amore

Qui il Vate è Venditti (?!), ma il pensiero è simile. Senza sminuire il sesso, attività che siamo geneticamente programmati per trovare interessante, a priori, credo che la maggior parte delle persone sia disponibile a concordare che lo stesso “gesto tecnico”, se inserito in un contesto di sentimenti e storia comune, sia molto più interessante.

Non vi sfinirò con altri esempi, credo che il concetto si sia capito.

Ma sa di finto!

Se abbiamo detto che qualsiasi connotazione “morale” sullo sport è posticcia, razionalmente insostenibile, fondamentalmente non vera, come possiamo appassionarci ad una storia se sappiamo che è finta?

La risposta è semplice: più o meno nello stesso modo in cui possiamo vedere il poliziotto Bruce Willis che, in canotta e a piedi nudi su vetri o neve, uccide con una pistola decine di spietati killers che gli sparano da un metro ma non lo prendono mai.

Si chiama “sospensione dell’incredulità”, ed è alla base di qualsiasi spettacolo di intrattenimento.

Per continuare con le citazioni “dotte”: “atteniamo alla leggenda, che conserva integri i fatti” (Davide Van De Sfroos), oppure: “non roviniamo una bella storia con la verità” (Federico Buffa).

Qualche esempio di Basket

Magic e Bird, 2 giocatori meravigliosi che si sono dati battaglia per un decennio sui campi di basket. Indubbiamente del bel basket da vedere, ma sarebbero entrati nella storia e nell’immaginario comune senza le circostanze extracestistiche che li riguardavano?

Magic-e-Larry-Bird

Certo, se non fossero stati campioni di basket la loro storia non sarebbe stata interessante. Ma quanto li hanno resi più affascinanti le differenze e i simboli che rappresentavano?

Bird è atleticamente modesto, schivo, scontroso, poco curato nell’aspetto, grezzo, malvestito. Magic è un atleta insensato (un play di oltre 2 metri), un sorriso che fa provincia e ti conquista subito, aperto, simpatico, cool.

Bird gioca in una squadra dura mentalmente, votata alla difesa, per una Boston che è città operaia, seria, lavoratrice, fredda.

Magic gioca per una squadra votata ad attacco e spettacolo, in una LA di luci e sole, oceano, la città che non dorme mai e rappresentata da Hollywood.

Tutte queste cose che ho citato hanno impatto 0 sulla partita che si svolge in campo, ma siete d’accordo con me che la rendono più interessante?

O pensate a giocatori come Stockton, Duncan, Bryant, Nowitzki, Bird, Magic, Isiah Thomas, Reggie Miller, Pat Ewing, diciamo anche Jordan e Malone (al di là di una triste fuitina a fine carriera), tutti giocatori che hanno giocato tutta la loro carriera per un’unica franchigia, divenendone la faccia, la spina dorsale, la storia: per molti di loro gli ultimi anni di carriera non sono (ovviamente!) stati indimenticabili, ma quanto è stato più bello vederli lì, che non a girare per 4/5 squadre alla ricerca di soldi e/o titoli?

Pensate ad Iverson, che per una decade semplicemente ERA i Sixers. A un certo punto la dirigenza ha deciso di andare avanti senza di lui e lo ha scambiato a Denver, per iniziare una ricostruzione basata su Iguodala come primo violino (pausa comica). The Answer intanto ha girato la lega tra Nuggets, Pistons e Grizzlies, in un crescendo di tristezza. Ha fatto bene ai Sixers, a una delle squadre successive, o alla lega nel suo complesso? Non sarebbe stato più bello e più dignitoso se fosse rimasto a Phila, garantendo comunque supporto da parte dei tifosi e comunque di lottare per l’accesso ai Playoffs?

La verità è che quando una stella supera i 33-35 anni, diventa un problema per la sua squadra. Il GM si trova a scegliere tra 2 situazioni poco piacevoli; una è di dare a questo giocatore bandiera uno stipendio molto alto, chiaramente superiore al suo valore intrinseco, limitando quindi pesantemente il proprio margine di manovra per altri giocatori, ma riuscendo a tenersi la propria stella, facendo felice lui e i tifosi (è ad esempio il caso di Kobe e del suo insensato ultimo contratto da 30mln a stagione); l’altra è lasciar partire il giocatore e voltare pagina, come fatto da Riley con Wade a Miami. Esistono sempre infatti squadre di mezza classifica (o meno) che sono disposte a strapagare una stella in declino per vendere biglietti e far vedere ai tifosi (pur con limitata credibilità) che si sta facendo di tutto per stare ai vertici.

Io credo fermamente che Wade in maglia Bulls, così come in passato uno Shaq che vagabonda per 6 squadre prima di ritirarsi, o Pierce e Garnett via da Boston, Olajuwon a Toronto siano brutte immagini per l’NBA. E’ chiaro che non si può impedire a un giocatore di andarsene (alla West o Glen Rice, che a fine carriera si accasano per 3 soldi in una contender cercando l’anello), o ad una squadra di decidere che la propria stella è troppo ingombrante come personalità e rischia di bloccare il processo di ricostruzione e la formazione dei giovani. Però credo che sia nell’interesse della lega inserire un meccanismo che permetta di limitare il fenomeno almeno annullandone la componente economica; qualcosa in questo senso c’è già, ma andrebbe migliorato, in modo che una squadra possa rifirmare la sua bandiera di lunga data (con età oltre i 34-35 anni) a cifre più elevate (così anche da ricompensarla per quanto ha dato a franchigia ed NBA in passato) senza pesare sul Cap della squadra (o pesando solo per una minima parte). Così facendo il rimanere nella propria squadra diventerebbe la scelta economicamente più appetibile per squadra e giocatore: andarsene è ovviamente sempre possibile, ma diventerebbe meno frequente.

Che i giocatori possano essere role models per i ragazzini è un dato di fatto. Non è chiaramente né giusto né sensato, ma succede, e quindi è dovere della Lega (e di ogni giocatore) farsi carico di questo aspetto, per quanto non richiesto.

Giusto o sbagliato che sia, evidentemente l’NBA è d’accordo su questa linea, visto quanto fatto da Stern per cambiare la faccia pubblica della Lega con l’imposizione del Dress Code, la repressione feroce della violenza in campo, ma anche di ogni forma di taunting, o di contestazione degli arbitri, fino ad arrivare ad NBA Cares. La lega più “Gangsta” del mondo è diventata in 10 anni l’esempio della lega delle buone maniere. Mi interessa poi il giusto che in casa sua LeBron sia eventualmente una brutta persona, vada a prostitute, si droghi (“bestemmi e picchi i bambini”, per citare Elio e le storie tese), se la figura che la Lega riesce a far arrivare al pubblico sia quella più positiva: non è fondamentale che sia il VERO LeBron, è sufficiente che il LeBron pubblico sia una brava persona. E’ una sua responsabilità.

E chiudo questa carrellata di commistione fra etica e NBA tornando brevemente (qui per un giudizio più esteso) sul caso di quest’estate, ovvero Durant che si sposta nella Baia.

E’ giusto essere DELUSI dalla scelta di Durant? E non parlo della normale e comprensibile delusione dei tifosi di OKC, ma di quella dell’osservatore imparziale (nel mio caso addirittura simpatizzante per i Warriors): si può dare un giudizio morale sulla scelta del 35 ex Thunder?

Secondo me sì. Premesso ovviamente che non parliamo di crimini contro l’umanità, né di non aver rispettato qualche legge, ma solo di una scelta legata al lavoro per lui e ad un gioco per noi.

Durant ha avuto in dono un talento completamente fuori scala, sul quale poi ha investito e sacrificato parte della sua vita per farlo crescere, fino a diventare uno dei primi 3 giocatori dell’NBA. Un dono e un impegno che portavano in sé promesse di eccellenza, quasi il DOVERE di fare di tutto per dimostrare di essere il migliore. E questo perchè solo una manciata di giocatori ogni decennio sono nella condizione di poter aspirare a questa grandezza. Lui, pur essendo esattamente nel posto migliore possibile (OKC) per raggiungere questo risultato, ed pur avendo avuto solo 2 mesi fa la prova concreta di quanto fosse effettivamente a portata di mano, ha deciso di fare una cosa diversa.

Certo, probabilmente ha davanti a sè un futuro di vittorie, e la possibilità concreta di essere uno degli ingranaggi della potenziale squadra più forte della storia. Il fatto di preferire essere parte di qualcosa piuttosto che brillare di luce solo propria è qualcosa che rispetto, che addirittura apprezzo.

Ho apprezzato questo atteggiamento nella sporca dozzina dei Pistons, che hanno vinto il titolo nel 2004, o nei Celtics dei Big Three, solo per citare i casi più recenti.

Ma nessuno di quei giocatori aveva il tipo di talento e la possibilità di dominare di Durant (forse con l’esclusione di Garnett, che però non ne era già più in grado per raggiunti limiti di età ai tempi di Boston).

Durant ha un dono, ma anche la maledizione di portarsi addosso aspettative di eccellenza. Decidendo di essere un gregario (sia pure il più grande gregario di lusso della storia) sta decidendo di essere un underachiever. Non ha infranto leggi, non ha insultato, non ha offeso, non a rubato niente a nessuno.

Anzi, forse sì: ha rubato qualcosa a tutti noi: ci ha rubato la possibilità di vederlo raggiungere il suo pieno potenziale.

Vae Victis

Carlo Torriani

Carlo Torriani

Colpito a tradimento dal virus della palla arancione nel lontano ’92, quando sono rimasto folgorato vedendo giocare il ragioniere di Spokane (John Stockton, per chi colpevolmente non lo sapesse), da allora non sono più riuscito a disintossicarmi, e sono diventato un NBA addicted. Mi diletto maniacalmente anche nella pallacanestro giocata, con risultati che di rado superano la soglia del dilettantismo spinto. Ah, ho anche un lavoro vero (per quanto lo possa essere un’occupazione nell’informatica), ma quello è meno interessante... Sposato e con 2 figli, il primo già sapientemente instradato sulla via della palla cesto.

 

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Editore ENBIEILAIF - Nacho Symbolic Associazione Culturale
P.IVA - COD. FISC. 03383520545
Direttore Responsabile testata on line: Luca Fiorucci
Server Provider: Aruba
Registro Stampa Tribunale di Perugia N°9 27/05/14
Email: info@nbalife.it

© 2019 Copyright NbaLife.it, tutti i diritti riservati