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NBA Draft 2018: guida ai rookies della prossima stagione

Dallo snub di Michael Porter Jr. al viaggio Luka Doncic attraverso l’Atlantico prima e da una costa all’altra del continente americano poi. Parafrasando Allen, non Iverson, né Ginsberg, bensì Woody: tutto quello che avreste voluto sapere ma che non avete mai osato chiedere sul Draft 2018.

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1. PHOENIX SUNS – Deandre Ayton (C – Arizona)

Scelta scontata, se mai ce ne fosse stata una, varcando la soglia del Barclays Center di Brooklyn.
Nella lettera di referenze per il ventenne nativo di Nassau coach Sean Miller ha scelto di mettere nero su bianco tutto il potenziale del proprio centro, sperticandosi in lodi e pronostici che solo il tempo potrà confermare. “He’ll have the greatest freshman season in the history of Arizona”, “He is unmatched” e ancora “He is unstoppable”. Alle parole del capo-allenatore dei Wildcats giungono però in sostegno i numeri: 20.1 punti di media con 11.6 rimbalzi, 1.9 stoppate e 1.6 assist, tirando il 61.2% dal campo e incidendo il proprio nome nel libro dei record ogni epoca dell’Università dell’Arizona alla voce doppie-doppie registrate da un freshman (24 su un totale di 35 partite). A tutto ciò si aggiunga ancora la moltitudine di riconoscimenti riposti in bacheca dal bahamense al termine del primo anno di college: Giocatore dell’anno e Freshman 2018 all’interno della Pac12, Karl Malone Award conferitogli dalla Naismith Memorial Basketball Hall of Fame come miglior ala grande della Division I NCAA e selezione unanime per l’ All-American First Team (assieme alle altre due matricole Trae Young e Marving Bagley III).
Vent’anni, 2.16 m, 118 kg, apertura alare di 226 cm, stacco verticale di 110 cm, un gioco di piedi che qualcuno al di là dell’oceano si è avventurato a paragonare a quello di The Dream, capacità di far male offensivamente dentro e fuori il perimetro e un potenziale di sviluppo che Jay Williams di ESPN ha accostato a quello di David Robinson e Anthony Davis (si sa, gli Americani senza paragoni non riescono a vivere).
Nota dolente: il gioco difensivo, su cui Ayton dovrà necessariamente lavorare dal punto di vista tecnico, potendo però contare su presupposti fisici più che favorevoli.
Per il discorso ROY aspetterei però anche Doncic e Sexton, sai mai che…

2. SACRAMENTO KINGS – Marvin Bagley III (PF – Duke)

Quando ci sono di mezzo Marlboro Man e gli uomini della Frontiera Perduta sarebbe bene partire dal presupposto che di prevedibile (e forse anche di intellegibile) ci sia ben poco. E dunque ecco la pick che ha sparigliato le carte e provocato una decina di casi di fibrillazione atriale di fronte ai televisori della California Central Valley.
Già, perché, se a poche ore dal draft vi foste intrattenuti a conversare con un qualsiasi analista o appassionato di basket, alla domanda “Chi sceglieranno i Kings alla 2?” vi sareste sentiti rispondere con una certa qual saccenza: “Socc’mel, Luka Doncic”.
E invece no, sulle sponde serbo-californiane del Sacramento River è arrivato il figlio di Marvin Sr., oggi coach in AAU. Marvin Jr. è stato, per altro, l’unico prospetto della classe 2018 ad aver accettato il workout con la franchigia di Vivek Ranadivé e Vlade Divac in estate.
Ex-compagno di squadra di Ayton alla Hillcrest Prep Academy di Phoenix, Bagley si presenta in NBA come un giocatore offensivamente dinamico e incisivo, capace di imporsi sotto l’egida di Coach K come leader sotto i tabelloni (11.1 rimbalzi di media) e per fatturato al ferro (21 punti di media, con almeno 30 punti a referto in 7 su 33 gare stagionali), il tutto accompagnato da 22 doppie-doppie nella stagione NCAA appena conclusasi (storici i 32 punti e 21 rimbalzi, con 13/17 dal campo, la notte del 30 Dicembre 2017 contro Florida State).
Divenuto Giocatore e Freshman dell’anno ACC, nonché All-American, l’ex-Duke si avvicina al mondo dei pro con una parvenza di sicurezza e competitività che potrebbero rivelarsi strumenti fondamentali nel medio-lungo periodo, soprattutto se volgiamo lo sguardo alle lacune del nativo di Tempe. All’eleganza tecnica, alle doti atletiche e all’aggressività agonistica che ne fanno un temibile attaccante in transizione, un discreto difensore perimetrale e un rimbalzista affidabile, bisogna affiancare le (attuali) insicurezze nel tiro da 3 punti (solo 58 tentativi da oltre l’arco nella stagione passata) che accompagnano l’ex-Blue Devils sin dalla high-school, l’incostanza dalla linea della carità (62.7% su 209 tentativi), l’utilizzo pressoché esclusivo della mano sinistra, il deficit alare nella protezione del ferro e la tendenza ad alternare fasi di crollo mentale in difesa perimetrale.
Negli anni a venire, dunque, dovrà necessariamente lavorare sul tiro dalla distanza, sull’ambidestrismo e sulla solidità fisico-mentale nel confronto con i lunghi e/o con le guardie della Lega. In caso contrario il futuro potrebbe vederlo bloccato nella condizione di lungo surclassato dalla fisicità degli avversari e di ala piccola incapace di rispondere in maniera soddisfacente ai requisiti del basket contemporaneo.

3. DALLAS MAVERICKS (via ATLANTA) – Luka Doncic (PG – Real Madrid)

Qualora mi aveste investito dell’invidiabile ruolo di GM della vostra franchigia NBA, oltre a ringraziarvi per la scelta quantomai sconsiderata, vi avrei immediatamente fornito il mio assai poco oculato punto di vista sul giocatore da privilegiare in ottica pick: Luka Doncic (neanche a dirlo…).
Seppur sprovvisto di pantagruelici tatuaggi premonitori sulle spalle, il campione europeo in carica entra nel Draft 2018 come il vero predestinato del prossimo decennio. Dopo aver dominato in lungo e in largo per il vecchio continente (MVP 2018 della Liga ACB, primo quintetto Eurolega 2018, MVP delle Final-Four e dell’intera Eurolega 2018, Rising Star dell’Eurolega nel 2017 e nel 2018, campione della massima competizione europea per club nel 2018 e campione d’Europa con la selezione slovena nel 2017, più tre titoli nazionali spagnoli e una miriade di riconoscimenti conquistati durante la militanza nei settori giovanili del Real Madrid), il discendente di Sasha si presenta come un probabile candidato alla perpetuazione di quell’epica mittel-est-europea che ritrova il proprio passato remoto in Petrovic e Divac, in Nowitzki e Dragic il proprio presente, in Porzingis e Doncic il proprio futuro.
Per averlo Cuban ha rinunciato alla propria top-5 protected pick 2019, facendo anche leva sull’affinità elettiva degli Haws per Trae Young, riuscendo così a creare un connubio discepolo-allievo tra Nowitzki e lo stesso Doncic che potrebbe rivelarsi provvidenziale nel determinare le sorti della franchigia texana negli anni a venire.
Nonostante lo scetticismo coriaceo di una certa corrente a stelle e strisce da sempre ottusamente diffidente e supponente nei confronti della scuola europea, l’ex-Real si presenta come un talento dalle caratteristiche pressoché irripetibili: point-guard di 203 cm per 100 kg (pressoché lo stesso tonnellaggio di Mo Bamba, altro prospetto d’eccellenza, che però distribuisce lo stesso peso su 2.16 m di altezza) dagli abbaglianti lampi di genio in fase di playmaking, capace di attaccare e mettersi in visione su situazione di pick&roll come pochi altri al mondo, potendo contare su una maturità tecnica e mentale insolita per la propria età, frutto di un precoce ingresso nell’elite professionistica europea (debutto con la prima squadra del Real Madrid a soli 16 anni).
Non illudiamoci, non siamo di fronte ad un giocatore invulnerabile. L’immaturità già mostrata a tratti in Europa in termini di scelta di tiro e l’efficacia, seppur dignitosa, necessariamente da affinare una volta varcato l’Atlantico (nell’ultima stagione di Eurolega 30.9% da 3 punti e il 59.2% dentro l’arco) rappresentano due determinanti nevralgici nell’immediato acclimatamento dello Sloveno alle logiche NBA. Il tutto senza dimenticare i limiti in termini di esplosività in comparazione agli standard della Lega. Difficile però immaginare un destino migliore sotto il profilo del coaching staff rispetto a quello guidato da Rick Carlisle.

4. MEMPHIS GRIZZLIES – Jaren Jackson Jr. (C – Michigan State)

La top-5 pick che non ti aspetti: Jaren Jackson, Difensore e Freshman dell’anno in Big Ten, tipico esemplare di Spartans efficace, arcigno e pragmatico.
Figlio di quel Jaren Sr. già campione NBA nel 1999 con gli Spurs, l’ex-pupillo di Tom Izzo rappresenta un prospetto di livello nazionale sin dai propri esordi liceali tra La Lumiere e Park Tudor (8° nel ranking ESPN 100). Eppure in pochi avrebbero pronosticato il suo nome tra le prime cinque scelte assolute la notte del 21 Giugno.
Soprattutto in pochi si aspettavano di vedere il suo nome accostato a quello dei Memphis Grizzlies, franchigia che probabilmente il giovane Jackson non voleva, stando alle indiscrezioni che riporterebbero coach Bickerstaff impegnato in un’assidua e affannosa opera di reclutamento al fine di convincere giocatore, familiari e agenti ad aprire un dialogo con staff e dirigenza. Dato certo è che l’ex-Spartans nei mesi precedenti si era negato alle richieste di workout per la compagine del Tennessee. Le ragioni non sembrerebbero poi così misteriose: dall’addio di Jerry West, che tra il 2002 e il 2004 era riuscito in una miracolosa opera di rebuilding culminata nella prima qualificazione assoluta ai Playoffs, qualsiasi talento universitario sia approdato lungo le rive del Mississippi si è ritrovato disintegrato dalle ondivaghe sorti di una franchigia che solo pochi mesi addietro ha nuovamente fatto parlare di sé dopo il controverso licenziamento di coach Fizdale.
In Jackson coach Bickerstaff, curatore della difesa ai tempi di Houston, potrà trovare un difensore solido in fase di tenuta, cambio e raddoppio, spietato e chirurgico in protezione al ferro (106 stoppate al servizio di Michigan State, record all-time dell’ateneo) con un’efficacia reale del 14.3% (6.1% per Ayton, 12.9% per Bamba), ferocemente tecnico in tagliafuori, proficuo in produzione da post basso e inaspettatamente dotato nel gioco da 3 punti (39.6%, quinto assoluto dal ’92 a realizzare almeno 35 triple e 100 stoppate in stagione).
Per contro, spetterà al coaching staff di Memphis proseguire il percorso tracciato da Izzo nell’evoluzione di alcuni aspetti deficitari nel gioco del ragazzo venuto dal New Jersey: la capacità di scegliere il ricevente migliore quando raddoppiato in post e la disciplina mentale nel controllo del corpo in fase difensiva (in NCAA su 40 minuti di gioco 5.9 falli di media). Insomma, il materiale per dare un futuro ai Grizzlies c’è, ci saranno anche le mani adatte a plasmarlo? Good night and good luck.

5. ATLANTA HAWKS (via DALLAS) – Trae Young (PG – Oklahoma)

Il GM Travis Schlenk lo voleva ad ogni costo ed è arrivato, recando con sé anche un’inattesa quanto gradita scelta protetta 1-5 per il prossimo Draft. D’altronde, se il fenomeno mediatico della stagione NCAA 2016/2017 era stato Lonzo Ball, nel 2018 i riflettori sono stati spesso e volentieri puntati sull’astro nascente di Oklahoma. Nel costante paragone con Steph Curry e Steve Nash (quest’ultimo poi indicato dallo stesso Young come proprio mentore cestistico), il futuro numero 11 degli Hawks si è affermato con la casacca dei Sooners come miglior realizzatore nazionale (27.4 di media) e miglior assistman (8.7), conquistando il premio di Freshman dell’anno  della Big 12, nonché un posto nel primo quintetto All-American.
Il tiro dalla distanza di curryana memoria, la capacità di creare dal palleggio per sé e per i compagni, la rapidità e l’abilità nel mettersi in visione ne fanno una point-guard interessante, seppur non esente da elementi di perplessità alquanto gravosi. Al divario fisico rispetto alla media NBA (1.88 m per 81 kg racchiusi in un giocatore tutt’altro che muscolare, seppure, va detto, la storia recente e passata racconti di giocatori di pari volume ed altezza Hall of Famers o futuri tali) bisogna aggiungere una maturità ancora incompleta nella capacità di selezionare i propri tiri, una tenuta psicologica talvolta inversamente proporzionale alle responsabilità da fronteggiare, un quantitativo spesso enorme di palle perse contro difese fisiche e pressanti (vedi i match disputati contro Kansas State e West Virginia) e, soprattutto, una debolezza difensiva sotto l’aspetto mentale, fisico e tecnico assolutamente allarmante in ottica futura (e, si sa, l’ostracismo della Lega è sotto tale aspetto impietoso, citofonare Isaiah Thomas).
In Georgia, però, Young potrebbe trovare un ambiente favorevole in termini di fiducia e condiscendenza, in cui poter lavorare senza eccessiva premura sulle proprie fragilità. D’altronde, da quanto visto in Summer League, al ragazzo non sembrano mancare sicurezza nei propri mezzi e tenacia.
Dal canto mio, onde evitare d’incappare in topiche bagattiane, rimango prudentemente abbottonato in termini di previsioni sull’avvenire della point-guard texana.

6. ORLANDO MAGIC – Mo Bamba (C – Texas)

Qualcuno andava affermando, all’indomani del Draft, che gli occhi di John Hammond e Steve Clifford fossero puntati proprio su Trae Young, rimanendo dunque gabbati dal giro di vite lungo l’asse Dallas-Atlanta. Beh, se per qualche strano motivo simpatizzate per la franchigia di una delle città più noiose d’America, il vostro piano B può contare su un’apertura alare chilometrica (238 cm) capace di renderlo un faro in pitturato sia come opzione offensiva che in protezione al ferro. Ma non solo, fin dai propri esordi collegiali Bamba ha mostrato un’ottima maturità di lettura in pick&roll, associando una meccanica di tiro insolitamente pulita per un lungo (seppur gravata da un’efficacia ancora ridotta: 28% stagionale da 3 punti e 68% ai liberi a Texas), oltre ad un’agilità insolita per un 2.13.

In una franchigia capace di produrre nel tempo centri di ottima fattura, da Shaq a Vucevic, passando per Dwight Howard, sarà interessante capire quanto e come l’équipe di Clifford saprà lavorare sul promettente All-American oro ai campionati U18 2016. In prima istanza sarà fondamentale lavorare sulla massa muscolare di un giocatore talvolta in difficoltà nel confronto coi propri pari ruolo già a livello universitario (le fonti ufficiali lo danno a 102 kg, ma è difficile credere che il nativo di Harlem superi i 100 kg). Parallelamente Mo dovrà riuscire ad ampliare il proprio ventaglio offensivo, affinando l’efficacia al tiro e potenziando il gioco di piedi sotto canestro, al fine di potersi convertire in una vera arma letale in post, dalla media e, perché no, da oltre l’arco. Nel mentre, in questi mesi, si è dannato in palestra con Embiid e Drew Hanlen, coach e consulente NBA, nonché CEO e fondatore di Pure Sweat Basketball, programma di formazione tecnica cui in passato hanno aderito anche Tatum, Wiggins, Beal e LaVine, oltre allo stesso Embiid.

7. CHICAGO BULLS – Wendell Carter Jr. (C – Duke)

Molti avrebbero scommesso su Michael Porter Jr. e invece alla #7 Forman ha scelto la solidità di Carter Jr., scudiero di Bagley a Duke, troppo spesso oscurato dalla notorietà mediatica e dall’estro cestistico del compagno di squadra.
2.10 di altezza per 117 kg, Wendell si candida ad essere uno dei cinque lunghi più interessanti della propria classe, seppur meno dotato dal punto di vista tecnico e atletico rispetto a Ayton, Bagley e Bamba. L’affidabilità in termini prospettici del nuovo rampollo alla corte di Hoiberg risiede però nella propria poliedricità, sempre più spesso premiante in un’NBA che nel 2018 richiede ai lunghi di coniugare al gioco in post e sotto i tabelloni la capacità di mettere palla a terra e tirare dalla media-lunga distanza.
In post basso troviamo un centro vecchia maniera, abile nel gioco spalle a canestro, potente e rapido in fase di lettura, così come in fase dinamica contro il proprio difensore. Al tempo stesso, quando raddoppiato, Carter Jr. ha mostrato di saper aprire la scatola per i compagni lungo il perimetro, dote tutt’altro che scontata per un Freshman. A rimbalzo l’intuito per la posizione, l’inamovibilità in tagliafuori e l’attitudine al lavoro in movimento ne fanno un possibile pilastro del futuro front-court dell’Illinois, potendo assicurare un fatturato costante in produzione di punti da seconda occasione (a Duke il 14.5% dei suoi canestri è arrivato proprio da rimbalzo). Sul lato opposto del campo ritroviamo un giocatore di pressoché pari intelligenza cestistica, abile nella scelta dei tempi di anticipo e stoppata in post basso e capace di concedere solo 0.41 punti per possesso al diretto avversario di turno.
Insomma il Q.I. non manca e potrebbe risultare uno degli strumenti cruciali lungo il percorso professionistico di un giocatore che, in uscita dalla high-school di Providence sembrava poter contare, in alternativa a Duke, su un futuro accademico ad Harvard. Per ritagliarsi un ruolo di primo piano tra i pro sarà però necessario lavorare strenuamente sull’atletismo e sulla rapidità lontano dal pitturato in adattamento ad una Lega che sempre più spesso, di questi tempi, tende a privilegiare lunghi ibridi, capaci di attaccare e difendere come una guardia, allorché lo scenario di gioco lo richieda.

8. CLEVELAND CAVALIERS – Collin Sexton (PG – Alabama)

Tralasciando la giacca sfoggiata la notte della chiamata (la fodera interna potrebbe già dirvi molto su chi sia Collin Sexton…o quantomeno darvi un’idea di come non vestirvi mai nella vita), siamo di fronte ad un giocatore che per carattere e attitudine sembrerebbe non temere il peso dei riflettori.
Campione del mondo U17 con la rappresentativa USA nel 2016 ed MVP della competizione, in ingresso nel mondo della NCAA Collin si è presentato a The Players Tribune con un’eccentrica quanto determinata intervista culminata nel soprannome auto-attribuito di “The young bull”. Alle parole, però, hanno fatto seguito i fatti. Inseritosi da pochi mesi nel roster di coach Avery Johnson ad Alabama, il 25 Novembre 2017 Sexton si è reso protagonista di un’impresa sportiva celebrata dai media dell’intera nazione: 40 punti al cospetto dei Golden Gophers di coach Pitino Jr., mettendone a segno ben 31 nel solo secondo tempo, giocato per più di metà in 3vs5 dai suoi Crimson Tide. Capace di siglare pregiati highlights contro Ayton e Young (che in marcatura diretta sulla futura PG dei Cavs non l’ha praticamente mai vista), Sexton si è rapidamente imposto come leader capace di salire di livello nelle fasi decisive (vedi i 22 punti messi a referto nel solo secondo tempo contro Virginia Tech nel primo turno del Torneo). Il carisma, talvolta eccentricamente westbrookiano, sarà una delle qualità più importanti per una point-guard chiamata a contribuire da subito alla ricostruzione dei Cavaliers post-LeBron. D’altro canto, in una stagione da rookie NBA in cui molto probabilmente passerà parecchi minuti in campo e con la palla tra le mani, il futuro numero 2 di Cleveland dovrà necessariamente focalizzare la propria attenzione sulla gestione dei possessi, ovviando alla palese tendenza ad una spregiudicatezza spesso risultante in turnovers (2.8 di media ad Alabama). Il carattere e la sicurezza per farsi largo nella NBA, come detto, non gli mancano (chiedere a Jayden e Penny Hardaway che lo incrociarono in tempi non sospetti negli anni della Pebblebrook High-School), vedremo se riuscirà a trovare anche un mentore capace di indicargli la via nel grande marasma del Mistake on the Lake.

9. NEW YORK KNICKS – Kevin Knox (SF – Kentucky)

Veniamo a uno dei giocatori che più mi ha impressionato nei footage trapelati nella fase post-Draft. Piagnistei e manifestazioni varie ed eventuali di scontento in salsa newyorkese a parte (il caso Porzingis evidentemente ha insegnato ben poco sotto l’Empire State Building), l’allievo di coach Calipari potrebbe affermarsi nell’arco di 2-3 anni come l’ennesimo prodigio regalato da Kentucky alla pallacanestro mondiale. 2.06 m di rara eleganza cestistica in un’ala piccola dalla mano morbida, capace di attaccare in uscita dai blocchi o di costruirsi lo spazio per il tiro in autonomia. Con i suoi 210 cm di apertura alare, ha mostrato di poter essere un mismatch vivente dentro e fuori l’arco, potendo contare anche su una buona capacità di movimento in post-basso o, in alternativa, su una rapidità di piedi in 1vs1 che spesso gli consente di battere l’uomo per concludere al ferro.
Il lato oscuro della medaglia risiede però nella personalità troppo spesso fragile del figlio dell’Arizona. Discontinuo, a tratti inaffidabile da 3 punti come ai liberi, capace di sbagliare ripetutamente tiri aperti o di cadere in clamorosi cali di concentrazione sul fronte difensivo. La mano sinistra, così come il gioco in pick&pop , si sono rivelati mondi ancora inesplorati durante l’anno da Freshman con la maglia dei Wildcats.
Per corporatura longilinea e signorilità di movimenti Knox ricorda a tratti l’MVP delle ultime due Finals NBA (olè, prima o poi un paragone dovevo spararlo pure io), ma rispetto al primo Kevin Durant ci vorranno un paio di anni di lavoro sotto il profilo tecnico e mentale. New York saprà aspettare?

10. PHOENIX SUNS (via PHILADELPHIA) – Mikal Bridges (SF/SG – Villanova)

Che Bridges dovesse finire a Philadelphia era, a pochi minuti dalla prima apparizione di Silver sul palco del Barclays Center, il più classico dei segreti di Pulcinella.
E invece è successo l’insospettabile: Phila scambia la propria scelta con la numero 16 (Zhaire Smith) dei Suns e quindi ecco che il quasi 76ers si ritrova virtualmente catapultato tra i canyon dell’Arizona. Poco male, perché con l’approdo di due rookie di lusso (Ayton e Bridges, appunto) per la franchigia di Sarver potrebbe essere finita la lunga era del tanking.
Due volte campione NCAA nei tre anni passati a Villanova, l’ex-compagno di squadra di Donte DiVincenzo ha mostrato una crescita inarrestabile, passando in poco tempo da role player a leader indiscusso. Da specialista sugli scarichi (43% di efficacia da 3 punti nell’ultima stagione universitaria) a all-around capace di penetrare e tirare in movimento, acquisendo nel tempo velleità da attaccante in post-up, imparando a leggere gli schemi difensivi e a muoversi efficacemente lontano dalla palla. Difensivamente siamo probabilmente di fronte ad uno dei giocatori più consapevoli ed esperti della classe 2018 (defensive rating di 98 in NCAA), seppure sarà necessario aggiungere chili per reggere il confronto al piano superiore.
Il vero interrogativo su Bridges non riguarda tanto le possibilità di costruirsi una carriera a lungo raggio in NBA, quanto il ruolo che riuscirà a ritagliarsi nel tempo: semplice giocatore rotazionale o solida opzione in quintetto?

11. L.A. CLIPPERS – Shai Gilgeous-Alexander (PG – Kentucky)

Quando sceglie Jerry West congetturare uno steal of the Draft è un’ipotesi tutt’altro che peregrina.
Oscurato dalla moltitudine Freshman di lusso approdati a Kentucky (Knox, Washington, Vanderbilt, Green e Diallo), SGA ha iniziato il proprio cammino universitario nell’ombra, lavorando sui propri limiti e acclimatandosi gradualmente alle logiche di coach Calipari che, a fine stagione, lo ha pubblicamente battezzato il migliore e il più indispensabile tra i suoi. Conoscitore consumato del gioco in pick&roll (il 39% delle sue conclusioni in penetrazione è arrivato da questo scenario offensivo), ha mostrato di padroneggiare sapientemente crossover e tiro in sospensione, potendo inoltre alternare un’efficace visione in scarico per i compagni. Assillante in anticipo difensivo (1.6 recuperi a partita), ha saputo compensare una stazza spesso più leggera rispetto alle guardie avversarie sfruttando intuito, tempismo e apertura alare (intorno ai 210 cm).
Da rivedere la gestione dei possessi in playmaking (2.7 perse di media), così come dovrà necessariamente lavorare sul proprio atletismo per potersi affermare nell’elite del basket mondiale. L’attitudine al lavoro e la disciplina, però, sono già parte del bagaglio esperienziale di SGA.

12. CHARLOTTE HORNETS – Miles Bridges (SF/PF – Michigan State)

Le speculazioni su un MJ che, pare, avrebbe preferito tornare dalla Lottery con Gilgeous-Alexander, potendo iniziare a svincolarsi progettualmente da Kemba Walker per ripartire da una futura top-trade, sono più che plausibili. Persa la propria ipotetica point-guard del futuro per mano di West e soci, la dirigenza della Carolina del Nord ha scelto di puntare su un Sophomore che, dopo un interessante esordio universitario, non ha saputo conquistare fino in fondo gli scout NBA al secondo anno tra le fila degli Spartans. A sua discolpa bisogna però menzionare come, in abbondanza di lunghi, Izzo abbia dovuto adattarlo alla posizione di 3, costringendo il buon Miles a scenari fino ad allora poco consueti soprattutto sul fronte offensivo. Devastante in 1vs1 da palleggio, penetratore esplosivo, schiacciatore unico nella propria categoria, rimbalzista e stoppatore in supporto ai compagni, in posizione di ala piccola si è spesso trovato a dover tirare dalla media, attualmente suo principale tallone d’Achille. Altro grave handicap in prospettiva NBA è rappresentato dalla scarsa attitudine a giocare senza palla. Se a ciò aggiungiamo l’incapacità di costruire da palleggio per i compagni, ricaviamo il ritratto di un penetratore puro che dovrà necessariamente affiancare al contributo difensivo un ampliamento delle proprie possibilità di minaccia offensiva.

13. L.A. CLIPPERS – Jerome Robinson (SG – Boston College)

Jerry West, Jerry West…Dovessi mai trovarmi ad un tavolo verde a Las Vegas ci sono solo due persone che vorrei trovarmi a fianco: una è Jerry West, l’altra è Ray Babbit di “Rain Man”.
Il prodotto di coach Jim Christian non era esattamente accostato alla tredicesima scelta dai mock Draft fino ad una settimana prima del 21 Giugno.  La scelta di mr. Logo si fa ancor più azzardata se pensiamo che i Clips al momento della chiamata si erano inaspettatamente ritrovati tra le mani la possibilità di accaparrarsi uno dei massimi prospetti della propria annata, ovvero Michael Porter Jr.  Eppure West e soci hanno scelto di puntare su un giocatore che fino al 28 Aprile non aveva neppure ingaggiato un agente, in quanto non del tutto certo di confermare la propria candidatura al Draft 2018.
Non confondiamoci, siamo di fronte ad un All-American e ad un All-ACC First Team 2018 da 20.7 punti di media al terzo anno di college, capace di produrre dal tiro e in penetrazione, così come di macinare gioco per i compagni. Dunque, se da un lato tendo a diffidare dal “culto del santone” e dalle idolatrie di sorta, dall’altro lato penso sia lecito sospettare che durante il workout lo staff di Rivers (o di West, fate voi) abbia fiutato nel ragazzo possibilità prospettiche tali da giustificare un investimento di cui sicuramente, nel bene o nel male, sentiremo ancora parlare negli anni a venire. Stando all’attuale stao di Porter Jr. (condizione fisica ancora dubbia che, dopo avergli impedito di partecipare ai workout pre-Draft, lo ha anche tenuto fuori dalla Summer League, potendo forse pregiudicarne in parte o del tutto la prossima annata NBA), una prima parte della scommessa potrebbe essersi rivelata azzeccata. Pausa, silenzio… Già vi vedo a ripetere mentalmente il celeberrimo assunto dell’Avvocato sull’eterna, goffa maledizione dell’altra metà cestistica di L.A.

14. DENVER NUGGETS – Michael Porter Jr. (SF – Missouri)

Se ogni Draft è inesorabilmente destinato a portarsi dietro il suo bust, allo stesso modo si ripete ogni anno almeno un caso di snub. Questa volta, però, in maniera clamorosa solo fino a un certo punto. In uscita dalla Nathan Hale High-School di Seattle il talento del Missouri si accostava al college nel più consueto degli scenari da predestinato. Allenato nell’ultimo anno da liceale da coach Brandon Roy, si è definitivamente consacrato ad un futuro da pro con una stagione senior da 36.2 punti e 13.6 rimbalzi di media (Giocatore dell’anno secondo USA Today e Gatorade), regalando alla propria compagine il titolo statale e un record di 29 vittorie in 29 partite. Invitato al Nike Hoop Summit 2017 (nominato MVP), si avviava al proprio fulgido futuro universitario lasciando dietro sé un sentiero di pagine fitte d’inchiostro sui taccuini di scout e stampa (per entrambi secondo miglior prospetto nazionale assoluto e 5-stars recruit). Poi la scelta: seguire Michael Porter Sr., all’epoca assistente di Romar all’Università di Washington. Nel Luglio 2016, però, a seguito del cambio di timoniere, Porter Sr. diviene assistente della University of Missouri, dunque cambio di programma. Il 24 Marzo 2017 Michael Il Giovane s’impegna definitivamente con i Tigers di coach Cuonzo Martin, seguito dal fratello minore, Jontay Porter. L’esordio contro Iowa State, però, non dura nemmeno un tempo. Sotto gli occhi di fotografi, scout e reporter, la schiena del numero 13 di Mizzou cede. A Novembre la microdiscectomia, tre mesi più tardi il figlio del Missouri è, contro ogni migliore previsione, già sul campo di allenamento. Dunque ecco le pressioni interne ed esterne per accelerarne il ritorno in campo. Persino alcuni executives NBA si scomodano per suggerirgli il rientro in tempo per il Torneo. La corsa di Porter Jr. si ferma dopo due partite, questa volta per semplici ragioni d’incroci: i Tigers escono al primo round della Division I per mano di FSU. Tre presenze tra il 2017 e il 2018 con la casacca di Mizzou per un totale di 53 minuti di gioco.
Alla luce di quanto accaduto dallo scorso inverno all’estate appena passata, il caso Porter Jr. è sicuramente tutt’altro che uno snub. Le ragioni che hanno portato gran parte delle franchigie NBA a desistere dallo scegliere un giocatore dato #1 pick fino a poco più di un anno fa sono tutt’altro che secondarie. Si apre dunque un interrogativo ad oggi insolubile: siamo di fronte ad un nuovo caso Oden o ad un (ad oggi) ben più roseo Embiid/Simmons?

15. WASHINGTON WIZARDS – Troy Brown Jr. (SF/SG – Oregon)

Ma i Wizards questa scelta numero 15 la volevano davvero? Molto probabilmente no, avrebbero preferito renderla oggetto di scambio in una qualche trade rivolta verso giocatori d’esperienza, ma tant’è. Il Freshman nativo di Las Vegas potrebbe comunque tornare utile nelle rotazioni di coach Brooks, sapendo mettersi a disposizione dei compagni in costruzione di gioco (punti nelle mani per il momento pochi) e fase difensiva. In un contesto in cui Wall e Beal sono già intenti a contendersi gran parte dei tiri degli ex-Bullets un giocatore versatile e senza particolari velleità in termini di conclusione a canestro potrebbe rivelarsi un valido gregario nel corso della regular season. A margine è però necessario aggiungere una considerazione piuttosto pesante: in una squadra da tempo sguarnita in termini di tiratori perimetrali, un rookie con il 44.4% dal campo e il 29.1% da 3 punti al college potrà veramente aiutare a compiere il necessario salto di qualità da qui a 1-2 anni?

16. PHILADELPHIA 76ERS – Zhaire Smith (SG/SF – Texas Tech)

Entrato al college come 3-stars recruit, senza particolari velleità di un futuro da professionista ai piani alti, il Texano di Garland ha saputo in pochi mesi polarizzare le attenzioni nella Big 12 prima e al Torneo poi (18 punti, 9 rimbalzi e 7 assist nei trentaduesimi contro i Gators, 21 rimbalzi e 8 rimbalzi nell’eliminazione agli ottavi contro i futuri campioni di Villanova). Nell’anno da rookie sul parquet della Città dell’amore fraterno difficilmente otterrà qualche gioco sulla lavagnetta di coach Brown, dovendosi fondamentalmente limitare a difendere e lottare sotto i tabelloni in virtù del proprio atletismo fuori dal comune. Non stupitevi se dovesse ottenere un invito per lo Slam Dunk Contest. In futuro, chissà, potrebbe anche ottenere spazio come specialista. Volete i miei due centesimi? Considerati il contesto e le necessità attuali di Phila, avrei visto molto meglio Mikal Bridges a fianco a Simmons e compagni, nel breve, così come nel lungo periodo.

17. MILWAUKEE BUCKS – Donte DiVincenzo (SG – Villanova)

Il giocatore culto della Lottery 2018: The Big Ragù, secondo il cronista Gus Johnson, cui spetta la patria potestà del soprannome del MOP delle ultime Final Four NCAA.
Al momento della firma con la compagine del Wisconsin la guardia tiratrice italo-americana nata a Newark aveva in banca un saldo pari a 3.71$.
Campione universitario
nel 2016 e nel 2018, Big-East All-Freshmen Team 2017, Sesto uomo dell’anno 2018 nella Big-East, con 31 punti (record all-time in una finale NCAA per un giocatore fuori quintetto), 5 rimbalzi, 3 assist e 2 stoppate nella partita della vita lo scorso 1° Aprile contro Michigan.
Solo pochi giorni prima delle Final Four un possibile futuro di DiVincenzo nella Lega era più che questionabile, a maggior ragione una sua chiamata al primo turno. Eppure il giovane Donte del Delaware aveva già dato prova di poter essere un tiratore di sostanza e un sesto uomo carismatico in alcuni decisivi momenti della propria carriera cestistica universitaria, ad esempio il 10 Febbraio 2018, mettendone 30 in faccia alla difesa di Butler e, ancor più, nella Elite Eight, contribuendo alla vittoria dei suoi con 12 punti e 8 rimbalzi contro Texas Tech.
La scelta di Milwaukee potrebbe a maggior ragione risultare tutt’altro che avventata alla luce di un roster che necessita di giocatori capaci di aprire la scatola sul perimetro e garantire ordine, lucidità e incisività nelle fasi cruciali del match, cosa che, tra un Bledsoe, un Middleton e un Antetokounmpo, è più di una volta mancata ai Bucks nel corso della passata RS e ancor di più nel corso degli ultimi PO.
DiVincenzo non è, ad oggi, un giocatore elegante, particolarmente tecnico in fase offensiva o dalle doti fisiche sovrannaturali. Ma coraggio, intelligenza tattica, agone difensivo, puntualità nel leggere le fasi della partita e capacità di comprendere la propria missione e il proprio ruolo in roster indubbiamente non gli mancano. Ad averne…

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18. SAN ANTONIO SPURS – Lonnie Walker (SG – Miami)

Tipo peculiare questo Lonnie, a partire dalla foto di consacrazione agli Spurs, di fianco ad un impassibile Adam Silver, la notte delle Scelte.
Condizionato nella prima parte della stagione da Freshman agli Hurricanes dai postumi dell’intervento al ginocchio subito nell’estate 2017, ha saputo fin dai primi mesi del 2018 acquisire fiducia in se stesso, conquistando dunque anche quella di coach Larranaga. Dagli 8.1 punti di media con il 25.5% dalla lunga distanza nella prima metà dell’anno agli 11.5 punti con quasi il 35% da oltre l’arco a fine campionato. Il potenziale per affermarsi come specialista tiratore e abile interdittore difensivo indubbiamente c’è, potendo per altro contare su ottime doti atletiche, senza escludere, in prospettiva, un possibile ampliamento del proprio ventaglio tecnico-tattico in penetrazione, in taglio su lato debole e in costruzione di gioco per i compagni.
Con un back-court texano in fase di rinnovamento, probabile che Pop scelga di fargli fare qualche salto ad Austin, in G-League, per metterlo poi di tanto in tanto alla prova sotto l’Alamo.

19. ATLANTA HAWKS – Kevin Huerter (SG – Maryland)

Giunto al Draft 2018 con la fama di tiratore, ha mostrato in fase di Combine doti atletiche di ottimo livello (quasi un metro di verticalità in elevazione). A fianco al 41.7% dalla downtown fatto registrare nelle file dei Terrapins con 14.8 punti di media e 5 rimbalzi a partita, il nativo di Albany si è mostrato più che volitivo in fase difensiva, elemento tutt’altro che snobbato dagli osservatori e dai tecnici della Lega.
Bronzo ai mondiali U19 2017, oro al FIBA Americas U18 Championship 2018, fa ingresso negli Atlanta Hawks con prospettive da role player offensivo e gregario di supporto difensivo.

20. MINNESOTA TIMBERWOLVES – Josh Okogie (SG – Georgia Tech)

Direttamente da Lagos, Nigeria, già ACC All-Freshman Team nel 2016-2017, nella passata stagione ha guidato Georgia Tech con i suoi 18.2 punti e 6.3 rimbalzi a partita, conquistando il terzo quintetto ACC All-Sophomore.
Giocatore atletico, con un discreto tiro dall’arco (38% di media la scorsa stagione), da migliorare il Q.I. cestistico e il ball-handling.
Potrebbe rivelarsi il tipo di giocatore con cui tipicamente coach Thibodeau riesce a sviluppare una virtuosa sintonia. Nel contesto dei T-Wolves, nel mentre sempre più ereditieri del nobile passato recente dei Bulls, avrà a disposizione un contesto dinamico e talentuoso da un lato, ricco d’esperienza dall’altro.

21. UTAH JAZZ – Grayson Allen (SG – Duke)

Lo seguivo e lo aspettavo alla prova del nove da anni. Giocatore che ho seguito fin dai suoi esordi a Duke, tra alti e bassi. Controverso, scorretto, arrogante, poliedrico, generoso, stupefacente. Se ne sono dette tante su Allen nei suoi tre anni da playmaker di riserva prima, da guardia tiratrice poi al servizio di coach Krzyzewski.
Campione NCAA nel 2015, è stato capace nell’anno da Freshman di crescere in fretta, passando dai 4.4 punti di media in stagione a un Torneo giocato da protagonista, con 16 punti decisivi nella finale contro Wisconsin. “We were kind of dead in the water. We were nine points down and Grayson just put us on his back” avrebbe detto coach K tra i coriandoli del Lucas Oil Stadium di Indianapolis. Nella stagione successiva 21 punti di media con il 43% da oltre l’arco, i richiami verso il piano alto non mancano, per molti è l’anno della consacrazione. Nell’estate 2016 il colpo di scena: Grayson rimane a Duke per completare il terzo anno di college, l’NBA può aspettare. Nel mezzo le perplessità di alcuni cronisti e l’accanimento mediatico a seguito del caso Spalding. L’8 Febbraio 2016 il numero 3 dei Blue Devils viene colto in flagrante durante un tentativo di sgambettamento (andato a buon fine) ai danni di Raymond Spalding di Louisville. ESPN.com il mattino seguente esce chiedendosi retoricamente se Grayson Allen sia “the next hated white Duke player” (chiaro riferimento al predecessore Christian Laettner). Sempre nella stagione 2015-16, nel secondo incontro stagionale con Louisville, Allen riceverà un tecnico per aver ripetutamente imprecato contro gli arbitri a seguito di un quinto fallo fischiato per aver più volte sgomitato un avversario durante una bagarre in recupero palla. Il 15 Febbraio 2016 nuovo “tripping-gate”: negli ultimi secondi di un match ormai già vinto la guardia di Duke sgambetta Rathan-Mayes di FSU. Che questi episodi, il conseguente attacco mediatico e lo scetticismo di qualche scout NBA non abbiano giocato alcun ruolo nella scelta di non candidarsi al Draft 2017 è alquanto improbabile. L’anno da Junior inizia tra le ammende a mezzo stampa dello stesso nativo di Jacksonville, ma il 21 Dicembre 2016 lo scenario si ripete: sgambettamento ai danni di Steven Santa Ana di Elon. Sospeso per una partita dal suo stesso head coach, Grayson giocherà una discreta stagione, seppure declassato, per ragioni tattiche, tecniche e disciplinari, a terza opzione offensiva della squadra.
In Summer League si è mostrato un giocatore già pronto a prendere le redini del secondo quintetto dei Jazz (nel mentre un nuovo episodio di screzio e fallo tecnico contro Trae Young). Tiratore maturo, attaccante dinamico e muscolare, difensore roccioso, capace di sacrificarsi per i compagni, dovrà necessariamente migliorare la propria tenuta mentale e le letture nelle differenti fasi di gioco. Paragonato da molti a Bob Sura, potrebbe costruirsi un roseo futuro da role player, regalandoci anche numerosi highlights (possibile apparizione al Slam Dunk Contest?).
Il giocatore di cui questi Jazz avevano bisogno. Potrebbe trovare all’ombra di Salt Lake City l’habitat ideale in cui edificare un promettente futuro da pro. Chiamato alla 21 potrebbe essere uno degli steals di questo Draft.

22. CHICAGO BULLS – Chandler Hutchison (SF – Boise State)

Nell’anno da Senior ha fatto registrare cifre di tutto rispetto (20 punti e 7.7 rimbalzi di media), in parte condizionate dall’essere il giocatore con più possessi tra le mani in una squadra di fascia mediocre. Fisicamente può contare su buoni mezzi in termini di stazza e atletismo, potendo competere coi propri pari ruolo su ambo i lati del campo senza pagare dazio. Ha lavorato molto sul tiro negli anni da collegiale e a Chicago potrà eventualmente proseguire il proprio sviluppo senza troppe premure. Rimane comunque una scommessa (per altro preannunciata da tempo nell’Illinois) il futuro di questo ventiduenne ora che dovrà confrontarsi ad un livello decisamente più alto e con un ruolo, almeno inizialmente, di secondo piano all’interno del proprio roster.

23. INDIANA PACERS – Aaron Holiday (PG – UCLA)

La storia recente e passata dice a chiare lettere che affidandosi a UCLA le possibilità di pescare buone point-guard sono più che ragguardevoli. Aaron, inoltre, ha dalla sua il fatto di poter contare in ottica NBA sui consigli dei navigatissimi fratelli Justin e Jrue (non male, no?). Sbocciato tardi nel sole della California, ha portato a casa nel proprio anno da Junior ai Bruins la bellezza di 20.3 punti e 5.8 assist di media. Peso piuma per gli standard professionistici attuali (84 kg per 1.85 m), ha saputo fare tesoro degli anni universitari per progredire continuativamente in termini di bagaglio tecnico e atletismo. Buon difensore, dovrà necessariamente riuscire a trovare una propria dimensione nell’arco dei primi 2-3 anni nella Lega. Tendenzialmente destinato a diventare un playmaker portato ad alternare regia e attacco in penetrazione sul modello del futuro compagno di squadra Darren Collison.

24. PORTLAND TRAIL BLAZERS – Anfernee Simons (SG – IMG Academy)

L’azzardo dell’Oregon. Simons si presenta sulla soglia della Lega direttamente dalla Prep School di Badenton, Florida (voglia di studiare saltami addosso). Quarto giocatore nella scuola dell’accademia ad avere l’onore e l’onere di indossare la casacca di una franchigia NBA (prima di lui Bhamara, Duval, Sanchez; se non vi dicono nulla non preoccupatevi, non è colpa vostra), rappresenta per gli addetti ai lavori qualcosa di più di un’incognita. Giocatore rapido, tiratore abile in differenti condizioni di gioco, buon esploratore di pick&roll, non ha avuto modo di confrontarsi in contesti minimamente indicativi in ambito giovanile-universitario. Domanda per Neil Olshey: e adesso questo dove lo mettiamo? Portland si trova attualmente in una condizione di totale ridondanza di guardie e, in più, non dispone nemmeno di una succursale in G-League in cui poter assicurare una stagione di crescita sul campo alla propria pick #24.

25. LOS ANGELES LAKERS – Moritz Wagner (C – Michigan)

Tedesco (scuola Alba Berlino) importato lungo le rive del lago Michigan, si è dimostrato in NCAA attaccante versatile ed efficace. Difensivamente è molto indietro rispetto alla gran parte dei centri della propria classe. Insomma, giocatore tecnicamente già capace di farsi apprezzare anche sotto i riflettori di Los Angeles, potrebbe far trapelare molti lati oscuri nell’accoppiamento anche coi lunghi dei secondi e terzi quintetti avversari.
Capace di sorprendere al Torneo nell’ultimo anno a Michigan (in semifinale contro la Cenerentola Loyola performance da incorniciare: 24 punti e 15 rimbalzi, primo giocatore a mettere a segno almeno 20 punti con 15 recuperi sotto i tabelloni dai tempi di Hakeem Olajuwon, correva l’anno 1983), Mo rimane comunque un giocatore in cui voglio credere in ottica futura. Ci sarà sufficiente spazio e credito per un giovane lungo europeo là dove è appena sbarcato LeBron James? Ahimé, temo di conoscere la risposta…

26. PHILADELPHIA 76ERS – Landry Shamet (PG – Wichita State)

Ipoteticamente arriva a Phila con una missiore: tirare.
43.7% in carriera universitaria da oltre l’arco, ha mostrato di saper mantenere ben salde le proprie medie anche al crescere del numero di tiri presi a partita. Talento non moltissimo in termini generali. Sa comunque muoversi senza palla e può dire la sua in termini di assist e difesa. Dovesse riuscire ad affermarsi rapidamente come tiratore, potrebbe conquistare minuti e giochi nel sistema di Brett Brown.

27. BOSTON CELTICS – Robert Williams (C – Texas A&M)

Occhio perché Ainge potrebbe aver azzeccato anche questa e, se così fosse, il futuro compagno di squadra di Tatum e Irving potrebbe rivelarsi lo steal tra gli steals di questo Draft.
Di Williams si parlava tra gli osservatori NBA già nel 2017, ma alla fine il ragazzo optò per un altro anno di college.
Centro undersize dalle braccia lunghissime, probabilmente è già pronto per competere nella futura RS in ambito difensivo. Offensivamente ci sarà molto da lavorare, ma la sua verticalità potrebbe favorirlo in termini di ciò che potrebbe diventare da qui a 2-3 anni.
Giovane talentuoso ma sottostimato, prospetto interessante seppur sotto traccia. Ne abbiamo già visto qualcuno con questo background prendere il volo sotto l’ala di Brad Stevens.

28. GOLDEN STATE WARRIORS – Jacob Evans (SF – Cincinnati)

La storia recente dei Warriors al cospetto dei nuovi talenti universitari è definibile attraverso due concetti: pragmaticità e minimalismo. Nella Baia in questi ultimi anni si è preso ciò che serviva, pescando negli anni tre futuri All-Stars (Curry, Thompson e Green). Oggi i Big-Three sono Big-Five, almeno secondo la definizione mediatica (perché ok Steph, Klay, Draymond, KD e DMC, ma secondo me dimenticarsi di Iguodala e Livingston è quantomeno irriguardoso), sicché ciò che serve è molto semplice (all’apparenza): gregari.
Looney e Cook hanno saputo adattarsi in maniera piuttosto proficua al settore manovalanza di Kerr, Evans, dal canto suo, potrebbe seguirne la scia. Giocatore 3&D, potrebbe ricoprire lo spot dell’uscente Swaggy P se saprà confermare quantomeno queste due peculiarità anche sotto la pressione e le aspettative che dal 2015 circondano i Californiani.

29. BROOKLYN NETS – Dzanan Musa (SF – Cedevita)

Uomo da punti uscendo dalla panchina in Europa, sa far male in pick&roll. Ha mostrato di saper lavorare sui propri deficit difensivi, potendo anche contare su una consapevolezza e un pedigree da professionista navigato, nonostante la giovane età (pro nel Vecchio continente fin dall’età di 16 anni). I Nets potrebbero optare per il classico piano a lungo termine spesso destinato ai giovani di provenienza europea, ovvero lasciarlo ancora un anno o due al di là dell’oceano per osservarne gli sviluppi da lontano. Il ragazzo ha carattere, a volte forse persin troppo, dunque potremmo vederlo, se non ora tra qualche anno, guadagnarsi il suo spazio nella Lega. See you soon?

30. ATLANTA HAWKS – Omari Spellman (PF – Villanova)

Rimasto fermo tutto il primo anno a Villanova per problemi scolastici (non esattamente il primo della classe il nostro Omari, va’), nel secondo anno al college ha dovuto prendersi il suo tempo per perdere peso e affinare le doti tecniche, fino a diventare il tipico stretch-4. Capace di comprendere le necessità di sistema, ha mostrato carattere ed etica del lavoro nel suo ancor breve cammino nel mondo del basket. Ragazzo maturo, potrebbe rivelarsi un’utile complemento per la front line della Georgia.

LAST BUT NOT LEAST

Ovvero i giocatori degni di nota del 2° giro, senza ricordare che in passato dalla #31 in avanti sono usciti giocatori del calibro di Manu Ginobili, Dennis Rodman, Mark Price, Gilbert Arenas, Paul Millsap, Draymond Green, Mark Gasol, Rashard Lewis, Isaiah Thomas, DeAndre Jordan, Hassan Whiteside e Nikola Jokic.

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31. Elie Ekobo (PG – Élan Béarnais)

Consacrato ad una scelta NBA assicurata dopo i 44 punti realizzati il 23 Maggio scorso in G1 del primo turno di playoffs contro il Monaco. Bronzo agli Europei U20 2017, potrà dare a Phoenix pericolosità al tiro, capacità di mettersi in proprio dal palleggio e sfrontatezza.

33. Jalen Brunson (PG – Villanova)

Sbarca a Dallas con consapevolezza, durezza ed esperienza assolutamente superiori a gran parte dei giocatori selezionati in questo 2018. PG di rotazione del futuro, ne sentiremo parlare ancora negli anni a venire. Nel mentre stia il più vicino possibile a J.J. Barea, potrebbe insegnargli molto su come svolgere il complicato ruolo del secondo playmaker in maniera decisiva.

35. Melvin Frazier Jr. (SF – Tulane)

Borderline 1st round pick secondo molti addetti ai lavori, approda ai Magic con capacità di tiro anche dalla lunga, difesa, doti atletiche ed esplosività. Eletto Most Improved Player della scorsa stagione AAC, ha fatto registrare quasi 16 punti di media con 5.5 rimbalzi, 2.1 rubate, 55 FG% e 39 3P%. Esce alla #35 con futuro davanti.

54. Shake Milton (SG/PG – SMU)

Scambiato dai Mavs (in cambio di Ray Spalding e Kostas Antetokounmpo) , arriva ai 76ers con prospettiva di alternanza tra Philadelphia e Wilmington, dove verosimilmente giocherà diverse partite ai Blue Coats in G-League. Combo-guard difensiva d’interesse, potrebbe rivelarsi un utile terminale offensivo, potendo servire da tiratore sugli scarichi. Nelle 22 partite giocate ai Mustangs lo scorso anno 18 punti, 4.7 rimbalzi, 4.4 assist e 1.4 rubate di media con il 43.4% dalla lunga in una sfortunata stagione terminata precocemente a causa della frattura alla mano destra.

Rimane un ultimo grande quesito: chi sarà il prossimo dominatore della nuova generazione?

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Davide Alekos Iaconis

Davide Alekos Iaconis

Nato a Torino 8 ore e 45 minuti prima di Italia-Danimarca 1-0 (61° Zio Bergomi) nell’anno del secondo MVP a Magic, appena uscito dal comodissimo salotto amniotico esclama: “Chiudete la porta, ché mi fa freddo”, mentre l'ostetrica, facendo roteare la mano in aria a mo' di flamenco, proclamava: “E' nato 'nu criature niru, niru”. All'età di 5 anni lascia l'hinterland e l'atmosfera “summer, summer, summertime/time to sit back and unwind” da Fresh Prince of Le Fornaci per trasferirsi a Mirafiori, affascinato dal groove della metropoli. Da lì in avanti sarà tutto un susseguirsi di tram linea 4, panini con la 'nduja, Kobe Bryant, A Tribe Called Quest e pianofortini elettronici anni '90. Dopo una temporanea separazione consensuale dalla palla a spicchi per dedicarsi alla scuola di Esculapio, torna a giocarci e, perché no, anche a scriverne. Con risultati discutibili.

 

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