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1996: un draft cambia la storia (seconda parte)

Una settimana fa avevamo iniziato un viaggio attraverso la lunga locomotiva dei draft del passato della NBA, fermandoci immediatamente ad una stazione dai contorni ormai mitici, la classe del 1996, una delle nidiate di giocatori entrate nella leggenda.

Il primo passo è stato regale, dato che ci siamo soffermati su quelli che in un prossimo futuro entreranno a larghe falcate nella Hall of Fame della lega (Iverson, Bryant, Ray Allen e Nash). Oggi invece scenderemo di qualche scalino e andremo ad incontrare individui di varia sorta, tutti accomunati dall’essere stati All Star: talenti incredibili ma un tantino deviati come Stephon Marbury e Antoine Walker, lunghi solidi e dalla mano morbida come Zidrunas Ilgauskas, spilungoni di classe sopraffina come Jermaine O’Neal e Shareef Abdur Rahim, ed infine il miglior prodotto della scuola slava dello scorso quindicennio, Predrag Stojaković.

Prima di addentrarci nella disamina dei protagonisti principali di questa seconda puntata dedicata all’NBA draft 1996, è doveroso almeno menzionare gli altri buoni/ottimi prodotti di questo draft che definire ricco sarebbe un eufemismo. Partiamo da Kenny Kittles, solida guardia e tiratore scelto, è stato una bandiera dei Nets, titolare per sette stagioni e stabilmente oltre la doppia cifra di media; quindi Erick Dampier, un roccioso centro difensivo “vecchia maniera”, dalle spiccate propensioni a rimbalzo, ha diviso la sua carriera soprattutto tra Warriors (sette stagioni) e Mavs (sei stagioni); la steal of the draft Derek Fisher (scelto alla 24), playmaker dalle qualità individuali tutto sommato ordinarie, ma dotato di sangue glaciale e di uno speciale killer instict nei finali di gara (meglio se ai playoff ), qualità che gli hanno fatto ottenere cinque titoli NBA in canotta Lakers; per finire Marcus Camby, purtroppo per lui penalizzato dall’essere stato seconda scelta assoluta, perciò chiamato ben prima di giocatori che si sono rivelati autentici fuoriclasse. Tuttavia Camby, pivot dal fisico longilineo ed atletico, è stato un signor giocatore, uno dei migliori difensori, rimbalzisti e stoppatori (in questo fondamentale era davvero clamoroso) della lega per oltre un decennio (difensore dell’anno nel 2007, quattro volte nei quintetti difensivi, quattro volte miglior stoppatore), in grado di cambiare letteralmente il volto di una squadra in una metà campo – mentre a livello offensivo è sempre stato piuttosto limitato (si è reso celebre per la sua discutibile meccanica di tiro).

Persino da queste sintetiche righe introduttive è evidente quanto questo draft  meriti l’altisonante appellativo di leggendario, e rivaleggi con pochissimi altri – il 1984 ed il 2003 – nell’astratta competizione che mira a decretare quale sia stato il migliore di sempre.

La maledizione del talento

Accomunati dal destino di possedere un talento puro straordinario (probabilmente da questo punto di vista eravamo su livelli non distanti da Kobe ed Iverson) , Stephon Marbury (due volte All Star) ed Antoine Walker (tre volte All Star), hanno avuto percorsi diversi all’interno della NBA, ma saranno accomunati per sempre per essere i due più grandi rimpianti della classe draft  1996. Maestri nello spreco di talento, campioni del potenziale inespresso, sono stati comunque in grado di regalare agli appassionati abbaglianti flash di basket sublime, talvolta persino stagioni intere ad altissimo livello, ma di certo non abbastanza per lenire la delusione per ciò che sarebbero potuti essere e ciò che invece sono stati.

Stephon-Marbury

Stella dei playground di Coney Island, Starbury nella sua carriera NBA ha vestito le canotte di T-Wolves, Nets (le due annate migliori nel 1999/2000 e 2000/2001, con numeri letteralmente da capogiro), Suns, Knicks (un sogno per lui figlio di New York, tramutatasi in un fallimento totale) e per finire una ingloriosa parentesi ai Celtics nel 2009 (dal 2010 è emigrato in Cina, ed oggi milita nei Beijing Ducks). Potenzialmente avrebbe potuto dominare la lega: era un playmaker dotato di velocità supersonica, varietà infinita di armi offensive (poteva arrivare comodamente ai 25 punti a sera), ottimo fisico, tecnica circense, mani dolci ed eccellente visione di gioco. Il problema riguardava essenzialmente il versante della personalità e del feeling  con dirigenti, allenatori e compagni di squadra: egocentrico, problematico, litigioso, incapace di vivere con serenità il “mestiere” per il quale è nato. I rimpianti maggiori forse li hanno a New York, in cui da figliol prodigo gli era stato chiesto di riportare in alto una gloriosa franchigia decaduta; la storia reale invece racconta di interminabili ed insanabili contrasti in seno a spogliatoio e dirigenza, con Stephon incapace di guidare i suoi compagni verso il benché minimo traguardo.

Antoine Walker

Walker, al secolo The Genius, aveva, sotto certi aspetti, un potenziale fisico e tecnico addirittura superiore a quello di Marbury: 206cm per 110kg di estro cestistico raffinatissimo, un’ala grande in grado di attaccare indifferentemente prendendosi tiri dall’arco dei tre punti, dalla media distanza, in isolamento partendo fronte o spalle a canestro (disponeva di un gioco in post d’altri tempi), catturava rimbalzi in quantità pur saltando poco, passava e trattava il pallone come un playmaker. Un autentico fenomeno in grado di completare stagioni decisamente oltre i 20 punti, 8 rimbalzi e 5 assists a incontro (statistiche degne del miglior Lebron James, da parte di un giocatore che atleticamente non valeva un decimo di Lebron). Ciò nonostante non è riuscito ad arrivare nemmeno alla metà del giocatore che sarebbe potuto essere in potenza. Il duo con Paul Pierce prometteva ai tifosi Celtics di tornare ad antichi fasti, Walker ne sarebbe stato la pietra angolare, ma non è stato così, a causa di incomprensioni, cali di forma (soprattutto la tendenza al sovrappeso), incompatibilità tecniche e la tendenza ad essere eccessivamente accentratore. A Dallas l’esperimento del binomio con Nowitzki è finito miseramente e così Antoine è stato costretto a riciclarsi nel ruolo di comprimario di lusso negli Heat di Wade e Shaq, vincendo l’anello nel 2006 e avviandosi mesto al tramonto di una carriera iniziata in maniera fulgida e sotto gli auspici di diventare uno dei dominatori del nuovo millennio. Auspici amaramente disillusi, e la sensazione di aver perso un gioiello rarissimo, autodistruttosi fuori dal campo nel vortice gioco d’azzardo, sperperando tutto il suo denaro alla stessa stregua di come aveva dilapidato il suo talento sul parquet.

Sette piedi (o quasi) di zucchero

Shareef Abdur Rahim e Jermaine O’Neal, rispettivamente una e sei volte All Star, sono stati –utilizzo il tempo passato, ma Jermaine gioca ancora, seppure in un ruolo secondario –  due lunghi di classe superiore, caratterizzati entrambi da grande completezza tecnica, penalizzati (fra i due sicuramente di più Abdur Rahim) dall’essere rimasti a lungo da squadre non di prima fascia (i Grizzlies per Shareef ed i Pacers per Jermaine), e di conseguenza dall’essersi affermati come stelle in contesti dalla scarsa visibilità. Un altro elemento di similitudine risiede nel fatto che avessero entrambi uno stile di gioco poco appariscente e spettacolare, apprezzato maggiormente dai puristi e dai nostalgici della pallacanestro per la pulizia e la fluidità dei movimenti, piuttosto che dal pubblico medio americano (e non) assuefatto a schiacciate e numeri mirabolanti.

Shareef-Abdur-Rahim

Abdur Rahim è addirittura finito nel dimenticatoio della maggior parte degli appassionati odierni della NBA: forse il ritiro prematuro nel 2008, a causa di cronici problemi alle ginocchia, unito al fatto di aver trascorso le annate migliori a Vancouver a cavallo tra i due millenni, ha contribuito ad offuscarne – ingiustamente –  la carriera. Nondimeno parliamo di un’ala grande che nei primi sette anni di NBA aveva medie da superstar vera, oltre i 20 punti, 8 rimbalzi e 3 assists (con una stagione da rookie strepitosa da 18,7 punti e 6,9 rimbalzi a partita), sfoderando prestazioni scintillanti, gioco old-school con mezzi atletici importanti, un vero prototipo di lungo ideale del terzo millennio. Purtroppo i contesti perdenti in cui ha giocato (dagli anni migliori ai Grizzlies, passando poi agli Hawks, ai Blazers, per finire ingloriosamente esordendo ai playoff nel 2006 coi Kings), alcuni rovinosi infortuni ed una personalità non certo da trascinatore o leader emotivo, ne hanno pregiudicato la considerazione e lo hanno condannato anzitempo ad un destino da sottovalutato e semi-dimenticato.

Jermaine-O’Neal

Jermaine ha avuto una sorte migliore, pur rientrando anch’egli nella sfera degli ingiustamente sottovalutati dello scorso quindicennio. La sua carriera è stata proporzionalmente inversa rispetto a quella di Abdur Rahim: tanto sono state folgoranti le prime stagioni dello “Sceriffo”, tanto sono state invisibile quelle di O’Neal, a scaldare la panchina dei Blazers (circa dieci miseri minuti a partita nei quattro anni a Portland).  L’approdo ad Indiana nel 2000 è stata la svolta per questo pivot dalle doti fisiche (211cm per oltre 110kg di muscoli) e tecniche (invidiabile gioco in post, mani delicate, discreto tiro dai 3-4m, difensore eccellente) impressionanti, il quale diviene subito titolare, sfiorando la doppia-doppia di media, e diventando elemento imprescindibile per i nuovi Pacers del periodo crepuscolare del mito Reggie Miller, il cardine su cui fondare le auspicate – ma disattese – fortune future della franchigia. Nel 2001/2002 vince il premio di giocatore più migliorato, toccando le cifre di 19 punti, 10,5 rimbalzi e 2,3 stoppate a gara; ma non si ferma e negli anni successivi continua a migliorare, facendo inoltre presenza fissa all’All Star Game tra il 2002 ed il 2007, ed arrivando persino a toccare i 24,3 punti a partita (assieme a quasi 9 rimbalzi e a 2 stoppate, ed una presenza difensiva a dir poco notevole) nel 2003/2004. Al termine di questa irripetibile stagione le sue statistiche iniziano inesorabilmente a calare, ed il matrimonio con i Pacers finisce nel 2008, anno in cui ha inizio il suo girovagare finale per la lega (rendendosi comunque assai utile come cambio dei lunghi) che lo porterà a Toronto (pochi mesi), Miami (l’ultima stagione a buon livello nel 2009/2010), Boston, Phoenix ed infine Golden State.

Un lituano ed uno slavo

Zydrunas Ilgauskas e Predrag Stojaković sono stati i due migliori giocatori europei del draft, entrambi protagonisti di ottime carriere nella NBA, hanno avuto il merito di dimostrare – in un’epoca ancora piuttosto  diffidente verso i giocatori non americani, come il basket del vecchio continente potesse realmente offrire dei talenti capaci di sfondare anche a livello americano.

Ilgauskas

Ilgauskas è divenuto una autentica bandiera dei Cavaliers (nel marzo scorso la sua canotta numero 11 è stata perfino ritirata), infatti vi ha militato ininterrottamente per 14 stagioni (anche se la quindicesima ed ultima l’ha vissuta tra le fila degli Heat dell’amico James), vivendo sia la tetra stagione di passaggio dal vecchio al nuovo millennio, nella quale Cleveland è stata una delle squadre “materasso” della lega, sia la “primavera lebroniana” del ritorno ai playoff nel 2005/2006 (conquistati in serie fino al 2010 con delle eccellenti regular Seasons) e della storica apparizione alle Finals nel 2007. L’imponente centro lituano (2.21m per 108kg) è stato un elemento imprescindibile nelle gioie e nelle sofferenze della franchigia: la tecnica di scuola nordica lo ha aiutato a destreggiarsi tra i corpi decisamente più atletici degli americani, riuscendo a concludere in doppia cifra le prime tredici annate (solo nell’ultima, dato il minutaggio ridotto, la produzione è calata) mentre l’enorme mole gli ha permesso di essere un importante fattore difensivo, buon rimbalzista e stoppatore. Purtroppo innumerevoli inconvenienti fisici, in particolare nella prima metà della carriera, ne hanno compromesso parzialmente l’impatto assoluto (vanta comunque due convocazioni all’All Star Game), ma il ricordo di Ilga, professionista esemplare, rimarrà indelebile nelle menti dei tifosi dei Cavaliers.

Peja-Stojakovic

Per concludere in bellezza questa lunga retroprospettiva sul draft  del 1996, scocca il momento del serbo Peja Stojaković, uno dei giocatori di culto del decennio 2000-2010, soprattutto nella lunga militanza – le sue prime sette stagioni in NBA – in canotta Sacramento Kings, compresa l’entusiasmante cavalcata dei playoff 2002, culminati nell’epica (e sospetta) Finale di Conference contro i Lakers, terminata con una immeritata sconfitta a alla settima partita.

Peja è stato un’ala piccola atipica per la stazza di 208cm e la specializzazione nel tiro dalla lunga distanza: l’altezza da cui avveniva il rilascio della palla, unita ad una meccanica di tiro perfetta e ad una sensibilità di mano tipicamente slava, lo rendeva una inarrestabile macchina da triple, un bombardiere illegale, capace, dopo due stagioni di apprendistato, di assurgere al ruolo di uno dei cannonieri principi della lega (addirittura vice-capocannoniere del 2004 con 24,3 punti a partita, annata eccezionale in cui venne incluso nel secondo quintetto ideale).

In aggiunta alle doti di tiratore da tre punti, Peja è stato anche uno dei migliori tiratori di liberi della storia della NBA (89,5% in carriera), un discreto rimbalzista, considerando lo scarso atletismo e l’ovvia tendenza a stazionare lontano dal canestro, ed un passatore sottostimato. Dopo le gloriose stagioni a Sacramento, in una delle squadre più divertenti di sempre, Stojaković, in lento ma progressivo declino, è passato per Indiana, New Orleans (quattro buonissime annate), una comparsata a Toronto ed uno splendido tramonto a Dallas, in cui nel 2011, pur da panchinaro di lusso, è finalmente riuscito a conquistare un anello ormai insperato.

Marco

 

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