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MVPaul

La preoccupazione più grande di ogni atleta, fresco di infortunio – diciamo medio-grave per tempi di recupero – è gridare con rabbia al mondo intero (compreso se stesso) l’invitta volontà di tornare al più presto come prima. Non è possibile farlo. Non esistono possibilità di riavvolgere il nastro. Non dopo un trauma così rilevante da un punto di vista fisico e psicologico. Quello che si può fare è lavorare duramente per raggiungere nuovi standard di efficacia. Basta cogliere il senso, che potremmo definire quasi catartico, insito nel dover osservare un periodo forzato di stop per trasformare parti fin lì trascurate del proprio gioco. E il cambio di prospettiva Paul George, faro di questi Thunder, pare davvero averlo compiuto, se è vero che solo 4 anni e mezzo fa, nel primo giorno di un maledetto agosto, vide spezzarsi, in un colpo solo, tibia e perone contro la base del canestro nel tentativo di inseguire Harden lanciato a canestro e adesso, a meno di un lustro di distanza, insegue il più irsuto collega nella lotta per il titolo di miglior marcatore stagionale a suon di trentelli.

Ad esser sinceri, PG già nella seconda stagione post-infortunio (2015-16), la prima affrontata nuovamente dall’inizio, si era attestato più o meno sui livelli di sempre, almeno da un punto di vista rigorosamente statistico. Probabilmente l’andamento sul parquet appariva più incerto rispetto al passato e la ricerca del contatto meno ossessiva, per usare un eufemismo. In difesa si sbatteva un po’ meno, o forse non era ancora in grado di correr sulle piste del migliore degli altri. Tuttavia il contributo dell’ex-24 difficilmente è venuto meno in ognuna delle 81 gare di regular season in cui è sceso in campo. Non è mancato nella stagione successiva e nemmeno nella prima in Oklahoma, seppur in mezzo a difficoltà ed equivoci tattici. Ma è in questa tornata, 2018-19, che George ha elevato il suo rendimento a un livello superiore, a cui solo una manciata di eletti possono accedere: quello dei candidati MVP. Giocando con le sigle e con il nome, #MVPaul potrebbe essere il riuscitissimo hashtag della sua campagna elettorale.

Dopo un inizio morbido, in cui ha potuto dissimulare abilmente le proprie bellicose intenzioni nel pantano di OKC, impegnata ancora a scrollarsi di dosso le scorie degli ultimi playoffs, a partire dal 5 dicembre scorso la sua stella è deflagrata violentemente. Quella appena indicata non costituisce affatto una data arbitraria da cui far partire una specifica tendenza di cui si voglia disquisire. Quel giorno i Thunder erano di scena al Barclays Center, al cospetto degli spumeggianti Nets. Ebbene, PG13 ha concluso la gara con 47 punti, di cui 25 nell’ultimo, sensazionale periodo (per rientrare dal pesante -23), compresa la tripla del 114-112 finale, con 3.1 secondi da giocare. È stato un po’ come togliere il tappo a una bottiglia di spumante. Perché il buon George, che ama appellarsi Playoff P, quasi a sottolineare una certa inclinazione a rendere al meglio sotto pressione (quella delle gare senza domani), prima della serata di Brooklyn doveva ancora mandare a segno il primo canestro “della vittoria” in carriera. Alla mattina del 5 dicembre 2018, in 8 stagioni (facciamo 7…) e spiccioli, eravamo ancora a 0/14 al tiro col punteggio in bilico e il cronometro agli sgoccioli. Spazzolata dalle spalle questa ingombrante scimmia, PG non ha lasciato passare altri 8 anni prima di ripetersi. Solo un mese dopo infatti, ha spento le speranze dei Sixers con un gioco da 4 punti nel finale, quindi ha condannato i Jazz con l’ormai celebre floater a centro area, in coda a una battaglia culminata nel doppio overtime e già consegnata agli annali della stagione in corso. Per non lasciare spazio a interpretazioni, portano la firma di George anche la tripla della parità a 1 minuto dalla fine contro Utah, colpevole di aver estromesso OKC dagli ultimi playoffs, e soprattutto la difesa soffocante su Mitchell nel possesso finale dei tempi regolamentari.

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Il nuovo Paul George ha viaggiato a 30,8 punti di media col 49.3% dal campo e il 43.2% da tre nel mese di dicembre, ha segnato in media 29,6 punti con un irreale 44.2% da oltre l’arco su 9,2 tentativi a sera in gennaio e pennellato un febbraio da oscar: 35 punti ad allacciata di scarpe con 8,4 rimbalzi e 5,4 assist. In questo lasso di tempo si è aggiudicato in 3 occasioni il premio, comunque ambito e indicativo, di giocatore della settimana ad ovest e ha mantenuto la testa della classifica delle palle rubate, incrociando le armi col compagno Westbrook e il barbuto di cui sopra. Fra il 22 gennaio e il 22 febbraio, in 12 partite, ha segnato 4 volte 43 o più punti e in altre 5 occasioni è andato sopra i 35. Nell’incredibile continuità di rendimento sta probabilmente la grande differenza col passato. Diciamoci la verità, le caratteristiche di Paul come realizzatore sublime e difensore formidabile erano già tutte sul piatto. L’ex-Indiana però sembrava riluttante nel mostrarle sul parquet ogni singola sera. Come chi sappia di possedere delle doti non comuni e tenda a condividerle con gli altri con estrema parsimonia, quasi non ritenendo opportuno dare fondo alle risorse per una causa così trascurabile. Probabilmente quella sera del 5 dicembre ha davvero modificato qualcosa nella testa di Paul George. Il giocatore che abbiamo ammirato da lì in poi infatti denota tutt’altra sicurezza sul rettangolo di gioco. Se in passato è sembrato accontentarsi in certe giornate, magari quando il tiro andava e veniva e le palle perse fioccavano in abbondanza, adesso procede spedito per la sua strada, incurante di quanto possa intervenire a sbarrargli il cammino. I 24,3 tiri dal campo registrati in media a febbraio sono pura fantascienza nella squadra di Russell Westbrook. Mai nemmeno KD si era spinto a tanto. Ecco, Westbrook. La tanto bistrattata point-guard di OKC ha giocato un ruolo determinante nella crescita di Paul, sia da un punto di vista tecnico che umano. D’accordo l’amicizia fuori dal campo. Ciò che più interessa è come i due si amalgamino sul parquet. Il fatto che siano entrambi ladri patentati di palloni, oltre a costituire un’insidia di non poco conto per gli avversari, aiuta a garantire loro un numero sufficiente di possessi extra per saziare i rispettivi ego. Ma Westbrook è esattamente quel tipo di regista, difetti compresi, che George non ha mai avuto al suo fianco. Se pensiamo alla versione meglio riuscita dei Pacers, quella capace di battagliare con gli Heat di LeBron sulla vetta dell’est, George Hill occupava lo spot di play soltanto nominalmente. Di fatto si consumava fino all’ultima goccia di sudore nella propria metà campo per poi andarsi a posizionare diligentemente in un angolo, pronto per ricevere lo scarico. Questo non esentava George da compiti di gestione della palla, un ambito del gioco in cui l’allora 24 non è mai stato a suo agio. Non per niente, PG è stato più efficace come attaccante quando Lance Stephenson (sì, c’è stato un momento in cui Born Ready e efficacia potevano stare nella stessa frase) si è appropriato progressivamente delle prerogative della regia dei Pacers. Russ è esattamente agli antipodi rispetto a Hill. Pretende la palla fra le mani anche quando dorme e, seppure non ne faccia sempre un uso opportuno, dispensa il compagno dalla necessità di costruire l’azione. In maglia Thunder, George può dedicarsi quasi esclusivamente alla finalizzazione. Può agire sia da attaccante secondario dopo il gioco introdotto da Westbrook (magari con Adams), che in uscita dai blocchi, attaccando con o senza palleggio. È decisamente progredito come passatore, come testimoniano i numeri, e la qualità delle sue scelte è notevolmente migliorata ma, complice altezza e lunghezza delle braccia, il suo palleggio parte ancora da molto in alto. Lui e Russ sono come un antipasto di burro di Malga e acciughe del Cantabrico. Lontani nella provenienza (il burro dalle Alpi, le acciughe dal litorale dell’Oceano Atlantico che bagna Paesi Baschi e costa sud-ovest della Francia) e nella consistenza (morbido, dolce e aromatico il primo, compatte e sapide le seconde) ma a dir poco sensazionali in coppia. Lo 0 prende la difesa a cornate, il 13 rifinisce col fioretto. L’atteggiamento di Westbrook, che come le acciughe non piace a tutti, appare più rilassato, è vero. Adesso cede volentieri la scena al compagno, anche molto presto nell’azione e, in misura maggiore rispetto alla scorsa stagione, permette a George di gestire le situazioni nei finali. Ma non vi sbagliate. È sempre la squadra di Westbrook, il quale difficilmente delegherà in favore dei compagni, di qualunque compagno si tratti, quando l’atmosfera si farà più rovente verso aprile/maggio. Però l’esempio di Russell, l’opportunità di vivere spalla a spalla col compagno, ha finito per ispirare George. Vedere da molto vicino la carica inesauribile del numero 0 porta con ogni probabilità a farsi delle domande sull’opportunità di calibrare maggiormente anche il proprio sforzo. Mi spiego meglio: può darsi che in un dato momento della loro convivenza, quel mix di cannibalismo e iperattività che anima quotidianamente la materia di cui è fatto Westbrook abbia finito per inondare anche le vene di George. Vedendo l’ex-Fresno State impilare iniziative su iniziative, conclusioni su conclusioni, senza pensare quasi alle conseguenze, di certo fluttuando dentro a una bolla assolutamente non comunicante col resto del mondo, pareva di osservare la stessa famelica volontà di accumulo del compagno. Il quarantello in coppia contro Utah e la doppia tripla-doppia vs Portland rappresentano il giusto corollario di questo ragionamento.

Brandon Ingram, Paul George, Kentavious Caldwell-Pope

Paul George oggi è in grado di punire le difese avversarie in molteplici e spesso impensate maniere. Può farlo uscendo dai blocchi, nella posizione di mezzo angolo, dopo aver creato separazione con il fondo schiena, girandosi e fintando la partenza in palleggio. Può tirare praticamente sulla testa di chiunque, data l’altezza e la rapidità del rilascio. Spesso si aiuta con l’utilizzo, fra i più efficienti in circolazione, della pump fake, proprio per l’evoluzione del suo tiro in sospensione, che oggi si prende con minor sforzo e elevazione ma maggiore fluidità. È un maestro del palleggio-arresto e tiro, meglio se concluso con un arresto laterale. Incrociando il palleggio ripetutamente sul posto finisce per disorientare ogni dirimpettaio. Il range di tiro non è mai stato un problema. A tutto l’arsenale descritto, ha progressivamente aggiunto un uso più produttivo del gioco spalle a canestro. Praticamente un rebus difficilmente risolvibile per i malcapitati marcatori. L’evidente fiducia che oggi traspare dai suoi movimenti contribuisce a far apparire il tutto allo stesso tempo semplice ma inevitabile. È diventato un realizzatore talmente completo e letale che rimane persino difficile ricordarsi che quella in attacco sarebbe storicamente la metà campo meno competente. George è l’uomo delle missioni speciali, quello che coach Donovan spedisce sulle tracce degli All-Star delle squadre rivali. Per la sua efficacia two-way dovremmo probabilmente già adesso (aprire e) chiudere il sondaggio e proclamarlo MVP della stagione. Per la gioia del nativo di Palmdale, per cui rappresenterebbe la definitiva certificazione dell’avvenuto riscatto, dopo il grave infortunio, e dei tifosi di OKC, che possono idealmente iniziare a intagliare la sua figura nel marmo bianco, mettendo in soffitta il vecchio idolo KD, colpevole di alto tradimento.

Ma siamo ancora a marzo e, come si suol dire, il bello ha da venire. Oklahoma City occupa la terza piazza ad ovest, incalzata da molto vicino dalle altre ed è più o meno unanimemente considerata la mina vagante per eccellenza nella parte di tabellone occidentale. La stessa Conference dove non più di 20 mesi fa George si dichiarava felice di essere approdato, non fosse altro per la possibilità di evitare il King, di fronte al quale la sua corsa si era sempre arrestata in precedenza. Ironia della sorte, adesso che James si è trasferito al di là del Mississippi, i suoi Lakers potrebbero sfidare proprio i Thunder di PG, questa volta da sfavoriti, nell’imminente post-season. George avrebbe allora l’opportunità di scontrarsi con la sua nemesi, potendolo addirittura guardare dall’alto verso il basso, scacciando in una sola stagione anche l’ultimo dei suoi fantasmi. La meravigliosa scalata di MVPaul è definitivamente iniziata.

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Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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