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Moreyball: alla fine si vince o no?

Daryl Morey deve saperla lunga. Sicuramente ne saprà più di noi se è vero che con il suo “sistema” e con quello poi messo in campo – di conseguenza – dagli Houston Rockets, pensa di poter portare a casa un anello di Campione NBA. Ma andiamo con ordine…

Quella che è stata definita addirittura la Moreyball negli ultimi anni è una pallacanestro molto “analitica” o per meglio dire…analizzata. L’inventore della “percentuale reale di tiro”, oltre che GM della franchigia texana, due volte campione NBA nel biennio in cui MJ si dava a golf, baseball e scommesse (con alterni risultati, diciamo così), è anche parte e co-fondatore della convention annuale MIT Sloan Sports Analytics Conference. Già questo dovrebbe far capire ai meno attenti quanto Morey sia dentro appieno a quella corrente, che lui stesso ha contribuito a creare, di addetti ai lavori per i quali l’analisi statistica legata allo sport, e in questo caso specifico alla pallacanestro, ha un’incidenza determinante sui risultati che poi dà il campo.

Houston gioca infatti un basket incentrato sull’ottimizzare al meglio le caratteristiche dei propri giocatori e quelle degli avversari – e fin qui tutto nella norma – ma estremizzandone il concetto. Tiri da sotto o da tre punti, meglio dagli angoli (dove la distanza dal canestro è minore): ne abbiamo già sentito parlare! Particolare però che a interpretare questo genere di pallacanestro sia – protagonista assoluto dei Rockets texani – un giocatore dotato di creatività, nel bene e nel male, come James Harden, non esattamente un ragioniere in mezzemaniche dei parquet NBA.

Morey prende il posto del predecessore Carroll Dawson alla fine della stagione 2006-2007, e da allora guida la franchigia da dietro la sua scrivania, dove ogni sorta di tecnologia non può mancare per accentuare e implementare la ricerca di cui sopra.

In precedenza, studi a parte e comunque sempre incentrati sulla statistica, Daryl aveva lavorato per tre anni nel management dei Boston Celtics, dando anche ai 17 volte Campioni NBA un taglio “moderno” nelle valutazioni e advanced scouting reports, utili ad analizzare non solo i comportamenti in campo dei propri atleti e di quelli delle squadre avversarie in The League, ma anche se non soprattutto dando un apporto determinante per le scelte al Draft.

Cosa significhi analizzare in modo “avanzato” quello che succede sul parquet è facilmente comprensibile visitando un sito come questo: http://www.stats.com/sportvu/sportvu-basketball-media/

La spiegazione della posizione delle telecamere sul soffitto delle arene NBA, il loro utilizzo e i software adatti per convertire poi tutte le informazioni in statistiche utili all’analisi di GM e non (coaching staff direi, prima di tutti), trovate tutto quanto a questo sito che pubblicizza il sistema “lo stesso usato da TUTTE le franchigie NBA”.

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Il fatto che si sottolinei che tutte le 30 formazioni sono ormai a questo livello di attrezzatura dà ancor più il senso di quanto le idee di Morey siano entrate nel quotidiano della pallacanestro professionistica americana. Ma poi in soldoni – ed è il motivo di questo articolo – tutto ciò porta a vincere…o no?

Better data, not better analysis

Qualche anno fa ho avuto modo di leggere questo interessante articolo scritto dallo stesso Daryl nel 2011 per Harvard Business Review, e che sento, ora che siamo in argomento, di consigliare a chiunque mastichi un minimo di inglese. I concetti sono comunque semplici e molto chiari, pur in un contesto al contrario strutturato e non per forza banale, e chiariscono meglio di ogni altra cosa quel che passa nella testa di quest’uomo. L’unicità del dato, non il cercare di dare nuove spiegazioni, e soprattutto poco costruttive per la squadra per la quale si lavora e che comunque non aiuterebbero a migliorarla, è la ricetta di Morey. Questo insieme al prendere in considerazione – per un paragone esteso al massimo e in modo trasversale – per la stessa tipologia di statistica e dato raccolto, non solo la propria squadra, ma l’intera NBA. Solo così, filosofeggia il Morey, si può realmente mettere nelle mani del proprio coach un dato, un risultato statistico, in generale un’analisi che abbia senso.

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Per carità: tutto bello, tutto stramaledettamente vero (e poi di uno così non vuoi fidarti?). Ma torniamo al campo.

La mia interpretazione dell’articolo, e nello specifico del titolo, vuole essere un’altra: non un miglior dato da analizzare inteso come unico e non in possesso degli altri – Daryl incita a scoprire sempre e comunque qualcosa di nuovo nel mondo, fantastico anzi che no, delle statistiche – ma a mio avviso un miglior dato creato dalla propria squadra. In pratica: un miglior risultato sul campo!

Da intendersi come risultato singolo del giocatore, e di conseguenza della squadra, in una determinata fase di gioco, confrontata, perché no, con tutti gli altri nella Lega, pari ruolo o meno, con tot anni di esperienza oppure no, con i capelli biondi o mori, racchiudeteli nei sottoinsiemi (come alle elementari) che più vi piacciono, non è questo quello che conta.

A Giugno ci si arriva, probabilmente, conoscendo al millimetro le abitudini avversarie. Neutralizzando il più possibile le capacità di chi ti sta di fronte sul campo e imponendo le proprie “regole di gioco”, che non per forza devono essere i tiri dall’angolo o quelli comunque dietro l’arco perché un tiro dai 6 metri ormai è da disprezzare come il peggiore dei peccati (fate i bravi, eh? Sì dico anche a voi di Sky…), o in generale il tipo di gioco messo in mostra da chi ha vinto l’anno prima. In effetti nelle ultime decadi è sempre successo questo, in particolare con i San Antonio Spurs prima e con i Warriors oggi. Tutti a provare a copiarli senza avere le pedine adatte sulla scacchiera. Ma nemmeno la conoscenza, la cultura, la (passatemi il termine) managerialità necessaria per gestire il tutto, vedi OKC come – purtroppo per i Thunder – ottimo/pessimo esempio di questo.

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In estrema sintesi: se ora tutte le 30 franchigie sono all’avanguardia per quel che concerne analisi, numeri, metodologie da consegnare al proprio coaching staff perché tutto venga tramutato i W e in anelli, qual’è il senso di giocare poi una pallacanestro atipica, spinta al massimo nella direzione in cui portano le proprie convinzioni, se le Finals poi le guardi dal divano di casa? E’ anche vero che molti, non io, per inciso, dicevano lo stesso di Golden State e del suo modo di giocare, e poi… Solo ed unicamente per questo mi sento, brevemente, di lasciare una porta aperta per i Rockets…

Lo scorso anno Houston arrivò alla finale della Western Conference. I Warriors non sarebbero stati “fermabili” da nessuno, e i Rockets non hanno fatto eccezione. Ma quindi è solo questione di sfiga? L’unica cosa che ferma oggi Howard & C. dal regalare alla città di Houston il 3° anello è la presenza di una squadra che sta battendo tutti i records, quindi stra-confermandosi (che tipicamente è più difficile che stupire una sola volta), così come prima c’erano i Mavs o gli Spurs o ancor prima i Lakers?

Sarebbe riduttivo pensarla così, soprattutto per una mente come Morey, che banale non è e non vorrà mai essere. Ma siccome, dal Prof. Naismith in poi, quel che conta è unicamente segnare di qua e non far segnare agli altri di là, una minima “retromarcia”, un adeguamento a ciò che davvero ti fa vincere o meno – arrivandoci anche con l’aiuto dell’analisi, perché no? – e magari una maggiore concentrazione di forze, tempo ed energia nell’assemblare un roster competitivo e guidato da un coach degno di questo nome, invece di giocare a fare l’Harry Potter con la calcolatrice in mano, sembrerebbe davvero brutto allo stesso Daryl? Evidentemente sì. E la conseguenza è che sono qui a scrivere di questo, quindi di quanto incide l’imporre una determinata mentalità su una squadra che poi ne assorbe i concetti come una spugna e li ributta fuori sui 28 metri di campo, e non di quanto sia importante avere un Howard in salute per i playoffs, una panchina determinante, un Harden (giocatore favoloso, individualmente parlando, con quel qualcosa di 70′s nel suo stare in campo che mi permette di adorarlo letteralmente) finalmente decisivo, come a Oklahoma City invece hanno pensato – regole salariali a parte – che non potesse essere, almeno non quanto un Ibaka, e che in maglia Rockets dal 2012 ad oggi, ha collezionato premi individuali e nuovi records ma al momento… “zero tituli”!

Andrea Pontremoli

Andrea Pontremoli

Ex-giocatore e poi allenatore di settore giovanile, collaboratore dal 2005 e in seguito capo-redattore NBA per All-Around.net. Partecipa con un suo racconto al libro "All-Around: 12 storie 1 passione" (Orizzonti Editore) ed è autore del testo "Il triangolo sì...io lo rifarei" sullo studio e l'utilizzo della Triple-post Offense di Coach Tex Winter.

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