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Morey-gate: i giorni che sconvolsero la NBA così come la conoscevamo

Hong Kong, terra senza patria, terra di senza patria. Dall’epoca moderna oggetto di continue ridefinizioni geopolitiche, massicci moti migratori bilaterali, conflitti, sommovimenti, speculazioni finanziarie e sconvolgimenti politici. Occupata nel 1841 dall’esercito coloniale britannico, dunque definitivamente ceduta alla Corona inglese al termine della Prima guerra dell’oppio, per un secolo l’enclave ha vissuto una condizione di convivenza pressoché separata e asettica tra i locali cinesi e l’aristocrazia diplomatica britannica. Dunque la Seconda Guerra Mondiale, l’invasione giapponese del ’41, la carestia, l’inflazione finanziaria, l’esodo cinese e il crollo demografico. Il tutto fino al 1945, quando la reconquista britannica avrebbe riaperto le frontiere ai flussi migratori provenienti da una Cina in piena guerra civile. La condizione attuale di Hong Kong quale cantone amministrativo a statuto speciale è, invece, da riferirsi alla dichiarazione congiunta anglo-cinese del 1984 (in vigore dal 1° Luglio 1997), la quale sancì la definitiva annessione della città-stato affacciata sulle rive del Mar Cinese Meridionale alla RPC sotto garanzia di autonomia giuridica, economica e amministrativa per i successivi 50 anni.  Dunque, nel 2012, l’elezione di Xi Jinping a segretario generale del Partito Comunista (ammesso che nella Cina ultra-capitalista abbia ancora un significato tale nomenclatura), l’inaugurazione del progetto politico della Nuova Via della Seta e le crescenti ingerenze sull’autonomia legislativa del governo autonomo di Hong Kong. E poi? Poi arriva il Marzo 2019, il richiamo alla Rivoluzione degli ombrelli del 2014 in opposizione alla proposta di legge dell’amministrazione filo-cinese in merito alla modifica delle normative regolanti l’estradizione dei cittadini xiangren accusati di reati soggetti a una pena superiore ai sette anni di detenzione. Dopo più di 2000 feriti, 8 suicidi e 1453 arresti, il 4 Settembre la proposta di riforma della legge sull’estradizione viene definitivamente ritirata dal capo esecutivo Carrie Lam. Nel mentre, però, la protesta nelle strade di Hong Kong non si placa, spostando le rivendicazioni sul piano della libertà politica governativa e di pubblica espressione popolare.

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Siamo dunque al 4 Ottobre 2019. Daryl Morey, GM degli Houston Rockets, pubblica alle 21.41 texane il tweet che infiniti mali addusse all’NBA. Nulla di particolare in realtà. Nessun commento, nessuna opinione, nessuna analisi socio-politica. La presa di posizione di Morey si riduce alla condivisione di un logo, più precisamente quello di Stand With Hong Kong, gruppo di attivisti nato lo scorso Giugno in favore di una presa di posizione locale e internazionale contro la repressione attuata da parte delle forze di polizia e l’autoritarismo delle istituzioni filo-cinesi. Non passano che pochi minuti perché lo stesso Morey provveda a far sparire il proprio tweet dalla rete, ma è ormai troppo tardi, lo screenshot sta già dilagando in Sina Weibo, il corrispettivo cinese di Twitter. La risposta è immediata. Dal lontano Oriente parte la gragnola mediatica anti-Morey. Migliaia di utenti cinesi iniziano a chiedere a gran voce le dimissioni dell’Executive of the Year 2018, la Chinese Basketball Association, presieduta da Yao Ming, icona Rockets del terzo millennio, sospende ogni relazione con la franchigia texana, mentre quotidiani, imprese e istituti bancari cinesi seguono a ruota, inaugurando una campagna di boicottaggio che ben presto assume i tratti di una crisi diplomatico-finanziaria. Persino il consolato cinese a Houston esprime il proprio disappunto per le dichiarazioni di Morey richiedendo una rapida e chiara correzione della grave gaffe compiuta dalla dirigenza Rockets, onde evitare l’altrimenti inesorabile “adverse impact”. Il 5 Ottobre patron Fertitta, proprietario della franchigia di Houston, abbandona sull’isola il proprio GM a mezzo Twitter attraverso un incipit “Listen…@dmorey does NOT speak for the @HoustonRockets” che lascia poco spazio ad ambiguità di sorta. Il giorno successivo la China Central Television e la piattaforma streaming Tencent Sports, di proprietà della holding cinese Tencent, principale partner digitale NBA fuori dal territorio statunitense, annunciano ufficialmente l’intento di non trasmettere alcun match degli Houston Rockets per la stagione 2019/2020. Seguono dunque le scuse in sala stampa dei due atleti simbolo della franchigia: James Harden e Russell Westbrook, in quel momento impegnati in tournée promozionale assieme al resto della compagine di D’Antoni. Due giorni più tardi arriva il comunicato ufficiale della National Basketball Association con un Mike Bass a tentare di dividersi salomonicamente tra un “We recognize that the views expressed by Houston Rockets General Manager Daryl Morey have deeply offended many of our friends and fans in China, which is regrettable” e un “the values of the league support individuals’ educating themselves and sharing their views on matters important to them”. Scende dunque in campo la politica americana, con il senatore repubblicano Ted Cruz e il democratico Tom Malinowski a stigmatizzare l’ammenda sotto mentite spoglie della sovrintendenza NBA. A questo punto Adam Silver non può più evitare le pressioni di media e stampa internazionali nascondendosi tra le suite di Tokyo. L’8 Ottobre rilascia un comunicato pilatiano in cui, di fatto, l’NBA sembra volersi lavare le mani in merito al Morey-gate. L’ “I do know there are consequences from freedom of speech; we will have to live with those consequences” del commish di fatto intende, nemmeno troppo velatamente, da un lato strizzare l’occhio alla sacralità (teorica) del principio di libertà d’espressione occidentale, dall’altro pare voler timidamente rabbonire il nazionalismo totalitarista delle oligarchie cinesi. Solamente poche ore prima dell’uscita pubblica di Silver la serie tv South Park aveva ricevuto il ban definitivo da parte dell’esecutivo di Pechino a seguito della messa in onda dell’episodio “Band in China” incentrato sulle politiche censorie del governo Jinping. Il 10 Ottobre, nel bel mezzo della tournée dei Rockets a Tokyo, Christina Macfarlane, reporter CNN, viene silenziata in sala stampa da un prezzolato di Fertitta sotto gli occhi degli stessi Harden e Westbrook. Il motivo? La giornalista aveva osato ricollegarsi all’attualità chiedendo ai titolari del backcourt texano se in ottica futura sentissero di poter commentare con serenità la cronica politica internazionale. Quello stesso giorno Nike, partner ufficiale NBA, rimuove gli articoli a marchio Rockets dalle principali filiali di Pechino, Shanghai e Chengdu.

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Arriva il 14 Ottobre, il giorno del Prescelto. La presa di posizione del giocatore più mediatico, più influente, più autoreferenziale, più accentrante, più interventista, più onnipresente degli ultimi quindici anni è categorica, spietata e, soprattutto, cinica. Ferocemente cinica. “Abbiamo tutti libertà di parola, ma allo stesso tempo vi sono possibili conseguenze negative che possono verificarsi quando non si pensa anche agli altri, bensì solo a se stessi” e ancora “Non voglio entrare in polemica con Daryl Morey, ma credo non fosse informato sulla situazione e ne abbia comunque parlato. E così tante persone potrebbero essere state colpite, non solo finanziariamente, bensì anche a livello fisico, emozionale, spirituale”. Il “more than an athlete”, il Costantino I dell’ “I won’t just shut up and dribble” prende posizione, ancora una volta, e lo fa senza mezzi termini, senza giri di parole, senza pudori di sorta, in difesa del proprio interesse privato. Le parole di LeBron James rappresentano il chiaro punto di vista di imprese e magnati statunitensi che ormai da decenni mangiano dalle mani del capitale mondiale, Cina in primis.
L’accordo siglato tra NBA e Tencent per la cessione dei diritti televisivi per le stagioni 2020-2025 ammonta a 1.5 miliardi di dollari/anno, mentre è tutt’ora in vigore il precedente contratto stipulato sulla base di un introito annuo di 700 milioni di dollari. CCTV, invece, nel solo 2018 ha assicurato alla National Basketball Association un’audience complessiva intorno agli 800 milioni di utenti. Si aggiungano poi le partnership con la Shanghai Pudong Development Bank e con l’azienda di software e tecnologia Vivo, il tutto per un interesse economico totale del valore di circa 4 miliardi di dollari americani, senza contare i contratti ad personam dei singoli testimonial NBA, tra cui il contratto decennale di Klay Thompson con Anta Sports (stesso endorsement di Hayward, Rondo, Parsons e Garnett) e il contratto a vita di Dwyane Wade con la compagnia Li-Ning, oltre ai profondi legami economici di giocatori al soldo di multinazionali occidentali a propria volta vincolate da mastodontici interessi di mercato con la Cina. Tra queste Under Armour e Nike. E, quando dici Nike, non puoi non pensare all’uomo da un miliardo di dollari, quello che ha venduto per il resto della propria vita nome e immagine al colosso di Beaverton: LeBron James.

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Sintetizzando, un’eventuale rottura totale dei rapporti economici tra NBA e Cina equivarrebbe per l’intera Lega a una perdita quantificabile intorno al 15-20% dei proventi globali attuali, traducendosi in un inesorabile quanto rapido ridimensionamento dei contratti individuali, dei piani di sviluppo delle franchigie per il prossimo decennio, nonché dei prospetti patrimoniali dei maggiori investitori. La posizione di LeBron James è, dunque, quella del capitalismo occidentale, di quell’aureo mondo fatto di volti incipriati e anime sordide che oggi sbandierano ai quattro venti il proprio impegno sociale, il proprio supporto politico, le proprie campagne per questo o quel diritto di sorta e il giorno dopo baciano le mani che muovono i fili dell’intero teatro delle marionette.
Quindi un conto sono le ospitate da Oprah e Ellen DeGeneres, le biografie eroiche, le donazioni, le raccolte fondi, NBA Cares, le visite agli ospedali, le strette di mano con i fan, l’acquisto delle divise o delle scarpe per la squadra di quartiere di turno, un altro l’affronto diretto a chi regge le fondamenta di una larga parte dell’economia mondiale. Un conto sono le elemosine morali ed economiche, un altro il sostegno di opinioni che, semplicemente per il fatto di esser state espresse, potrebbero tradursi in un incalcolabile danno economico a carico di se stessi e dalla propria élite.
Si è dunque rivelato il lato cinico dell’idolo tra gli idoli e, con esso, il macabro dietro le quinte del grande circo di cui siamo tutti grandi appassionati. Il sipario si è aperto, ma troppo presto, ben prima che gli attori potessero aver indossato la propria miglior maschera. Sarà bene ricordarlo la prossima volta che verranno a venderci l’ultima linea di scarpe del momento, l’ultimo evento pay per view, la nuova casacca numero 6 in nome di chissà quale lezione morale, di chissà quale principio umanista, di chissà quale grido di libertà.

Davide Alekos Iaconis

Davide Alekos Iaconis

Nato a Torino 8 ore e 45 minuti prima di Italia-Danimarca 1-0 (61° Zio Bergomi) nell’anno del secondo MVP a Magic, appena uscito dal comodissimo salotto amniotico esclama: “Chiudete la porta, ché mi fa freddo”, mentre l'ostetrica, facendo roteare la mano in aria a mo' di flamenco, proclamava: “E' nato 'nu criature niru, niru”. All'età di 5 anni lascia l'hinterland e l'atmosfera “summer, summer, summertime/time to sit back and unwind” da Fresh Prince of Le Fornaci per trasferirsi a Mirafiori, affascinato dal groove della metropoli. Da lì in avanti sarà tutto un susseguirsi di tram linea 4, panini con la 'nduja, Kobe Bryant, A Tribe Called Quest e pianofortini elettronici anni '90. Dopo una temporanea separazione consensuale dalla palla a spicchi per dedicarsi alla scuola di Esculapio, torna a giocarci e, perché no, anche a scriverne. Con risultati discutibili.

 

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