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Merci beaucoup Monsieur Tony

Se sei nato in Belgio, tuo padre è Statunitense e tua madre Olandese, una domanda sorge spontanea: alla voce nazionalità cosa troverai sul tuo passaporto? Facile, Francia. Come Francia? Oui, Francia! E cosa se no?!

Se non sei mai stato a Bruges credo ti manchi qualcosa di veramente unico da visitare. Appena sceso dal treno e attraversata la superstrada, ti trovi catapultato in un paesaggio fiabesco, fuori dal tempo. Passeggiando puoi raggiungere tutti i principali punti di interesse. Carrozze, giri in battello tra i canali che fanno molto Venezia Style, strutture spettacolari che solo l’architettura nordeuropea sa regalarci, strade in pavè che mi hanno riportato davanti alla TV al fianco di mio padre ad ammirare la grandi classiche del ciclismo come la Parigi – Rubaix o il Giro delle Fiandre. E il Belfort, la torre al centro della Markt Place, la piazza principale, dalla quale, dopo aver fatto 366 gradini (astenersi pigri ed acrofobici), puoi godere della miglior vista di questo meraviglioso mondo fatato. Se ci fossi nato avrei volentieri fissato la mia residenza a Bruges. Ma io sono qui a scrivere, mentre chi, nel 1982 a Bruges c’è nato per davvero è stato MVP delle Finals NBA e al mondo NBA ha appena detto addio. Madame et Monsieur…Tony Parker.

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Tra Francia e Stati Uniti c’è una connection particolarmente importante e più precisamente questa connection gli USA ce l’hanno con una regione dello stato transalpino: la Normandia. È proprio nella terra dello sbarco più decisivo del secondo conflitto bellico mondiale che Tony Parker Senior si trasferì, insieme alla famiglia, per concludere la sua carriera cestistica. Jean Pierre Stealens, ex giocatore, nonché allenatore di papà Tony Senior, fu il primo ad intravedere e cullare il sogno di una carriera florida per il piccolo nativo di Bruges. E Stealens se ne intendeva. 71 è ancora oggi il record di punti nel campionato francese di basket su singola gara e l’artefice ne è proprio lui. Si prese cura del piccolo Tony fin dal primo momento in cui prese la palla tra le mani e lo accompagnò fino ad essere il suo agente nei primi anni da professionista. Per capire l’importanza del legame tra i due basta farsi una domanda molto semplice: perché TP ha portato sulle spalle la canotta con la 9? Omaggio al suo amico e mentore Jean Pierre. E da qui anche la risposta alla prima domanda che ci siamo posti: perché la Francia? È stata l’educazione sportiva, avvenuta oltralpe a far decidere, all’età di quindici anni, quella che doveva essere la patria di Tony. Nel 1975, il Ministero della Gioventù e dello Sport Francese ebbe la brillante idea di dar vita ad un centro in grado di insegnare sport ed educazione fisica all’élite dell’atletismo della patria di Napoleone Bonaparte: l’INSEP (Institut National du Sport et de l’Education Physique) specializzato per insegnare 26 discipline diverse. Un dato sulla bontà dell’intuizione del Ministero su citato? Oltre il 50% delle medaglie francesi provenienti dalle Olimpiadi di Atlanta ’96 furono vinte da atleti formati all’INSEP. Tony all’INSEP forgia la sua personalità, le sue capacità tecniche si esaltano e, assieme agli amiconi Boris Diaw e Ronny Turiaf, forma una delle squadre Junior più talentuose del vecchio continente, con il culmine della vittoria in Croazia agli Europei under 20. MVP ovviamente il nostro Tony.

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L’imprinting con il mondo NBA è proprio nel 2000. Parker viene invitato ad Indianapolis a partecipare al Nike Hoop Summit assieme ai più giovani talenti statunitensi e non. La performance del giovanotto dalla erre moscia non passa inosservata: 20 punti, 7 assist, 4 rimbalzi e 2 recuperi e soprattutto il segno lasciato nelle menti degli scout che nel 2001 daranno inizio alla sua carriera nella lega. Gli Spurs non hanno proprio la primissima scelta al draft e devono accontentarsi della 28esima pallina da ping pong. Ma se c’è stata negli anni una franchigia in grado di farsi beffe del complesso e democraticissimo meccanismo della NBA, quella è stata la franchigia sorta all’ombra della missione francescana di Alamo dalla quale David Crockett diede vita ad una strenua resistenza contro l’esercito messicano. Solo due anni prima, addirittura alla 57esima chiamata, era stato scelto un ragazzotto dal naso pronunciato di Bahia Blanca ma questa è un’altra storia. Tony esce con la 28 per quella che sarà l’ennesima e non ultima rapina a mano armata al draft di Gregg Popovich. L’inizio non è sicuramente dei più semplici, Pop sembra non gradire le caratteristiche fisiche e tecniche del francese e addirittura Tim Duncan trascorre un intero anno senza rivolgergli neanche la parola. Non proprio un’iniezione di fiducia. Ma Tony è determinato e testardo e la sua durezza mentale farà subito cambiare la direzione del vento. Il 21 inizia a legare con Parker mentre Popovich ne intravvede le immense potenzialità: carota e non più il solito bastone. Il rapporto tra i due decolla e precipita in un turbinio di amore e odio, ma provate a chiedere a Tony un commento sul suo allenatore. Stima, solo stima, infinita stima. Lo descriverà come fosse un secondo padre. Ben presto Parker diventa letale e la sua velocità di pensiero e di esecuzione diventa fondamentale per il gioco degli Spurs. Magari molti di voi non hanno mai conosciuto il Sega Mega Drive. Era una consolle, diciamo pure un progenitore delle attuali Play Station o Xbox, della quale il personaggio di culto era un porcospino azzurro dalla velocità fenomenale che doveva salvare il mondo animale dalle manie distruttive di uno scienziato pazzo. Non proprio il vostro NBA 2K di oggidì, ma Sonic credo che sia il videogioco in grado più di tutti di permettermi di fare un paragone con Tony Parker di inizio carriera NBA. Nonostante un tiro da fuori ben poco affidabile, la rapidità e la capacità di chiudere nelle aree trafficate della NBA, con parabole fuori dall’ordinario, gli permettono di spostare gli equilibri fin da subito. E i successi non tardano ad arrivare. L’anno dispari diventa affare degli Spurs dando vita alla leggenda dei fantastici 4. Duncan, Ginobili, Parker e Gregg Popovich alternano un anno di riposo ad un anno di vittorie. Nel 2003 gli Spurs interrompono l’egemonia dei Lakers di Coach Jackson rifilando loro un 4 a 2 in Semifinale di Conference. Alle Finals ci sono i Nets guidati da Jason Kidd. 4 a 2 e secondo anello per gli Spurs dell’era Duncan-Popovich., il primo per Parker. Dopo quello del 2003, titoli nel 2005 e nel 2007. Quella del 2005 è una delle serie finali più affascinanti ed avvincenti nella storia della NBA. Se in gara 5, all’interno del sistema neurale di Rasheed Wallace, il genio immenso non avesse lasciato il passo alla sregolatezza, ancora più imponente, forse ora parleremmo di un back to back dei Pistons di Coach Larry Brown. E invece…anello Spurs. Nel 2007 alla corte di LeBron James, alla sua prima, e non ultima, apparizione sfortunata alle Finals, gli Spurs dominano senza nessuna difficoltà. Popovich, neanche fosse Giovanni il Battista sul Giordano, battezza LeBron e compagnia riempiendo l’area e concedendo solo tiri piazzati. Gli Spurs viaggiano sul velluto. Tony è incontenibile, disputa una stagione perfetta con percentuali imbarazzanti e chiude la serie finale con 24,5 punti di media e il titolo di MVP delle Finals. Il primo giocatore di area FIBA a riuscire nell’impresa. Il Cristoforo Colombo che approda e conquista una terra sconosciuta a chi, di Europa, figlia di Agenore amata da Zeus, ne era discendente.

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Negli anni a seguire Tony continua a dispensare lezioni di basket nonostante gli Spurs non riescano più a raggiungere le Finali. Parker diventa il miglior assist man all-time della franchigia texana e insieme a Popovich, Ginobili e Duncan eleva gli Spurs all’élite dello sport statunitense. San Antonio diventa la franchigia con la percentuale di vittorie più alta nella storia dello sport nordamericano considerando i primi quattro sport di maggior interesse al livello nazionale. Arriva l’ennesimo anno dispari, il 2013, e per i nero argento si ripresenta una nuova occasione. Anche quell’anno gli Spurs vengono dati per spacciati, alla fine di un’era memorabile. Si, credeteci. Nella pre-stagione Parker scrive la storia della sua Nazionale portandola per la prima volta sul gradino più alto d’Europa, in Slovenia, ovviamente da MVP. Tutta benzina nel motore di Tony che raggiunge con gli Spurs l’ennesima finale. Ancora una volta sulla strada del francesino si presenta LeBron James nel frattempo approdato a Miami. La serie è equilibrata, Tony spariglia subito il fattore campo in Gara 1 con un buzzer beater decisivo e si arriva a Gara 6 a Miami con gli Spurs sul 3 a 2 e con tre punti di vantaggio all’ultimo possesso. 95 a 92  a 19” dalla fine. LeBron riceve sull’arco del tiro da tre, errore, la palla si impenna e nessun neroargento pensa bene di tagliar fuori Bosh che, prima prende il rimbalzo più importante della carriera e infine apre sul lato destro del campo. Il cordone giallo ha già circondato il perimetro del parquet dell’American Airlines Arena e il Larry O’Brien Trophy sarebbe già all’imbarco del volo Miami – San Antonio. Se non fosse per Jesus. Un capolavoro di tempismo, coordinazione, tecnica di tiro, il tutto a passo di danza. Solo Giotto ed il suo cerchio possono avvicinarsi a tanta perfezione. Tripla del pareggio di Ray Allen e colpo al cuore per i texani. Freddati da una singola pallottola gli Spurs non sapranno più reagire e cadranno ai supplementari e in gara 7. Repeat Miami, sfatato il mito degli anni dispari fortunati. La delusione in casa Spurs è tanta, la sconfitta sa di ultima occasione persa ma mai scommettere contro un leone ferito. Il 2014 è una cavalcata vincente fino all’ennesima finale e ancora LeBron e gli Heat di fronte. Questa volta non c’è storia, Spurs che rasentano la perfezione, 4-1 finale e quinto titolo per l’era Popovich e quarto per Tony Parker. Nel 2015 Tony perde in casa gli Europei contro un Pau Gasol enorme ma diventa il miglior marcatore ogni epoca della manifestazione continentale e si consacra come uno dei più grandi europei di sempre. Ormai non è più il Sonic degli anni migliori, ma di sicuro è stato un elemento fondamentale per le vittorie degli Spurs e della sua Nazionale e uno dei giocatori di area FIBA più incisivi nella storia della NBA.

Lascia il Texas e prova un anno a Charlotte, ma le gambe non girano più come un tempo e le sirene degli amici Tim e Manu si fanno sempre più insistenti:

Hey Tony, ti aspettiamo per qualche gita in barca e una partitina a tennis

E Tony ha deciso: basta così.

Se decidete di darmi retta e visiterete Bruges, nel periodo della off-season, al rientro fermatevi a Parigi anche solo per un pranzo, potreste imbattervi in Popovich che, in un ristorante dei Campi Elisi, assapora un Chateau Lafite Rothschild. Se trovate il coraggio, chiedetegli chi sia la sua point-guard preferita. Non farebbe nemmeno in tempo a sfoggiare il suo sorriso che verrebbe interrotto dal suo commensale:

When there is talk about the best point-guards, sometimes they don’t talk about me. But that’s not my main motivation. They can talk about Jason Kidd, Steve Nash, Deron Williams and Chris Paul. I still have the most rings

Merci beaucuop Monsieur Tony.

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Francesco Rivano

Francesco Rivano

Nato il 12/11/1980 a Iglesias, nel profondo Sud della Sardegna e cresciuto a Carloforte, mi sono laureato in Economia e Commercio nel 2007 trovando successivamente un impiego nell'ambito della gestione contabile. Calciatore e calciofilo fin da tenera età ho militato nella squadra del mio paese per 15 anni. Nel 2000 sono stato folgorato come Paolo sulla via di Damasco e mi sono convertito al basket. Il mio personalissimo Messia ha un nome e un cognome: Allen Iverson. Attualmente mi occupo di intermediazione immobiliare ma la più grande passione rimane la palla a spicchi color arancio e narrare le vicende della NBA e dei suoi protagonisti è la mia massima espressione di libertà e divertimento.

 

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