LeBron James mercato nba

Mercato NBA…è successo qualcosa?

Sono anni che vado ripetendo che per me l’NBA è come un film.

Un film di altissimo livello fatto dagli Americani, ovvero quelli che sono riusciti a far credere a noi, quelli dell’impero romano, del rinascimento, dell’illuminismo, che il vecchio west fosse qualcosa di cool e meritasse di essere seguito in migliaia di film.

E come tutte le loro produzioni, anche l’NBA mostra gli elementi caratteristici dell’american way: esaltazione dello spettacolo, tutto più grande, suspance, colori sgargianti, chiasso, tutto molto pacchiano ma fondamentalmente ingenuo e bonaccione, e soprattutto con l’immancabile happy end.

Ecco, se vogliamo vederla così, allora la NBA ha appena scritto il suo capolavoro definitivo: il figliol prodigo, il figlio prediletto e benedetto della città di Cleveland, la Cenerentola d’America che torna a Casa.

Per chi fosse stato su Marte, o occupato a seguire le finali di quell’altro sport, quello minore che comincia con la “C”, volevo solo far notare che si è perso l’evento più determinante del mercato NBA degli ultimi 5 anni: il giocatore più forte della Lega lascia a sorpresa la squadra più forte della Lega per tornare ai suoi Cavs, per tornare a casa.

Certo, qualche buco di sceneggiatura ci sarebbe: LeBron non è di Cleveland, ma di Akron, paesello non amenissimo che sta a 80 km da Cleveland, e diciamoci la verità: già se sei di Cleveland-Cleveland non è che proprio ci fai i manifesti, se poi non sei nemmeno di lì non so esattamente quale legame ti stringa alla città talmente bella da essere universalmente nota come “the mistake on the Lake“. Poi ci sarebbe quel fattuccio della decision, che è un po’ come se la tua ragazza ti lasciasse, ma invece che dirtelo a tu per tu te lo dicesse durante una festa a sorpresa in tuo onore a cui ha invitato tutti quelli che conosci; poi i tifosi che solo 4 anni fa bruciavano per strada la sua maglia (letteralmente, non in senso figurato!) e il mare di fotomontaggi sulla pubblicità della Nike (We are all witness) diventati in una notte “quitness“. E ovviamente Dan “occhio lungo” Gilbert, l’owner illuminato dei Cavs, quello che dopo la dipartita vigliacca della sua stella aveva pubblicato una lettera aperta piena di insulti e parole profetiche (“vinceremo noi un titolo prima di te…”), salvo poi accorgersi che sul lago, senza LBJ, fa freddino, e quindi è meglio rimangiarsi quella kilata di dignità e avere il palazzetto pieno, che non tenere la schiena dritta e avere come problema quanti chili ha preso Tony Bennet (perchè comunque è molto meglio che si parli del suo peso che non di come gioca a basket…).

Ecco, l’italiano medio, persona un po’ triste, polemica e arrabbiata con la vita, la vede così.

Poi però c’è la versione ufficiale, che rischia di cariarti i denti o di farti venire il diabete, ma che trovo comunque meravigliosa. Mancano i fiammiferi ed è perfetta. Forse anche una madre morta. Ma in questo caso la madre del protagonista si è scelta un ruolo un po’ diverso nella storia. Ma di questo per oggi non parliamo.

Coming Home

Il figlio prediletto dell’Ohio, dotato da Madre Natura di un fisico, un talento e una testa per questo gioco che non hanno rivali nel presente, forse nemmeno nella storia, inizia la sua carriera proprio nella terra natia. La squadra cresce intorno a lui, e passa da perenne barzelletta della Lega a rispettabile squadra da post-season. Qualche anno e siamo al primo giro al gran ballo, le Finals, dove però viene evidenziata la solitudine di questo bambino con la faccia da vecchio. La proprietà imbastisce qualche tentativo, tra il maldestro e il fuori luogo, per cercare di dare al Re una corte degna, ma tutto è inutile: LeBron continua a migliorare, ma alla fine festeggiano sempre gli altri, che si chiamino Pistons o Celtics (scusate, ma non ce la facevo a non fare un accenno a quando ancora eravamo una squadra che conta…). E così, in una maniera onestamente un po’ squallida, ma che forse era più dettata da immaturità che da cattiveria, l’eroe se ne va al tramonto. Sul momento sembrava un tradimento, una fuga, la decisione di prendere la via più facile. A posteriori, visto quanto deciso qualche giorno fa, possiamo invece rileggerla in maniera mitologica, iniziatica, il ragazzino che si allontana da casa per affrontare la sua iniziazione, l’allenamento e la prova che lo renderanno uomo, in modo che possa tornare a casa e finire quello che aveva iniziato, ovvero portare un anello nella città sportivamente (e sotto molte altre voci) meno rispettabile d’America. Nella scena finale strappalacrime abbiamo anche le dichiarazioni onestamente toccanti di LeBron, la dichiarata umiltà (“non sono qui per vincere subito, so che sarà un percorso lungo…”), e non ci facciamo mancare nemmeno il coach esotico, e il Kyrie Irving, da ora in poi noto come The Boy Wonder, il ragazzo meraviglia, a cui farà da mentore nella scalata al successo. Parole affettuose (e qui ormai i kleenex non bastano più) anche per Varejao, il compagno di giochi di infanzia, unico sopravvissuto della Cleveland prima maniera.

Insomma, un titolo e un film, e LeBron rimane nella storia come uno dei più grandi di sempre, e Hollywood ha già la trama per una biopic strappalacrime. Senza neanche dover spremere troppo gli sceneggiatori.

Tecnicamente…

…non c’è tutto, ma c’è parecchio. E del resto, quando hai LBJ sei già a buon punto. Irving dovrà reinventarsi, perchè per rendere fin qui ha sempre avuto bisogno di avere la palla in mano. E finchè il suo concorrente era Waiters, la proprietà era dalla sua parte. Ora che la palla l’avrà Mr. Fascetta, credo che sia “consigliato” lo sviluppo di un gioco senza palla, o partiamo davvero male. Kyrie è giovane, talentuoso e apparentemente abbastanza intelligente da compiere con successo la transizione e diventare un buon complemento al Re. Waiters potrebbe anche lui capire che è meglio cambiare atteggiamento, e mettere finalmente a servizio della squadra un talento comunque non omeopatico. Qui sarei meno ottimista sull’intelligenza del giocatore, e prevedo che presto o tardi la dirigenza lo spedisca a nuovi lidi. Presto per dire qualcosa di Bennet, al quale però il non essere più sotto i riflettori (che è un modo elegante di dire che non se lo filerà più nessuno) potrebbe fare più che bene, e un po’ alla volta guadagnarsi il suo spazio e diventare un onesto mestierante NBA (poco per una prima scelta, tantissimo per quanto si è visto lo scorso anno). Wiggins potrebbe essere un buon e futuribile elemento per la squadra, anche se si parla già di lui come possibile pedina di scambio per arrivare a Kevin Love, che guarda caso ha cominciato a considerare un po’ più interessante la destinazione Ohio.

Tutto questo per dire che, sempre grazie a quella fogna a cielo aperto che per ragioni di marketing ci ostiniamo a chiamare Eastern Conference, i Playoffs sono già garantiti dal giorno 1, così come il passaggio del primo turno. Per il posto in finale, la strada sembra essersi finalmente sgombrata per i Pacers, immeritevoli quest’anno, ma sicuramente degni del non prestigioso titolo di “meno peggio” per l’anno prossimo. Da quello dopo, se arriva Love, o se i pargoli maturano bene, possiamo già ripartire con la corsa all’anello.

Quando uno è bravo…!

Non è il mio caso. Queste in ordine cronologico le mie ultime previsioni: Miami vince facile il titolo 2014 (sostenuta dall’estate scorsa fino alla fine del primo tempo di gara 4); LeBron resta agli Heat. Bosh, visto che LBJ se n’è andato, NON resta a Miami. Melo non rifirma per NY, ma farebbe bene ad andare a Chicago. Pierce resta ai Nets. Garnett si ritira.

Se volete giocarvi dei numeri, evitate pure di chiedermeli…

Per quanto riguarda Miami, non posso che fare i complimenti a Riley. Aveva preparato le condizioni ideali per far restare James in Florida, poi LeBron ha deciso di andarsene, per ragioni slegate dal Basket, e sulle quali Riley niente poteva. E’ un po’ come essere l’organizzatore della Sagra della Patata, e ricevere la sera prima dell’inizio la notizia che quest’anno non avrai patate: uno normale tenderebbe a perdersi un po’ d’animo. Riley ha fatto un capolavoro, garantendosi la permanenza di Bosh, l’arrivo di Deng e la riconferma di Chalmers e Andersen. A parte Bosh, gli altri 3 li ha pure presi a prezzo di saldo. Mancano da definire le situazioni di Wade, Haslem e forse Allen. Ma se due giorni prima la tua prospettiva di stagione era di costruire la squadra intorno a Michael Bisley, parlare di miracolo mi sembra doveroso.

Sulle motivazioni del T-Rex con le braccine rimango invece più scettico. Certo, 118 milioni in 5 anni potrebbero essere un buon indizio, però non è che Houston lo avrebbe esattamente lasciato col problema di cosa mettere in tavola la sera (88mln in 4 anni, un take away cinese di basso profilo dovresti potertelo permettere…). Con in più il fatto di giocare per una contender in ascesa, in un ruolo che sembrava cucito dal sarto per lui (responsabilità e riflettori per Harden, e lui a formare sotto canestro con Dwightmare una delle migliori coppie di lunghi della storia, attacco e difesa). L’unica attenuante che gli posso dare è il non aver voluto mettersi delle mani di un ragazzino come Harden e di un bambino ritardato come Howard. A Miami, complice la grande esperienza di Playoffs del team, saranno comunque la squadra più antipatica da incontrare, ma direi che le porte della finale sono chiuse, forse per sempre. Che abbia voglia di ritornare ad essere il primo violino della squadra? E soprattutto, ne sarebbe capace?

Anche Melo era davanti all’ultimo bivio della sua carriera. Quando sei OGGETTIVAMENTE il più forte attaccante della Lega, sarebbe lecito aspettarsi un palmarès un po’ più ricco di una apparizione in finale di conference. Anthony aveva da un lato i Knicks, capaci di offrire la città più… qualsiasi cosa del mondo, e un mare di soldi. Sportivamente null’altro, avendo una squadra penosa oggi e nessuna prospettiva per il futuro. Houston poteva offrire sempre 2 all stars e la promessa di un quinquennio ad altissimo livello. Ma Chicago poteva offrire, oltre ad un roster di primo livello (sempre dando per scontato che Rose torni e lo faccia per davvero e definitivamente), ma soprattutto un allenatore con il carisma e la personalità per dare a Melo quello di cui ha disperato bisogno dall’inizio della sua carriera: legnate sulla schiena. Thibodeau avrebbe potuto permettersi di andare da Anthony e dirgli la verità, ovvero che quella era la sua ultima occasione per non buttare nel cesso la vergognosa quantità di talento di cui era dotato, e metterla finalmente al servizio di una squadra vincente; la scelta di Anthony? Ha tirato l’acqua.

Pierce va ai Wizards, come prima di lui un altro ex campione ormai vecchio e bolso, ma con ancora il gusto di essere clutch quando serve (trattasi di His Airness, ovviamente). Personalmente è una tristezza vedere ogni anno con una maglia diversa un giocatore che sarebbe stato giusto chiudesse la sua carriera in biancoverde. Si chiama love of the game (anche perchè credo che a questo punto i 10 mln del suo biennale non facciano più tutta questa differenza per lui), in parte lo capisco, ma mi mette comunque tristezza.

Houston, snobbata da LeBron, Melo, Deng (e sinceramente anche quando hanno chiamato il pensionato che abita davanti a me, mi sembra gli abbia urlato cose poco carine) alla fine ha messo sotto contratto Ariza - sperando che per una volta nella vita faccia vedere il suo meglio non solo nel contract year - e deve decidere se confermare o meno Parson (volato poi a Dallas N.d.r.).

I cambi nel cast non sono ancora finiti, ma dopo l’estate parte la nuova stagione del film sportivo più bello del mondo.

State con noi, che qui ci si diverte sempre!

Vae Victis

Carlo Torriani

Carlo Torriani

Colpito a tradimento dal virus della palla arancione nel lontano ’92, quando sono rimasto folgorato vedendo giocare il ragioniere di Spokane (John Stockton, per chi colpevolmente non lo sapesse), da allora non sono più riuscito a disintossicarmi, e sono diventato un NBA addicted. Mi diletto maniacalmente anche nella pallacanestro giocata, con risultati che di rado superano la soglia del dilettantismo spinto. Ah, ho anche un lavoro vero (per quanto lo possa essere un’occupazione nell’informatica), ma quello è meno interessante... Sposato e con 2 figli, il primo già sapientemente instradato sulla via della palla cesto.

 
1 commento
  • Ruiu scrive:

    Il ritorno a Cleveland era davvero auspicabile. Ha chiuso il cerchio e contemporaneamente ha fatto sì che si riequilibrasse la conference. Miami tra rinnovi ecc mi sembra ancora da considerarsi tra le contenders

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