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The Menéndez Brothers: l’intreccio tra Mark Jackson e uno storico noir a stelle e strisce

Nell’Agosto 1989 avevo poco meno di sette mesi, il muro di Berlino era ancora in piedi e i Detroit Pistons si erano da poco più di un mese laureati campioni NBA per la prima volta nella storia. MVP delle Finals Joe Dumars III. Vittima senza appello dei Bad Boys della Motown i Los Angeles Lakers di James Worthy nel remake della finale 1988 che aveva regalato ai Gialloviola l’undicesimo titolo in palmarés, bissando l’anello conquistato l’anno precedente contro Bird e compagni.

13 Giugno 1989, Pistons-Lakers 105-97, 4-0, nei TV color di mezza America risuona il silenzio assordante del Great Western Forum, mentre dai microfoni della CBS Dick Stockton sentenzia l’irrimediabile verdetto: “The Detroit Pistons are the new NBA Champions”. Niente three-peat, niente stelle filanti, niente sigaro, niente champagne per L.A. Il titolo torna sulla East Coast, non sulle rive del Charles e del Mystic di fede biancoverde, bensì sulle fredde sponde del Michigan. Niente parata di stelle a Hollywood, le celebrazioni si spostano tra le strade operaie della capitale metallurgica mondiale. Epilogo inedito e per certi versi inaspettato, ma fino a un certo punto. Perché, se da un lato i Lakers potevano contare sul Most Valuable Player stagionale Magic Johnson, nonché su un record di ben tre sweep consecutivi in post-season (Portland, Seattle e Phoenix agnelli sacrificali della cinica marcia gialloviola), le Finals avevano da subito preso un’antifona assai sinistra per i Californiani. Strappo al quadricipite femorale per Byron Scott nel riscaldamento di gara 1, definitivamente out.

L’8 Giugno, nel secondo episodio della serie, sotto 1-0, negli occhi di coach Riley prende forma la profezia dell’inesorabile: stiramento al quadricipite femorale anche per il pupillo Magic. Nel 4° quarto gli uomini di Daly spezzano letteralmente in due la serie, infiammando il Palace di Auburn Hills con un parziale di 24-13 che annichilisce James Worthy e compagni. In gara 4 Inglewood si lascia sedurre dai 40 del resiliente James e dal +12 del 1° quarto che pareva ambire ad essere il manifesto di una franchigia che non poteva accettare di veder frantumati i propri sogni di gloria da un roster in cui non figurava neppure a referto lui, l’innominabile, la nemesi, il castigo di West Baden Springs, Larry Bird. E quindi sì, primo sweep in una serie finale dall’entrata in vigore, nel 1985, del formato 2-3-2. Fine dei sogni di gloria, fine dell’era Kareem. Già, perché in quel 13 Giugno 1989 l’ormai quarantaduenne Mr. Jabbar saluta l’NBA dopo vent’anni di trionfale e leggendaria carriera. Quindici anni più tardi, nel 2004, le strade di Los Angeles e Detroit sarebbero tornate a incrociarsi sul grande palcoscenico delle Finals. Ancora una volta outsiders contro predestinati, fisicità difensiva contro eleganza offensiva, Motown versus La-La Land. Se avete pressappoco la mia età, ben ricorderete il responso finale.

Ma dicevamo dell’Agosto ’89. Dalle mie parti, a Le Fornaci, frazione di Beinasco, Torino, l’estate pareva aver rinunciato all’ambizioso progetto di arroventare l’aria e le strade del quartiere. Sì, a dirla tutta fu un’estate piuttosto umida e piovosa e le massime raramente arrivarono a toccare quei fatidici 30 gradi che, una ventina d’anni più tardi, ci avrebbero regalato la sublime rivelazione delle compagne di corso in minigonna. A L.A. andò ancora peggio, con perturbazioni oceaniche a portare le massime anche sotto i 77 °F (25 °C). Insomma, sette mesi più tardi, nella sala centrale della Corte di Los Angeles, Leslie Abramson, avvocato difensore del più giovane dei fratelli Menéndez, Erik Galen, nella propria strenua arringa difensiva, immortalata dalle cineprese di Court TV, non poté certamente contare sul proverbiale raptus da ipertermia tra le attenuanti per l’accusa di omicidio contro il proprio assistito. “Sì, ma che c’azzecca un caso di cronaca nera con l’NBA?” vi starete molto probabilmente chiedendo. Legittimo.

Il 20 Agosto 1989, tredici giorni dopo lo sliding doors cestistico che portò Alton Lister da Seattle a Oakland nella trade che avrebbe regalato ai Sonics la 2° scelta assoluta (e dunque Gary Payton) al Draft 1990, tirava un’aria inquietante tra le colline dorate di Beverly Hills. I Walsh destinati a scrivere la storia della TV americana anni ’90 dovevano ancora approdare nella 90210, mentre la West Beverly High School non era nient’altro che il quieto liceo di Torrance, South Bay. Le troupe televisive di tutto lo stato, però, erano già lì, a coprire chilometri d’erba e asfalto tra Beverly Gardens Park e Santa Monica Boulevard. Al 722 di North Elm Drive l’urlo di cobalto delle sirene tra lo sciamare delle volanti riempie la strada di fronte alla classica magione della upper-class californiana. Oltre l’inferriata d’intarsi neri le tute bianche della scientifica si confondono con il candore della facciata. Due corpi escono, anch’essi avvolti di bianco, sulle lettighe dei soccorritori: sono José e Mary Louise Menéndez. È mezzanotte passata e, tra il buio, il sangue e le crivellature delle pallottole, i due sono pressoché irriconoscibili. Ma non c’è dubbio, sono loro. A riconoscerli sono i figli Erik e Lyle, quello stesso Lyle che alle 23.47 aveva chiamato il 911 gridando: “Somebody killed my parents!”. I sospetti subito si riversano sulle gang dei sobborghi di L.A., magari provenienti dalla stessa Inglewood patria del Forum. Nessuno ha l’ardire di sospettare di due ragazzi di 19 e 21 anni cresciuti tra gli agi dell’aurea California. In più l’alibi è ferreo, talmente ferreo da essere quasi proverbiale, cinematografico: i fratelli erano a vedere Jack Nicholson nella versione burtoniana del Joker di Batman, poi al Santa Monica Civic Auditorium per il festival Taste of L.A. Gli inquirenti non richiedono nemmeno i test per i residui di polvere da sparo, sbagliando, perché le unghie e le dita dei due ne erano piene quanto una cava del Colorado.

Le indagini cominciano dunque ad andare lentamente alla deriva. Il caso sembra già destinato a rimanere uno dei grandi insoluti americani degni di qualche format pomeridiano di Fox Crime, non fosse che, a di stanza di qualche mese, i fratelli Menéndez cominciano ad assumere abitudini controverse. Lyle compra dapprima un Rolex, dunque un Carrera, quindi una filiale locale del Chuck’s Spring Street Café e un Buffalo Wing Restaurant a Princeton (la stessa Princeton da cui era stato sospeso per plagio dal decano della prestigiosa università). Erik, numero 44 nel ranking nazionale U18 di tennis, assume un coach a tempo pieno e inizia ad investire cospicue somme di denaro per tournée di tennis professionistico in Israele. Nel mentre la magione di North Elm Drive rimane disabitata. I due preferiscono trasferirsi tra i lussuosi climi balneari di Marina del Rey, alternando qualche soggiorno tra Londra e i Caraibi.

La coscienza, però, non cede alle lusinghe della dolce vita californiana e prende a tormentare il più vecchio dei Menéndez Bros., Lyle, il quale decide di parlare. Il primo su cui scarica il fardello della terribile verità è il suo psicologo, L. Jerome Oziel, che, da buon professionista anni ’90, aveva preso l’abitudine di usare assiduamente uno di quei nuovi registratorini a cassette Pioneer. S’innesca dunque il classico effetto domino che tanto mi ricorda il ritornello della canzone “Alla fiera dell’est” di Branduardi. Lyel si sfoga con Oziel, Oziel conferisce con la propria amante, Judalon Smyth, che a sua volta coinvolge la polizia. L’8 Marzo 1990 Lyle, pronto a decollare verso remote sponde, viene fermato e arrestato. Erik, intento ad allenare il proprio rovescio sulla terra rossa di Israele, si consegna tre giorni più tardi. Dall’assassinio dei genitori, con relativa floridissima eredità testamentaria, al giorno dell’arresto non erano passati che sette mesi e mezzo. Pochi, ma abbastanza da far evaporare all’incirca 700.000 $.

Il processo durerà sei anni, in un susseguirsi di dichiarazioni, confessioni e colpi di scena tanto discussi quanto oscuri, sfociando in un grande dramma tele-giudiziario che avrebbe trovato il proprio atto finale il 2 Luglio 1996. La condanna è definitiva, senza appello: ergastolo.
E ora direte : “Sì, certo, benissimo, ma l’NBA in tutta questa storia che c’entra?”. Avete ragione, adesso ci arriviamo.
Nella regular season ‘89/’90 Mark Jackson, futuro coach dei Golden State Warriors e analista di ESPN, consegnò agli annali una stagione da 7.4 assist/partita al servizio dei New York Knicks e del compagno di squadra Patrick Ewing. Bei numeri per una point-guard, certo, ma non abbastanza da far valere granché la propria figurina. Insomma, sì, foste stati il tipico ragazzino che andava alle medie col giubbotto dei Lakers, chi avreste scambiato per Mark Jackson? Dana Barros? Vlade Divac? B.J. Armstrong? Rolando Blackman? Non credo. E oggi? Beh, sapete quanto vale una Fleer 1988-89 del buon vecchio Jackson in maglia Knickerbockers su eBay? 2 dollari e venticinque cents, 5.99 spedizione inclusa. Aveste voluto comprare la sua trading card della stagione successiva (1990-91) fino alla scorsa estate ve la sareste cavata con una cifra di poco superiore, ma… Ebbene sì, c’è un ma.

Lo scorso Agosto lo scrittore Stephen Zerance, chiacchierando con un amico, ha deciso di approfondire il caso Menéndez e, scorrendo il computo spese dei due fratelli dopo l’incasso dell’eredità, si è accorto di una particolare voce: “two tickets for a New York Knicks seasonal match at Madison Square Garden”. Apriti cielo. Zerance trasale. Vuole un reperto fotografico o audiovisivo dei due in prima fila nel parterre del Garden. Inizia a scartabellare archivi, ricercare documenti, reperire nastri. Zerance indaga febbrilmente, d’altronde ad Agosto, si sa, in TV non c’è granché e in città ancor meno. Senonché, d’improvviso, ha un’intuizione: le figurine. Seleziona su eBay un intero lotto della stagione ’90-’91 di Mark Jackson (la cui immagine era stata immortalata nel corso della stagione precedente), clicca, acquista, si abbandona sulla poltrona e aspetta. Un paio di giorni dopo il corriere bussa alla porta. Zerance passa al vaglio una ad una le figurine, fino a che non arriva a quella con il frame giusto, l’angolatura esatta, i chiaroscuri sufficientemente nitidi e lo sfondo ben a fuoco. Eccoli. Sono loro, i Menéndez. Berretto corporate blue&orange per Erik, camicia pariolina per Lyle. In piedi davanti a loro, in giacchetta imprenditoriale, un bambino il cui volto svanisce dietro il gluteo di Mark Jackson, immortalato in posa plastica durante un passaggio no-look battuto. Poco più in là, a bordo campo, una signora in rosso e una bionda in tailleur osservano l’azione, del tutto ignare di chi sieda una manciata di seggiolini alla loro destra.

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Oggi i Menéndez Bros. sono ancora dietro le sbarre del Donovan Correctional Facility di San Diego. Entrambi hanno preso moglie in cella, non nell’accezione gergale penitenziaria a cui probabilmente avrete pensato, bensì nel senso più classico del termine. Lyle si è sposato due volte, la prima nel ’96, salvo poi divorziare nel 2001 (oh, dura sopportarle persino con la residenza separata e la distanza forzata), la seconda nel 2003. Erik, invece, dal ’99 è felicemente coniugato con tal Tammi Ruth Saccoman. Nel mentre la Menéndez mansion è stata teatro di vari notori passaggi di proprietà. Dapprima affittata a Prince ed Elton John, poi acquistata dallo scrittore noir William Link, dunque, all’alba del nuovo millennio, passata in mano al manager Sam Delug. Stando a Realtor.com l’immobile sarebbe andato svalutandosi notevolmente, passando dai 4 milioni di dollari dei bei tempi di José e Mary ai 2.7 milioni del 2002.

E oggi, invece, quanto può valere una delle famose Hoops card 1990-’91 di Mark Jackson con il celeberrimo cameo dei Menéndez? Beh, difficile a dirsi. Di sicuro c’è che non potrete accaparrarvela su eBay. La politica aziendale parla chiaro: non è ammessa la vendita di alcun articolo “affiliated with murders or serial killers”.
Vi siete mai soffermati a pensare su chi siano in realtà quei volti a bordo campo o sugli spalti catturati nelle istantanee dei poster o delle vecchie trading card? Che fine avranno fatto? Cosa sarà stato delle loro vite? Oltre quella pubblica apparenza mondana immortalata dall’obiettivo di un fotografo chi si celava davvero? Chissà.
Ad ogni modo, anche oggi sono riuscito a non parlare di basket.

Davide Alekos Iaconis

Davide Alekos Iaconis

Nato a Torino 8 ore e 45 minuti prima di Italia-Danimarca 1-0 (61° Zio Bergomi) nell’anno del secondo MVP a Magic, appena uscito dal comodissimo salotto amniotico esclama: “Chiudete la porta, ché mi fa freddo”, mentre l'ostetrica, facendo roteare la mano in aria a mo' di flamenco, proclamava: “E' nato 'nu criature niru, niru”. All'età di 5 anni lascia l'hinterland e l'atmosfera “summer, summer, summertime/time to sit back and unwind” da Fresh Prince of Le Fornaci per trasferirsi a Mirafiori, affascinato dal groove della metropoli. Da lì in avanti sarà tutto un susseguirsi di tram linea 4, panini con la 'nduja, Kobe Bryant, A Tribe Called Quest e pianofortini elettronici anni '90. Dopo una temporanea separazione consensuale dalla palla a spicchi per dedicarsi alla scuola di Esculapio, torna a giocarci e, perché no, anche a scriverne. Con risultati discutibili.

 

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