Maravich: il giorno in cui Pete divenne Pistol

“Alla radio stavano passando le notizie del mattino. Io fui colto di sorpresa nel sentire che Pete Maravich, il giocatore di basket, era collassato su un campo a Pasadena, caduto a terra non si era mai più rialzato. Avevo visto Maravich giocare a New Orleans, quando gli Utah Jazz erano i New Orleans Jazz. Era qualcosa da vedere – zazzera di capelli castani, calzini cadenti – il sacro terrore del mondo della pallacanestro – ad alta quota – un prestigiatore del parquet… avrebbe potuto giocare bendato.”

Parole e musica (adesso ne parliamo) di un certo Bob Dylan, interprete di una folk song quasi dimenticata, che, seppure ignorasse – e come non comprenderlo – che Pete, da piccolo, nel sottoscala di casa si allenava eccome, con tanto di benda sugli occhi e guanti da apicoltore su pressante indicazione del padre Petar, fu umanamente scosso dalla notizia della sua morte. E tale fu lo sconforto che si rinchiuse in casa per un paio di giorni per dare alla luce la canzone Dignity, un pezzo godibilissimo nel quale affida a personaggi discutibili (uno grasso, uno magro, uno povero, uno cieco, una cameriera, un inglese, etc.) la vana ricerca della suddetta dignità, senza ottenere in cambio alcun consiglio valido, nemmeno dal Principe Filippo, per condurre a riva la sua barca ondeggiante su un fiume impetuoso. Di dignità Pistol Pete Maravich ne aveva in abbondanza, se è vero che, anche pochi istanti prima di accasciarsi al suolo con la lingua arrotolata per non rialzarsi mai più un maledetto 5 gennaio del 1988, rassicurava i compagni della partitella sulle proprie condizioni fisiche durante un break di fronte al getto della fontanella. Come ebbe modo di comunicare agli astanti il medico legale accorso sul posto per la tragica fatalità, a Maravich mancava l’intera arteria coronaria sinistra – che non è esattamente come dire di essere in difetto di un molare. Sarebbe dovuto morire entro gli 8 anni e non quel giorno in un piccolo ginnasio a Pasadena, dopo aver percorso una parabola lunga 8 lustri che definire unica rappresenta un esercizio di pura e semplice taccagneria.

La storia di Maravich, per l’interesse che può suscitare solo chi si porta appresso quell’alone quasi mistico del personaggio a metà fra il culto per i chiari indizi di grandezza e il biasimo per non averla perseguita compiutamente e in maniera ortodossa, è arcinota. Fra gli altri è stata narrata mirabilmente dall’avvocato Federico Buffa e descritta in un’accattivante biografia dal columnist del New York Daily News, Mark Kriegel. Anche se – giova ribadirlo una volta di più – il racconto delle sue gesta, soprattutto quelle non squisitamente sportive, è in grado sempre di suscitare lo stupore della prima volta, un po’ come quando il nonno – per la verità già abbondantemente suonato – ti faceva salire sulle gambe per parlarti di Dorothy e dell’uomo di latta per la cinquantesima volta e tu mostravi l’espressione più avvinta di cui eri capace, e non era certo solamente per compiacerlo. La successione delle tappe della sua carriera è entrata nell’immaginario collettivo della tribù dei cestisti e ha riempito il suo bel paragrafetto nel manuale del perfetto conoscitore di basket a stelle e strisce. La moltitudine di record infranti a Louisiana State University, l’abilità al gioco HORSE, l’impatto meno semplice del previsto con i pro fra Atlanta e New Orleans, o quella notte in cui in diretta TV nazionale distrusse l’ego, di per sé decisamente voluminoso anzi che no, di personaggini come Clyde Frazier o Earl The Pearl Monroe, e ancora il progressivo distacco dalla realtà fino al capolinea di Pasadena. Tutto ciò affascina e coinvolge. Eppure l’abbiamo visto e sentito in ogni salsa.

Il soprannome Pistol

Quello su cui invece vorrei soffermarmi in queste righe riguarda forse il momento in cui tutto è cominciato, l’attimo o, per meglio dire, l’insieme di frame con cui il talento per nulla convenzionale del figlio di Press si è definitivamente palesato, scuotendo le coscienze sportive degli americani intorpiditi dal sopraggiunto benessere e comodamente sprofondati nelle poltrone dei propri salotti: quando Peter Maravich divenne Pistol Pete.

Il soprannome, che rimanda abbastanza intuitivamente alla popolare arma da fuoco, rappresenta una gentile concessione del ventunenne articolista dell’Anderson Independent – giornale dell’omonima contea del South Carolina, Jerry McLeese allorché, folgorato da quanto stava vedendo, scrisse così del nostro:

“Scorrendo il boxscore della partita di Daniel High School difficilmente avresti potuto realizzare che Ronnie Maravich si era diplomato… Venerdì notte Pistol Pete Maravich, fratello di Ronnie e figlio del coach di Clemson, Press, ne ha infilati 33 contro Pendelton.”

Per la verità McLeese se ne era già uscito con altri nomignoli, nel vano tentativo di dare contorni più precisi alla rarefatta espressione di estro dalla quale quell’insospettabile quattordicenne sembrava non volerlo esentare. Aveva tentato banalmente la carta dell’ossimoro, con Mighty Mite o Little Mr. Big ed effettivamente se esisteva allora un giocatore in grado di esaltare il concetto di contrarietà su un parquet di gioco, quello era il ragazzino di Aliquippa: raramente sceglieva l’opzione più semplice o quella che tutti gli altri sembravano ritenere la più corretta. Ma ciò che faceva metteva in moto gli animi dei presenti, con la stessa intensità espressiva di un quadro di Munch. Aveva scommesso poi sul suono quasi onomatopeico di Poppin’ Pete, per il gioco scoppiettante. Ma nessuna di queste etichette possedeva la forza e la completezza insite in quel Pistol, formulato quasi a bassa voce: un soprannome che strizzava l’occhio alla figura retorica dell’allitterazione – che non fa mai scomodo in contesti di narrazione spesso incalzante – e che esagerava comicamente quella che poteva essere considerata una goffa peculiarità del suo modo di giocare, e cioè il fatto di far partire il tiro dall’altezza della sua anca, come un pistolero che sfoderi la sua arma dalla fondina per sparare. E, poiché il giovane giocatore non lasciava campo a titubanze di sorta ed aveva una discreta predilezione per gli spaghetti western, non c’era bisogno di spronarlo a mirare al cuore, come un Ramòn qualsiasi. I colpi di Pistol Pete andavano a segno con sospetta continuità. Come quella volta, da matricola a Daniel High, in cui conducendo un normalissimo (per gli altri) tre contro uno, nonostante la chiara scelta del proprio difensore di coprirgli la parte di campo alla sua sinistra e lasciare l’ultimo compagno del terzetto d’attacco sull’altro lato completamente libero di andare a canestro indisturbato, optò per un passaggio dietro la schiena, battuto e sotto le gambe che si aprivano e si chiudevano dell’avversario, per il compagno peggio posizionato. Palla ovviamente opportunamente recapitata e canestro. Quello era un passaggio troppo facile, avrebbe detto.

Tutto era già presente fin dall’inizio

Tornando sulla sera della partita contro Pendelton – era il 3 dicembre del 1961 – il buon McLeese afferma con convinzione: «Il talento, i movimenti, i calzini calanti, tutto questo era già presente fin dal principio.» Era come se quella versione di Maravich in pantaloncini blu columbia e oro fosse una rappresentazione in scala ridotta del Pistol Pete che in seguito avrebbe fatto innamorare tutta l’America dei canestri. L’America delle industrie manifatturiere del settore calzetteria dei primi anni ’60 invece non produceva ancora calzini abbastanza elastici da rimanere in tiro su polpacci così asciutti, come quelli del giovane di Daniel High. Sempre secondo McLeese, gli altri atleti avrebbero dovuto letteralmente fermarsi da quanto rimanevano stupefatti di fronte alle sue creazioni. Maravich aveva il dono di trasformare allenatori e colleghi, senza distinzione fra avversari e compagni, in meri spettatori. Era stravagante e plateale nell’interpretare il gioco, in una maniera che risultava insopportabile perché inconsueta nel suo manifestarsi. A giudicare dalla silhouette, smunto e emaciato com’era, gli avresti affibbiato un passato da prigioniero in un qualche campo di lavoro piuttosto che considerarlo il nuovo fenomeno del basket del South Carolina. Ma gli ampi sorrisi che dispensava parlavano di un ragazzo decisamente sui generis. Appeso nella cameretta, a bella mostra, teneva un poster di Lyndon Johnson seduto provocatoriamente su una harley. Quel Lyndon Baines Johnson che, quando nel dicembre del 1961 – qualche giorno dopo alla partita contro Pendelton – l’amministrazione Kennedy fece atterrare il primo elicottero USA su Saigon, ricopriva il ruolo di Vice-Presidente degli Stati Uniti d’America. Erano i giorni in cui in cima alla classifica del prestigioso Billboard Magazine stazionava il cantante country Jimmy Dean con la canzone sul gigante Big Bad John, che narrava la storia di redenzione di un presunto assassino gentile che aveva trascinato lontano dalle macerie una ventina di minatori rimasti vittime di un crollo, salvando così tante vite, ad eccezione della sua. Si diceva che Big John avesse ucciso un uomo in quel di New Orleans, Louisiana, una città e uno stato che negli anni a seguire avrebbero avuto il privilegio di osservare le evoluzioni di Pistol Pete da una prospettiva ravvicinata.

Press Maravich

L’irripetibile talento di Pete portò il padre Press, coach prima a Clemson e dopo a North Carolina State a vivere una sorta di intima e sconvolgente contraddizione. Discendente di quelle generazione di serbi che nel tardo diciannovesimo secolo si spostarono nell’est degli Stati Uniti fra Pennsylvania e West Virginia e che avevano fama di indefessi lavoratori, specialmente nelle acciaierie (oltre che insaziabili bevitori di Slivovitz), Press Maravich dopo un passato da top gun nella Guerra del Pacifico si era dedicato all’insegnamento della pallacanestro. Metteva così tanta passione in quello che faceva che una volta a causa dei pessimi risultati della squadra che allenava si fece venire un’ulcera. «Ho provato a spiegargli (al medico che lo aveva visitato – ndr) che i Maravich vivono e respirano basket» disse allora incredulo. Ai suoi chiedeva di giocare duro in difesa, di sacrificare l’individuo sull’altare del collettivo e di rompersi la schiena sui libri, per garantirsi un futuro. A tutti, meno che a Pete, che tecnicamente non era ancora un suo giocatore ma del quale ben presto oltre che padre biologico si scoprì tifoso ammaliato. Un tifoso interessato, che correva il rischio di considerare il figlio come il proprio biglietto di ingresso per quel paradiso cestistico che fino ad allora gli era stato precluso. Quando la maestra di seconda media, Lola Hawkins, lo convocò a colloquio perché Pete le aveva confidato come non avesse potuto completare i compiti a casa per l’assenza di tempo, visto che si allenava la mattina presto, prima di scuola e la sera tardi, dopo le lezioni, Press rispose a tono che lo studio non era poi così importante, che le porte del college gliele avrebbe aperte lui stesso, grazie a ciò in cui era veramente bravo: il basket. Anzi queste porte sarebbero infine state spalancate e il figlio avrebbe guadagnato molti più soldi di quanti la maestra avesse mai visto con l’insegnamento. Persino un colosso come John Wooden, che apprezzava sinceramente le sue capacità di allenatore e l’originalità oltre che la sottigliezza delle sue tecniche innovative, lo ammoniva per la troppa pressione che metteva al ragazzo. Spesso permetteva al figlio di svolgere degli allenamenti supplementari con alcuni giocatori della sua squadra di Clemson. Il contatto quotidiano con gente da 4 a 8 anni più grande e molto più dotata da un punto di vista fisico non lo scoraggiava. Press obbligava il freshman Rudy Antoncic, un 6’4” che non rideva mai perché gli mancavano 4-5 denti dell’arcata superiore destra, a rimanere in palestra per forgiare il carattere del figlio. «Non era il tipico giocatore della West Pennsylvania, dimostrava arroganza e sfrontatezza» affermava Rudy ripensando a quegli scrimmage. In città in quei giorni c’era un ragazzo che con la palla a spicchi sapeva cavarsela discretamente. Si chiamava Jimmy Broadway, era più grande di Pete di un paio di anni. Era più grosso e sviluppato, da ogni punto di vista. Ebbene, dopo essere stato umiliato da Maravich al campo di Hillsborough, descrisse così il suo gioco: «Già faceva robe astratte.» Era come se, in materia di basket, Pete avesse conoscenze più alte. Approcciava lo sport prediletto con il piglio dell’artista, ma ai normali osservatori, quelli con i piedi forzatamente ben saldi a terra, appariva addirittura un marziano, per i brani di repertorio che mostrava e che non erano mai stati sentiti prima. Sempre il povero Jimmy dice:

“Ci insegnavano a non esibirsi in inutili virtuosismi. Ma c’era Pete che andava dietro la schiena.”

Alla Y’s Summer Basketball League dell’estate del ’63, un torneo nel quale si cimentavano alcune delle più grandi stelle della ACC, come Olin Broadway o Bob MacGillivray, fu Pistol Pete, che con l’asso del palleggio Kenny Rohloff componeva il backcourt dei Comets, a rubare letteralmente la scena mandando la folla in delirio.

Mark Kriegel, l’autore di Pistol, The life of Pete Maravich, il libro da cui sono presi gran parte dei passi citati, riferendosi agli anni alla Broughton High School, sotto coach Olin Broadway, dice di Pete che sì, come tutti i ragazzini dell’epoca studiava i grandi pro come Elgin Baylor, Oscar Robertson o Jerry West, ma che a differenza della maggior parte degli altri, non aveva grossi modelli esterni. Quando si immaginava nei momenti cruciali di una finale NBA non acquistava magicamente la pelle color dell’ebano di Big O o l’elegante compostezza di Mr. Logo. Restava Pistol Pete Maravich. Come fosse il modello di se stesso.

Un ragazzo da copertina

Nel 1964 la sua Broughton High School si presentò alla fase finale del campionato dello Stato come una delle squadre migliori di sempre del basket di Raleigh. Perse però contro Reynolds, la squadra di Winston-Salem. L’anno successivo Broadway dovette salutare quasi tutti i pretoriani delle stagioni precedenti. La squadra ebbe un record perdente ma non per questo smise di attirare le attenzioni della gente. Quando gli avversari adottavano la strategia di raddoppiare Pete, “era quando sapevo che era finita. Non esisteva un modo efficace per pressarlo. Era showtime” dice il coach. Alcune scuole mettevano su di lui giocatori presi in prestito dalla squadra di football. Nonostante il trattamento di riguardo, le mani costantemente addosso, lo sguardo di Pistol restava fermo sul canestro. Niente era in grado di distrarlo dall’obiettivo. I cronisti, ma in generale tutti coloro che si occupavano di sport, andavano (e vanno ancora oggi) matti per i cosiddetti underdog, gli svantaggiati, quelle compagini debolucce con il prodigio da copertina a predicare nel deserto. Maravich era divenuto ben presto cibo per titolisti delle prime pagine dei giornali: “Garinger vince, 43 per Maravich; Maravich ne segna 47 per permettere ai Caps di fare lo sgambetto agli Eagles; Wilmington batte i Caps nonostante i 40 di Maravich.” Era una presenza fissa all’annuale East-West All-Star Game del campionato. Una volta Ed McLean, l’ultimo dei 4 coach che si alternarono sulla panchina delle sue due squadre di high school, chiese all’allenatore della rappresentativa dell’Est perché non avesse mai tolto il suo ragazzo dal campo. La risposta fu piuttosto eloquente, nella sua acuta ironia: «Non sapevo che si potesse fare.»

La stella di Pistol Pete aveva definitivamente iniziato a brillare. Come dice Buffa nella sua splendida narrazione, era come vedere Elvis con una palla da basket in mano. Rappresentava ormai una sorta di feticcio, di oggetto di autentico culto presso la comunità dei canestri del sud-est degli Stati Uniti. Con l’arancia fra le mani, andava dietro la schiena, sopra la testa, fra le proprie gambe, sotto le altrui gambe… in pratica era l’antitesi di quel Bill Bradley, fuoriclasse bianco, protestante, studente fra i più brillanti della nazione, che stava conquistando il paese a suon di canestri e buone maniere.

Il going down shot

Nella pausa natalizia del campionato ACC del 1964, Press Maravich, succeduto allora sulla panchina dei Wolfpack di North Carolina State a un certo Everett Case, detto Old Gray Fox e responsabile fra le altre cose di aver principiato l’usanza del celebrare la vittoria col taglio della retina, faceva allenare i suoi 2 volte al giorno. In una di queste occasioni andò in scena un singolare 3 contro 3 con la presenza di 4 starter di NC State (Coker, Lakins, Worsley e Mattocks), l’assistant coach e fedelissimo di babbo Maravich, Les Robinson (non avrebbe mai desiderato lavorare per altri) e il giovane Pete. Era giunta finalmente l’occasione per i quattro suddetti di vendicarsi sul figlio delle vessazioni, intese in senso prettamente sportivo, alle quali Press li sottoponeva con la durezza e l’inflessibilità delle sessioni di allenamento che dirigeva. Pete veniva colpito, spintonato, preso con insolenza a panciate. Pistol però tirava dritto per la sua strada: tiri in sospensione, gancetti, penetrazioni, appoggi di destro e di sinistro e, in generale, conclusioni che sembravano poter partire da ogni angolo, anche quelli più remoti, della Contea di Guilford. Dopo qualcosa come 3 ore di gioco, ecco l’epifania, la dimostrazione della sua inconsueta e quasi esclusiva grandezza. Quasi, perché proprio ai giorni nostri ce n’è un altro che si ostina come un discolo impertinente a comporre fuori dallo spartito. Ma questo è un altro discorso. Dicevamo di Maravich. Il ragazzo fece come per allontanarsi, verso l’angolo del campo più distante, là dove nel vecchio Reynolds Coliseum iniziavano i gradini per raggiungere lo spogliatoio, che si trovava sotto il livello del rettangolo di gioco. Cominciò a scendere. Prima un passo, poi due… lasciò quindi partire un gancio che disegnò in aria una parabola alta e piuttosto arcuata… non ebbe bisogno neppure di guardare, gli bastò sentire il dolce rumore della retina che viene perforata. Nel frattempo non aveva interrotto il suo cammino verso lo spogliatoio. Coker e Les, mentre si avviavano fuori dal campo lungo la panchina, scuotendo la testa, si chiesero se ciò che avevano visto, quel going down shot, fosse realmente accaduto.

«Ehi Les… Hai mai visto niente di simile?»

«Penso che sia la migliore esibizione che abbia mai visto.»

«Potrebbe…»

«Potrebbe essere la migliore di sempre.»

Pete Maravich, il figlio di Petar detto Press, l’allenatore con un passato nell’aviazione, adesso era per tutti Pistol Pete: uno di quelli che non si erano mai visti prima né si sarebbero ritrovati facilmente poi. Nemmeno forse nello stesso Maravich versione NBA in maglia Hawks o Jazz, né tantomeno Celtics. Si distaccò dalla realtà molto prima di morire. Ma come dice Bob Dylan: “quando tutto ciò che hai considerato sacro crolla irrimediabilmente, ricordati solo che la morte non è la fine.”

Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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