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Mamba Out

A volte rimango impressionato dal modo in cui un professionista, sia esso legato a qualsiasi arte, abbia la capacità di rendere semplice, agli occhi di chi lo osserva, un gesto che in realtà è complicatissimo. A quanti di voi sarà capitato di ascoltare Mina, o di veder recitare Robert De Niro, o ancora di vedere Nadia Comaneci volteggiare sulla pedana.

Quanti di voi avranno pensato: beh che ci vuole, basta un po’ di allenamento. In realtà così non è.

Quel piccolo semino che percorre la strada verso l’ovulo da fecondare, trasporta sulle spalle uno zaino zeppo di qualità che il futuro nascituro porterà con se tutta la vita e che, se saprà gestire e sviluppare nel modo più opportuno, lo renderanno unico.

Il talento, ecco cosa differenzia i più grandi di sempre dai comuni mortali, quelle attitudini insite nel bagaglio cognitivo di una persona che gli permettono di eccellere in un particolare campo della vita.  Mi trovavo un sabato pomeriggio di fronte alla TV, dopo una settimana di studio e lezioni universitarie intense, uno di quei sabati che si preannunciavano mortalmente noiosi per chi, amante del calcio, doveva sopportare lo stop di tutti i campionati europei a causa della classica pausa novembrina per il week end da dedicare alle nazionali.

Niente Premier all’ora di pranzo, niente Bundesliga nel primo pomeriggio, niente Liga alle 18, niente anticipo di campionato alle 20,30. Via con lo zapping forsennato a cercare un film, un programma, uno sport che facesse da surrogato al calcio. Il telecomando scorre inesorabile attraverso centinaia di canali, (che bella invenzione la TV satellitare, in barba ai pochi canali della TV in bianco e nero di quando ero poco più di un bambino) e ad un certo punto si blocca, non va più avanti.

Ecco il mio battesimo NBA

Dettato dalla casualità o forse da chissà quale forza superiore che riconosceva in me un amante inconsapevole dell’esistenza della sua più grande passione. Guidato dalle voci ammalianti di due telecronisti particolarmente orecchiabili vengo attratto da quella palla a spicchi come la scia del profumo del cibo attrae Tom & Jerry nei cartoni animati. Sul campo ci sono i Lakers e li riconosco subito perché seppur non particolarmente avvezzo allo sport nato a Springfield/Massachusetts, sono pur sempre uno sportivo e riconosco la canotta giallo viola indossata qualche anno addietro da un’icona come Magic Johnson.

In maglia numero 34 c’è l’enorme Shaquille O’Neal e capire come faccia portare a spasso tutti quei kili con insostenibile leggerezza mi risulta particolarmente difficile. La mia attenzione tuttavia è catturata dal ragazzo con la 8 sulle spalle. Non ricordo gli avversari, ricordo solo che presero una ripassata memorabile dalla squadra che vedrò essere tre volte campione ad inizio millennio, e ricordo ancora oggi la sensazione che mi suscitò quel giovanotto: la capacità di rendere semplice ai miei occhi un modo di giocare che invece lo ha portato nel corso di tutta la sua carriera ad essere uno dei migliori All Time: Kobe Bryant.

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Se dovessi star qui a scrivere delle gesta del figlio di “Jellybean” credo che dovrei star davanti alla tastiera almeno un mese e mezzo senza interruzioni. E parlare del mero lato descrittivo della carriera del talento di Philadelphia è uno sport in cui si sono cimentati già in parecchi con risultati alterni.

Quello che voglio raccontare è la sensazione che provoca in un appassionato di basket l’abbandono di un tale personaggio e per farlo vi voglio descrivere lo scenario che il mio stato d’animo, tramite l’inconscio, si è trovato a vivere.

L’addio del Mamba più velenoso che sia mai esistito sul pianeta Terra

Come la maggior parte di voi, credo, stavo seduto in poltrona in attesa della partita di addio di Kobe allo Staples contro i Jazz. Dopo una maratona incessante di partite che hanno narrato la storia del 24 e dopo tutto lo speciale a lui dedicato non vi nascondo che a farmi visita sia passato Morfeo che, prendendomi per mano, mi invita a seguirlo.

I passi sono incerti e l’aria un po’ confusa ma lo seguo e non oppongo resistenza.

Arriviamo in uno di quei classici quartieri statunitensi, fatti di isolati scanditi da villette a schiera, staccionate colorate di bianco e auto parcheggiate di fronte al garage sul muro del quale è affisso un canestro. Entriamo in una piccola chiesa e sul pulpito si erge un uomo distinto, di colore, piuttosto corpulento che da lontano faccio fatica a riconoscere. Gli occhi pesanti, tipici di chi è appena entrato nel mondo onirico non mi permettono di mettere bene a fuoco ma il suono della voce di chi sta officiando la cerimonia è inconfondibile. Magic, privo del suo solito sorriso smagliante, sta rendendo omaggio alla gigantografia, nello stile classico dei funerali statunitensi, di Kobe con la 8 su sfondo giallo viola che vola a canestro. La panche ai piedi del pulpito sono stracolme di gente e faccio fatica  a farmi spazio tra la folla. Noto che molti posti sono assegnati d’ufficio e nelle prime panche, ogni posto a sedere, è occupato da uomini in abito elegante, rigorosamente nero, ognuno con un foglio in mano come stesse ripassando il copione di una scena da recitare.

Riconosco tra la folla molti giocatori in attività e del passato, allenatori e personaggi che hanno scritto la storia della Nba: Phil Jackson, Jerry West, Shaq, Michael Jordan, Kareem, David Stern.

La cerimonia si svolge in un clima di palpabile malinconia, con gli uomini in abito scuro seduti ai primi posti che si alternano sull’altare ad omaggiare Kobe. Ognuno ricorda nel suo elogio funebre un aneddoto, una azione, una partita di Kobe. Chiedo a Morfeo chi fossero quei signori e la risposta mi sorprende. Non sono altro che l’incarnazione delle Arene NBA convocate per l’occasione per ricordare chi, con la sua grandezza, ha lasciato loro un ricordo indelebile. Si alternarono tutti: Lo United Center e il suo racconto dei 42 punti messi da Kobe a Chicago con il dito fratturato; il Garden e le epiche battaglie del 2008 e del 2010 nelle finals fra Lakers e Celtics; la Conseco Field House e la leggendaria gara 4 delle Finals del 2000; Il Pepsi Center e la sua estrema sensibilità nel non affrontare l’episodio del processo per abusi sessuali ma limitandosi a tessere le lodi del Kobe giocatore; il First Union Center e il suo rapporto di amore e odio nei confronti del figlio della sua stessa città madre: Philadelphia.

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Tutti ascoltano in religioso silenzio l’istantanea che Kobe ha firmato in ogni singola arena, ognuno pende dalle labbra di quei racconti memorabili, ognuno è concentrato sull’interlocutore, me compreso. Fino a quando il mio sguardo viene rapito da una donna con un velo nero, merlettato in giallo viola, seduta in prima fila con lo sguardo rivolto verso il vuoto, quel vuoto che nessuno potrà mai più colmare. È la persona più affranta, la più disperata, la più devastata da tale addio. Non può che essere lei, l’incarnazione dell’anima dello Staples Center che, dopo venti incredibili anni di gioie e di emozioni, di vittorie e di sconfitte, di incredibili alti e profondissimi bassi si ritrova vedova del suo unico grande amore, del suo punto di riferimento della sua ragione di vita. E proprio mentre ammiro la tristezza raffigurata nel volto di quella donna lasciata sola dall’amore della sua vita, pronta ad alzarsi e leggere l’encomio che mi aspettavo essere il più emozionante di tutti, sento un tocco sulla spalla. È Morfeo che mi riaccompagna nella realtà proprio mentre alla TV parte The Star-Spangled Banner che precede la partita.

Sono sveglio, un po’ confuso come credo chiunque venga svegliato nel cuore della notte intento in un sonno profondo; e sono un po’ deluso, pervaso da quell’amarezza tipica di chi vede un sogno interrotto sul più bello.

C’è la partita e la voglio, anzi la devo vedere, nonostante il sonno. Mi aspetto di vedere l’ennesima comparsata di un Kobe che non è più Kobe, una classica partita da “farewell tour” nella quale il 24 proverà a regalare qualche emozione ai suoi tifosi, niente di più. Ma presto mi accorgo di essere caduto nel tranello del Mamba, mi sono fidato erroneamente dell’animale più velenoso e letale della intera fauna terrestre, mi sono avvicinato troppo credendo di conoscerlo e sono stato morso. Il morso però non provoca dolore, anzi genera piacere. Il piacere di rivedere ancora una volta, seppur fosse l’ultima, il Kobe dei tempi migliori, quello che tutti ricorderemo per sempre, quello che più di tutti ha osato avvicinarsi all’inimitabile magnificenza del 23 dei Bulls. Sessanta punti, il canestro decisivo, la vittoria, l’ovazione del suo pubblico.

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L’encomio più bello di una carriera memorabile racchiuso in 48 minuti surreali, il tutto vissuto nella realtà e non lasciato al mio inconscio. Sono grato di essere stato testimone di quella che è stata l’ultima sinfonia di uno dei talenti sportivi che si siano mai visti passare su questo pianeta. È dura da digerire, è dura sapere che uno così forte, così maniacale, così ossessivo, così competitivo, così Kobe, probabilmente non passerà più da queste parti dell’universo, ma il solo fatto di averlo vissuto fino all’ultimo respiro tirato dentro un campo da basket è da elevare a motivo di orgoglio per qualsiasi amante di questo sport. Signore e Signori: “Mamba Out”.

Francesco Rivano

Francesco Rivano

Nato il 12/11/1980 a Iglesias, nel profondo Sud della Sardegna e cresciuto a Carloforte, mi sono laureato in Economia e Commercio nel 2007 trovando successivamente un impiego nell'ambito della gestione contabile. Calciatore e calciofilo fin da tenera età ho militato nella squadra del mio paese per 15 anni. Nel 2000 sono stato folgorato come Paolo sulla via di Damasco e mi sono convertito al basket. Il mio personalissimo Messia ha un nome e un cognome: Allen Iverson. Attualmente mi occupo di intermediazione immobiliare ma la più grande passione rimane la palla a spicchi color arancio e narrare le vicende della NBA e dei suoi protagonisti è la mia massima espressione di libertà e divertimento.

 

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