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L’ultima intervista di Craig

Sarebbe bello se ad ognuno di noi fosse concessa la possibilità di esprimere un ultimo desiderio prima di lasciare questa terra per avventurarsi in quell’ignoto viaggio che ci aspetta una volta chiusi gli occhi, fermato il cuore e scollegato il cervello.

IL DESIDERIO

Ognuno sceglierebbe il suo desiderio senza troppi pensieri e senza troppi giri di parole; ognuno sa, dopo una vita vissuta in questo mondo tanto bello quanto crudele, che tipo di desiderio chiedere una volta arrivato al capolinea e l’eterogeneità di questa ultima aspirazione varia in virtù delle esperienze di vita vissute, dagli affetti, dagli ideali, dalla fede di ciascuno di noi.
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Purtroppo non sempre è concesso questo privilegio, vuoi perché la morte coglie di sorpresa, vuoi perché non hai più accanto la persona in grado di realizzare  il tuo ultimo desiderio, vuoi perché le forze residue ti costringono su un lettino di ospedale mentre il tuo ultimo desiderio sarebbe quello di essere altrove, magari a fare ciò che hai fatto per anni, a compiere per l’ultima volta quei gesti che sono stati ripetuti talmente tante volte da mancarti da star male una volta che da essi ti allontani; quei gesti che se poi compiuti con la passione e l’amore per quello che rappresentano, ti fanno crollare il mondo addosso una volta che ti vengono strappati via.

Ecco Craig, lo meritavi fortemente, te lo eri guadagnato sul campo, lo avrebbe meritato la passione con il quale hai svolto il tuo lavoro in tutti questi anni; meritavi di esprimere quell’ultimo desiderio e soprattutto meritavi che questo ti fosse concesso. Se chiudo gli occhi mi sembra di vederti tentare di realizzarlo, di scorgere la tua sagoma che si alza da quel lettino sul quale hai dovuto trascorrere le ultime ore di vita e avvicinarti all’armadio. Mamma mia!!! Quante sono, i miei occhi non credono allo sfavillio di tutte quelle giacche accuratamente appese ognuna al suo appendiabiti, non riescono a contare la mole di cravatte ordinatamente piegate in quel cassetto, ognuna più colorata dell’altra, ognuna più stravagante dell’altra.

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Scegli con cura Craig e scegli il meglio perché questa sarà l’ultima tua domanda, la più difficile, la più sentita, la più emozionante, scegli la giacca e la cravatta che più pensi possano rappresentarti. Sei pronto, bello ed elegante come solo tu sai apparire in quelle vesti.

SI VA IN SCENA

Agghindarti per andare a lavoro, daltronde, non è mai stato un problema, questa era la parte facile, ora però devi nuovamente scegliere; scegli con cura a chi porre questa ultima domanda, scegli il tuo interlocutore in modo che possa dare la giusta importanza al lavoro che amabilmente hai svolto e scegli un argomento speciale, che possa dar luogo ad una discussione indimenticabile, da tramandare ai posteri, in modo da poter  lasciare un ricordo indelebile di te e della tua persona. Più ti avvicini al parquet e più il tuo incedere si fa sicuro, il passo stanco e pesante di un uomo spossato e fiaccato da una battaglia lunga, pesante e ahimè persa, lascia il posto alla sicurezza di chi entra nel suo habitat naturale consapevole del dominio che esercita in quel territorio. La gente è tutta in piedi al solo vederti entrare, ti acclama, inneggia al tuo nome, si commuove e si ammutolisce nel momento in cui ti avvicini all’interlocutore che hai scelto. Ti fermi davanti a lui, con il microfono in mano e la regia ti da la linea. Il tuo battito accelera improvvisante, i tuoi occhi si illuminano e lasciano trasparire una vena di malinconia.

Il silenzio è assordante, siamo tutti in trepida attesa del tuo ultimo ballo. Inghiottisci rumorosamente come a ricacciare indietro la tristezza e la malinconia del momento e sfoggi il miglior sorriso della tua carriera da reporter sportivo, avvicini il microfono alle labbra e parti: “Coach, un ultima analisi di questa incredibile avventura”.  Silenzio, trepida attesa e……“Rest in peace.”

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La risposta è fredda, veloce e stizzita, tipica di chi vorrebbe parlare di altro o non vorrebbe parlare affatto, come quella di un coach che vede la sua squadra subire passivamente il gioco degli avversari e per la quale non può far nulla. Ma è l’unica risposta che ti potevi attendere Craig ed erano esattamente le parole e l’atteggiamento che ti saresti aspettato dal tuo interlocutore perché sono  la risposta e l’atteggiamento che suggellano una volta per tutte la stima e la considerazione che il coach, Gregg Popovich, ha nei tuoi confronti. Dopo quel “Rest in Peace” le luci intorno a te si spengono, ritorni nel tuo lettino dopo aver ripiegato con cura l’abito di questo momento indimenticabile e chiudi gli occhi e li volgi al cielo rivolgendo il nastro di una vita vissuta con passione e dedizione. Le forze vengono meno, il sangue si gela e le membra si abbandonano.

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UNO DI LORO

È giunta l’ora; ma non è la fine. Un odore di sigaro penetra tra le tue narici e un rumore che riconosceresti tra migliaia assorda i tuoi timpani. È una palla da basket che picchia forte sul parquet e pensi: caspita come la fa cantare questa palla; ad un certo punto un rumore di un tabellone che si frantuma in mille pezzi ti fa sussultare e una voce chiara, ben precisa e facilmente riconoscibile urla “No more dunk Darryl”.  Ti avvicini e segui la scia del profumo di sigaro. “Ciao Craig, benvnuto tra noi”. Wilt, Pistol Pete, Darryl Dawkins, Moses Malone e un’altra dozzina di giocatori si avvicinano e ti rendono omaggio. Sei incredulo, realizzi che la tua passione non è morta con il tuo corpo e sei euforico. Ma quell’odore di sigaro ti distrae. “Allora ragazzi, vogliamo ancora perdere tempo o ci vogliamo allenare?”. Il coach tuona e il suo giovane assistente prepara gli schemi. “Forza Flip, fai sudare questi scansafatiche”. Wilt ti si avvicina e prima di correre sotto canestro ti sussurra

“Caro Craig, ora sono cazzi tuoi!!! Se con Pop credevi di averle viste e sentite tutte è perché non avevi ancora avuto a che fare con l’ira di coach Red durante le gare”

È quello che ti auguro Craig, di essere lassù ad intervistare e a seguire le partite di chi, di questo sport, è diventato un angelo custode e con me credo che te lo augurino tutti gli amanti di quella NBA di cui sei stato un magnifico protagonista alla pari dei più grandi fenomeni che si sono alternati al tuo microfono.

R.I.P.

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Francesco Rivano

Francesco Rivano

Nato il 12/11/1980 a Iglesias, nel profondo Sud della Sardegna e cresciuto a Carloforte, mi sono laureato in Economia e Commercio nel 2007 trovando successivamente un impiego nell'ambito della gestione contabile. Calciatore e calciofilo fin da tenera età ho militato nella squadra del mio paese per 15 anni. Nel 2000 sono stato folgorato come Paolo sulla via di Damasco e mi sono convertito al basket. Il mio personalissimo Messia ha un nome e un cognome: Allen Iverson. Attualmente mi occupo di intermediazione immobiliare ma la più grande passione rimane la palla a spicchi color arancio e narrare le vicende della NBA e dei suoi protagonisti è la mia massima espressione di libertà e divertimento.

 

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